Due uova, quattro cucchiai di farina e due di zucchero.

teacrepes

Finalmente oggi ho sentito l’autunno per la prima volta. Le temperature si sono abbassate e la mia voglia di fare la donnina di casa si è alzata. E cosa fa una brava massaia in questi casi?
Ovviamente prepara crêpes con impasto al cioccolato guarnite di Nutella da accompagnare con un tè ai frutti rossi.
Lo so, lo so, mio marito sarà grasso e felice. La cucina era illuminata da un sole prezioso, mai prepotente, e il cielo aveva un non so che di particolarmente cristallino.
Mischiavo farina, uova, zucchero e cacao amaro mentre parlavo con mamma del futuro. E giravo le crêpes in padella pensando a dove sarò tra qualche mese. La domanda è “ma si sa dove sarò?”
E attualmente nessuno ha una risposta.
Una mia amica ha fatto un paragone bellissimo: mi ha detto che fino ad ora ho guidato un treno, andavo veloce, ma i binari guidavano il sentiero, erano due linee guida belle nette; oggi invece guido un aereo, sono soggetta a turbolenze, non vedo binari, ma sto prendendo quota per andare più lontano.
E forse l’incertezza è la parte più bella di ogni sogno che prende forma. Qualcosa arriverà prima o poi, nel frattempo faccio dolci e dolcetti, vi scrivo e vi leggo. Mi raccontate di come i vostri aerei hanno preso quota o lo stanno facendo o lo faranno? Mi raccontate di come state plasmando i vostri sogni?
Mando una crêpe a tutti voi.

7 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Riflessioni, Vita

Tutto può cambiare.

beginagain

Andare al cinema da soli può essere la cosa più bella del mondo. Ti siedi lì e per centoventiminuti non devi dar conto a nessuno dei possibili singhiozzi che ti scapperanno. E stasera ero in una sala con altre sei persone a vedere un film che mi ha lasciata quel senso di meraviglia addosso anche molto dopo la fine. Il film si chiama “Tutto può cambiare”, in inglese “Begin Again” che secondo me rende molto di più l’idea di ciò di cui si parla. La pellicola parla delle opportunità della vita, delle batoste e delle cose belle, di come ci si cura tutti a vicenda, ci si lecca le ferite cercando di tenerci tutti in piedi. Parla anche di dignità, quella che entra in gioco solo quando si è pienamente e completamente consapevoli di se stessi.
E mi fa ridere come, alla fine dei conti, sia sempre il più rotto di tutti a cercare di aggiustare gli altri. E una delle canzoni presenti nel film è As time goes by di Frank Sinatra, e io penso subito ai film in bianco e nero, a Audrey Hepburn e alle luci per le strade. Penso a tutte le anime che ci sono dietro le luci accese che vedo ritornando a casa. E torno a casa proprio con questa canzone in testa, fortuna che ce l’ho sull’mp3.
E spero che anche la mia vita sia così imprevedibile, spero anche io di essere una stella persa e poi ritrovata. Questo film è per chi non si aspetta più niente, per chi se ne vuole andare.
E poi diciamoci la verità, insieme al biglietto noi compriamo sempre anche un pezzo di sogno, quella sensazione che speriamo di portarci addosso anche dopo. E ce l’ho ancora tra i capelli, sugli auricolari, sulle labbra.
Mi aspetto un colpo di scena. E sarà anche un po’ scemo, anzi sicuramente, ma chi decide cosa è da film e cosa è da vita vera?
Stasera mischio le carte e spero gli elementi si mescolino talmente bene da vincere l’equivalente dell’Oscar nella vita vera.

5 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Riflessioni, Vita

Dall’altro lato dello specchio.

Mirror

Spesso mi domando come sarebbe vivere dall’altro lato dello specchio. Vedermi dall’altro lato, intendo. Cosa potrebbe succedere? Potrei essere meno severa con me stessa, potrei capire che certi pensieri sono solo nella mia testa e, chissà, potrei persino voler essere me.
Cosa si prova ad essere il supereroe di se stessi? Cosa si prova a pensare sempre di potersi tirare fuori dai guai?
Così quando sta per arrivare l’ultimo minuto e non è ancora successo nulla si sa che non si deve aspettare nessuno, se non se stessi. E saremmo tutti a prova di criptonite, a prova del nostro buio, a prova degli altri.
Che si prova ad avere un costume cucito addosso, con uno stemma scintillante sul petto e la coroncina da Wonder Woman? Però non so se l’assenza di paura mi renderebbe migliore. Spesso è stata la paura il pulsare della mia crescita. Grazie al buio mi sono seduta a gambe incrociate sul pavimento pensando alla luce. Bisogna essere così schifosamente umani per capire di che materiale può essere il nostro costume.
Le imperfezioni sono il motore, i limiti evidenti sono dei post-it attaccati alla fronte che ci ricordano da dove veniamo e dove vogliamo andare.
E questo messaggio è per tutti quelli che vorrebbero stare dall’altra parte dello specchio per un po’, per quelli che hanno perso (momentaneamente) il loro super potere.

C’è un’espressione inglese che recita: hang in there e significa “animo, coraggio, stai su”. Vi regalo questo post-it. Ora attaccatevelo alla fronte.

1 commento

Archiviato in A spasso nella mia vita, Riflessioni, Uncategorized, Vita

La primavera dell’autunno.

autumn

Ogni stagione ha la sua nascita, anche se è comune pensare che la primavera sia la regina delle nascite. In effetti la primavera colpisce i sensi con i suoi boccioli e il suo timido e inesorabile rigoglio, ma ultimamente sto sviluppando un’affinità per l’autunno. Ho una lista di cose che amo di questa stagione:
– il rumore delle foglie secche quando il vento le muove o quando vengono calpestate
– l’odore della pioggia sulla terra bagnata
– le sciarpe
– il giallo che si perde nell’arancione che a sua volta si smarrisce nel rosso
– il fatto che per la prima volta, in autunno, non ho un piano
– comprare il tè in un posto bellissimo con tante giare tutte verdi. Ogni tè ha la sua etichetta, e puoi odorare tutti quelli che vuoi, perderti negli aromi e nelle tazzine di porcellana e solo dopo scegliere tu la quantità e il tipo che preferisci. Attualmente il mio preferito si chiama Elizabeth.
– il calore di casa

breakfast

october

2 commenti

Archiviato in Riflessioni, Uncategorized, Vita

Germany here she comes.

hereshecomes

Salutare qualcuno prima che parta per un periodo di tempo abbastanza lungo fa sempre un certo effetto. Figuriamoci quando è una delle tue migliori amiche. Fa capolino quella sensazione alla bocca dello stomaco, quel nodo che si propaga alla gola. E lo capisci solo dopo. Dopo aver straparlato di tutte le cose belle, nuove e felici che accadranno. Te ne rendi conto quando si esaurisce la dose di entusiasmo e ti ritrovi aggrovigliata in un abbraccio che non ha parole.
Ci vediamo presto“. E sai che in quel presto sono incluse mille assenze, ma sai anche che l’amicizia sa trasformare i chilometri, li cambia e li modella, li riduce a icona lasciando la sostanza come sfondo.
Penso al primo giorno che ci siamo conosciute, in quarta elementare. Penso al nostro modo di parlare, alla cartoline mandate, ai suoi occhi color nocciola chiarissimo. Io la vedo per com’è: brillante. La vedo coraggiosa come solo chi insegue un sogno sa esserlo. La vedo già un chirurgo. E l’ho capito fin da subito. Certe cose si sanno, ti riempiono il petto di orgoglio e lo sai già come andrà a finire.
E allora un altro abbraccio. Altre raccomandazioni. Altre iniezioni di coraggio liquido. Altre confessioni.
Il tempo sembra un tiranno che ruba i secondi, che nasconde il sole, che fa venire il giorno dopo con la velocità di un fuggiasco. Ogni sognatore corre un rischio, conserva un velo di tristezza nel cuore, mette da parte qualcosa. E lei lo ha fatto. E io lo farò. Però ho capito che anche ai bivi ci si può portare dietro qualcuno. Noi ci portiamo a vicenda. E quindi, Germania, trattala bene. Non crederle sempre quando dice che sta bene.
Dalle il suo tempo, sii premurosa. E quando ti dirà addio regalale consapevolezze ed esperienze, regalale ciò che non può avere qui.

7 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Amici, Uncategorized, Viaggi, Vita

Nel mondo reale.

map

Tra due settimane esatte mi laureo. Ok, questa cosa mi riempie di gioia e bla bla bla. Però, però, però. Visto che le cose non sono andate come volevo per il futuro, ho deciso di prendermi un anno sabbatico, un anno in cui fare esperienza professionale, in cui vedere un po’ il mondo e in cui confrontarmi con quello che c’è al di fuori. E così eccomi qui, con una tazza di tè tra le mani, gli occhiali e gli occhi arrossati dalla prolungata esposizione allo schermo del computer. I tirocini all’estero non hanno più segreti per me e ormai mando più curriculum vitae e cover letter che messaggi ai miei amici. Il punto è che solo quando stai per uscire da un ambiente piacevole come quello universitario ti rendi conto della giungla che c’è fuori. Un po’ tutti vogliono esperienza, ma se studi non hai molto tempo per guadagnarla. E dopo cinquecento mail perdi il senso della realtà, a volte anche un po’ del sogno, e non ricordi nemmeno più cosa stai cercando. E così in sere come questa mi perdo un po’ tra scadenze e login, questionari e compilazioni di ogni genere. Ho il terrore di rimanere ferma e vedere la vita scorrermi davanti. Vorrei fosse un anno in cui affrontare i miei limiti, le cose per le quali non mi ritengo all’altezza. Un anno in cui dimostrare a me stessa che a volte i piani devono essere cambiati per far accadere cose belle.
A volte anche dolorose, ma utili.
E non lo so se tra qualche mese porterò caffè sulla scrivania di qualcuno o sarò ancora a casa mia. Non so più nulla, però ho in mente quel detto good things come to those who wait. E io aspetto in silenzio, o meglio in un frenetico silenzio composto dal picchiettare delle mie dita sulla tastiera. Ogni giorno un mattoncino, ogni giorno un po’. E voi? Anche voi vi siete lanciati nella giungla? Avete qualche istruzione?
Nel frattempo, che la perfetta cover letter sia con noi e che la casella mail esploda di buone notizie!

Lascia un commento

Archiviato in A spasso nella mia vita, Riflessioni, Uncategorized, Università, Vita

Saudade.

Saudade è una parola portoghese intraducibile ed indica quel senso di malinconia, quella nostalgia legata al passato, una di quelle che si porta dietro un dolore sordo che non fa più male, assomiglia ad uno strascico di poesia. La saudade è uno stato d’animo che nella mia mente assume la forma, il colore e il peso della neve che cade sui tetti: non puoi sentirla, ma il mattino dopo fai fatica a farti strada. Di tutte queste cose è pieno il Portogallo, una delle terre più belle che abbia mai visto. Una delle più piacevoli scoperte, un prepotente successo che la terra ha rivendicato sul mio immaginario che lo aveva sempre lasciato ai margini.

Da Lisbona a Lagos sono quattro ore di pullman e le immagini che si srotolano davanti agli occhi sono tutte giallo ocra e blu. Sono terre incolte che si mescolano con casupole di pietra e distese d’acqua. Sono una cadenza armonica e musicale piena di “s” dolci che si pronunciano “sh”, quasi come se gli abitanti volessero dire ai turisti di tacere e restare a guardare. E il cielo è di un azzurro più chiaro, predilige le sfumature rosa e lilla. E lo stesso cielo del viaggio, ma più carico, più vivo, più pieno dei miei pensieri e delle mie sensazioni è quello che guarda Lagos. Per me è stato amore a prima vista, sarà che ho un’affinità elettiva con i porti e le città di mare. L’oceano sembra verde e giallo, a volte di un punto di blu quasi elettrico e si confonde con l’orizzonte, così perfetto e così lontano. Si tinge di un rosa così naturale che non credo sia stato mai ricreato in laboratorio. E la sabbia è chiarissima, di un beige che si perde nelle sue sfumature più chiare. Lo stesso colore è ripreso dalle rocce che si conficcano nel mezzo dell’Oceano. Sono imponenti, ti fanno stare tutto il giorno con il naso all’insù, mentre la guida sulla barca ti spiega che ognuna ha la sua storia, la sua forma, il suo nomignolo. E guardo le grotte mentre l’acqua salata mi cade sui pantaloni e mi brucia le labbra. E il vento è così buono che evita alla pelle il fastidio del sole cocente, e così a fine giornata ti ritrovi colorato e con un sacco di immagini nuove dietro agli occhi, dietro al collo, nelle mani. E il corpo racconta questa terra, i suoi sanpietrini bianchi, i suoi tavolini per le strade, le lingue che si mescolano in suoni che sono di tutti e di nessuno.

I cappelli di paglia si poggiano su teste giovani e meno giovani, fanno amicizia con sorrisi internazionali. E ho percorso un sentiero poco battuto, e ho spostato un po’ di sassi per arrivare su un’altura con una vista spettacolare nei pressi della playa de Dona Ana. E da lì non esistevano più voci, non esistevano scadenze, regole, futilità della vita dei piccoli. Da lì l’anima si eleva e non cerca più parole perché non ha bisogno di parlare. E sono stata ore ad ascoltare gli artisti di strada, a rubare avida le ultime luci del giorno, a intrappolare i profumi, a contare i passi.

E tra una pasteis de nata e l’altra sono entrata in possesso di me stessa. Ho aperto gli occhi al nuovo ridimensionando il vecchio, non prendendolo troppo sul serio. Lagos ha molte fontane, sembra quasi ti battezzino dentro, lavino via le paure per perderle nelle campagne color ocra. E se ognuno di noi ha un viaggio interiore, questo è stato definitivamente il mio.

lagos1

2 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Viaggi