Titolo attualmente non disponibile.

sunflower

Stavo pensando ad un titolo da dare a questo post ma, senza giri di parole, non ne ho proprio idea. Credo succeda quando non ho un ordine preciso con cui dire quello che sto per scrivere. Amo il sabato mattina, la sensazione di pigrizia e di lentezza che mi entra nelle ossa, la sveglia finalmente muta, le lenzuola calde, il sole che filtra gentile dalle doghe senza disturbarmi.
Mi piace prendere il mio tempo per fare colazione, per gustare i Pan di Stelle, per stiracchiarmi, per sbadigliare senza ritegno, per farmi la doccia, per mettere il balsamo sui capelli, per spalmare la crema alla vaniglia, per mettere il profumo con calma, per scegliere cosa indossare, per fare una linea di eyeliner senza correre.
Mi piace scendere in strada senza una meta, solo per il gusto di assaporare la primavera, per riempirmi gli occhi di rosa, arancione e azzurro.
Ascolto la canzone di Zaz- Port Coton, e immagino cosa possa pensare la gente di me. Intendo gli estranei, chi mi guarda distrattamente per strada, in metro, in treno, su un pullman, mentre cammino, mentre mangio, mentre sorrido cambiando canzone. Mi domando se l’immagine che ho di me coincida con quella riflessa negli occhi degli altri. Quasi mai sono la stessa cosa. Forse è per questo che faccio sempre tante domande. Io ci vivrei così, con gli occhi sulle storie della gente, sui loro segni. Li guardo come se trovare loro significasse trovare me, trovare le differenze, i tratti in comune. Non so se sia sbagliato o meno, come se poi esistesse una cosa completamente giusta o completamente sbagliata. Come se non fossimo strani a modo nostro.
La verità è che alla fine di ogni giornata, pigra o frenetica che sia, con o senza sole, vorremmo solo essere rassicurati.
Ci servono i sussurri, i baci della buonanotte, le certezze. Ci serve la consapevolezza di sapere che, se vogliamo, possiamo anche essere deboli.

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Happy Sunday!

happysunday

Questa settimana è stata frenetica e la sveglia diventava ogni giorno un po’ più snervante, più odiosa, più cattiva, più nemica. Dopo i mugolii iniziali e gli occhi che faticavano ad aprirsi sono sempre stata contenta di aver iniziato quella giornata. In un modo o nell’altro mi ha portato sorrisi e, in qualche caso, mi ha lasciato a bocca aperta.
Lunedì ho conosciuto Sophie, una bellissima bambina di dieci anni, figlia di americani. Il mio radar mi ha subito trascinato da lei, e così siamo finite a chiacchierare un po’, mentre lei mi dispensava sorrisi e carezze. Scopro che suo padre è un missionario evangelico, e me lo dice con due occhi brillanti e vivi, pieni di gioia. Mi guarda e mi dice, seria:”Vedi, non è un caso se io e te ci siamo incontrate stamattina. Evidentemente tu dovevi essere qui, e io dovevo incoraggiarti”.
L’ho guardata incredula, mentre sentivo la pelle d’oca sulla schiena. Una bambina di dieci anni che non sapeva nulla di me mi stava incoraggiando, mi stava guardando attraverso, mi stava toccando il cuore con la sua manina calda. Anche se fosse stato solo per questo episodio, le mie sveglie odiose sarebbero valse la pena, una per una.
Martedì invece ho iniziato un corso gratuito di inglese nella mia città, in realtà non è un granché utile, ma mi diverto troppo. Ho conosciuto due signore di mezza età che sono uno spasso mentre cercano di parlare inglese, soprattutto perché riescono a condividere aneddoti personali anche se si sta parlando solo del tempo atmosferico.
Per non parlare di una signora con due occhi smeraldo che mi si avvicina e mi dice, entusiasta:”Ma sei bravissima! Posso sedermi accanto a te la prossima volta?”
Mi è sembrato di tornare a scuola, in modo insolito e piacevole. In realtà credo che si sarebbe impressionata anche solo se avessi detto “Ciao, mi chiamo Angela”, ma il complimento mi ha comunque lasciato un sorriso pieno sul viso.
Venerdì invece sono rimasta bloccata su un treno, e bloccata è proprio il termine giusto: a causa di un treno guasto sui binari non potevamo entrare in stazione e così siamo rimasti fermi nel mezzo delle campagne per due ore. Per farvela breve ho preso il treno delle 18:55, sarei dovuta arrivare alle 19:35, e invece sono arrivata alle 21:45. All’inizio è stato snervante, ma dopo sembravamo tutti degli ostaggi che, inevitabilmente e tragicomicamente, hanno iniziato a fare amicizia tra di loro. Ho conosciuto due ragazze splendide con le quali abbiamo iniziato ad attrezzarci nel caso non fossimo mai più uscite da quel treno. Credo la parte più divertente sia stata sentire i resoconti di ogni passeggero mentre raccontava la situazione al telefono.
“Non lo so quando torniamo, no, non possiamo scendere. Ma siamo fermi. Non si muove, non lo so quando torno. Ho il telefono quasi scarico”. Più o meno queste erano le parole chiave di ogni conversazione.
L’ultimo motivo per sorridere, ma non per importanza, sono le ragazze che collaborano con me in questo tirocinio. In particolare una, un tesoro. E non intendo un tesoro nel senso sdolcinato del termine, non ci trattiamo con quella patina di finto zucchero che avvolge le parole e che si fa presto ad usare, come fosse preconfezionata. Lei è saggia, propositiva, osservatrice. Un giorno mi ha detto:”Sei bella perché sei appassionata, non ti far togliere mai questa gioia”. A volte ho l’impressione che creda di più in me di quanto lo faccia io.
Sono frasi, gesti che ti scaldano il cuore. Mi sento fortunata ad avere tutto questo, a poter conoscere queste persone, a poter far sorridere qualcuno, a seminare e raccogliere gioia.
Come sono andate le vostre settimane? Per rimanere in tema con il gioco che abbiamo iniziato voglio sapere almeno una cosa che vi ha fatti veramente sorridere questa settimana! E non siate avari di dettagli.

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Colazione di primavera.

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Mi sveglio alle 08:40 di questo sabato mattina e sento che il raffreddore sta avendo la meglio sulle mie difese immunitarie che cercano di resistergli, ma in compenso è una meravigliosa giornata di primavera. L’oro colato del sole bagna il mio letto, passando prepotente attraverso le doghe semichiuse della finestra. Ho gli occhi pesanti, poca voglia di alzarmi e un appuntamento per le dieci.
Mi trascino fuori dal letto e do inizio alla mia giornata. Lavo i capelli per poi scoprire di non aver preso il phon dall’altro bagno in cui è chiuso mio fratello. Cerco di asciugarli alla meno peggio, con scarsi risultati. Una volta finite tutte le operazioni necessarie decido che è il momento di truccarmi, ma poi realizzo che anche il fondotinta è nel bagno occupato. Mi maledico per non averci pensato prima. Mi do un’occhiata allo specchio e indosso il mio foulard color corallo, nella speranza che la gente distolga così l’attenzione da tutto il resto che è un disastro.
Sono in ritardo. Mi precipito in strada e cammino a passo svelto mentre mi muovo inconsapevolmente a ritmo della canzone di turno nelle mie orecchie. Finalmente la vedo, Marta, occhi azzurri e due guance da prendere morsi.
Ancor prima di dire “Ciao”, la domanda è:”Allora da dove cominciamo?”
“Dal principio”.
E così il fiume delle parole staripa. Continua a fluire mentre siamo in giro, mentre siamo sedute, anche mentre siamo in silenzio.
Con certe persone puoi condividere il silenzio con la stessa naturalezza con cui condividi le parole. E con le stesse persone puoi condividere mille inverni che si trasformano in primavere dilaganti.
Oggi è proprio primavera. Ecco un altro motivo per sorridere per oggi.

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Un giorno a casaccio.

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Un’ora e mezza nel traffico per fare 40 km. La strada più lunga della mia vita con un’infinità di semafori. Piove, è una pioggia stizzosa, di quelle che ti fanno innervosire, niente a che fare con la pioggia che descriveva D’Annunzio. Ho la testa appoggiata al vetro del finestrino e socchiudo gli occhi mentre ascolto la radio. Penso alla giornata che mi aspetta, alla sfida dei cento giorni, ai bambini, alla folla che troverò in metro.
“Sicura che sia questo il palazzo?” Mio fratello mi sveglia, inconsapevolmente, dalle mie riflessioni diurne. Annuisco e apro la portiera districandomi tra l’ombrello e la borsa. Corro lungo la strada e mi precipito nell’ufficio del mio responsabile, aspettandomi un richiamo. Invece mi aspetta tranquillo insieme ad un’altra tirocinante.
“Piacere, Angela.” Le tendo la mano sfoderando il mio sorriso migliore.
“Piacere, io sono Domenica”. Ha un sorriso gentile, capelli corvini, bassina e prosperosa, occhi scuri e dolci. Mi piace fin da subito e le invidio la sua spontaneità, la sua risata cristallina, la sua sicurezza.
Iniziamo le solite chiacchiere tra persone che condividono la stessa università. Mi dice che ho un bel sorriso, che le piace come parlo, e in quel momento penso che le persone dovrebbero sempre dirsi cose belle, così scoprirebbero che ognuno invidia qualcosa all’altro. Parlo di invidia buona, quella che poi ti porta a fare complimenti, quella che ti porta ad evidenziare una cosa bella, non quella deleteria.
Ecco il primo motivo per sorridere. La sfida è iniziata bene.
Un’ora dopo siamo nella Scuola francese, in una quinta elementare di esserini perfettamente bilingue, eccetto tre di loro che non capiscono l’italiano. La maestra mi presenta Mattis, Édouard e Jeanne. È amore a prima vista, soprattutto per Mattis, dieci anni d’uomo, carnagione nera, riccioli stretti, naso largo e un sorriso di quelli delle pubblicità. Ecco il secondo motivo della giornata per sorridere. Mi insegnano delle parole in francese, poi una filastrocca, e io insegno loro qualcosina in italiano. Mi chiedono quando mi vedranno ancora, e sorridono ancora alla mia risposta.
E così tutto, il traffico, la sveglia, la pioggia, la metro, il mal di gola e le corse hanno senso.
Sorrisi che generano altri sorrisi. Ho un milione di motivi per non sorridere, a dire il vero, ma oggi no. Oggi metto tutto da parte. Me lo devo. Oggi non si rovina il mascara.

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07:35

sfida

Vi assicuro che sono viva, esisto, anche se sto scrivendo pochissimo. Non credo sia un blocco dello scrittore, o cose simili, ho semplicemente smesso di condividere per un po’. Ad essere sincera non riesco a trovare un unico motivo, credo siano stati tanti cambiamenti piccoli e grandi che si sono affacciati nella mia vita, o forse i milioni di pensieri che si sono riversati improvvisamente nella mia mente senza saper uscire dalle mani.
Ad ogni modo ora sono qui, ho voglia di scrivere e di scrivervi, di raccontarmi e di leggervi. Sono le 07:35 e piove a dirotto, ho aspettato il pullman che avrebbe dovuto portarmi alla stazione, invano. Sono tornata a casa starnutendo e pensando che la primavera si sta facendo desiderare più del dovuto.
Vi scrivo mentre ascolto l’acqua scorrere all’interno della doccia e sperando che mio fratello non ci metta troppo a farsi bello e a portarmi in ufficio. No, non ho iniziato a lavorare, ma ho iniziato un tirocinio con un ente convenzionato dalla mia università. Andiamo in giro per le scuole a fare delle campagne per la sicurezza stradale in inglese, francese e italiano. Ho iniziato da troppo poco per potervi dire le mie impressioni, ma a breve raccoglierò tutti gli aneddoti più simpatici che già sto collezionando.
Oggi inizio una sfida, la sfida dei 100 giorni: per cento giorni bisogna trovare almeno una cosa che ci faccia sorridere e sentire bene. Non parliamo di felicità assoluta che ci isola dal mondo e ci fa volare a un metro da terra. Certo, se venisse anche quella sarebbe accettata a braccia aperte, ma per ora parliamo di dettagli, sorrisi rubati, pensieri felici. Per cento giorni.
Chi accetta la sfida?

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“Chi è la sposa?”

wedding

Ebbene sì, una delle mie più care amiche si sposa tra un anno. Ho sempre immaginato i matrimoni come qualcosa di lontano, delle belle feste a cui partecipare, un paio di tacchi da indossare, una bella sposa da ammirare, tanti fiori e qualche sogno che si perde nel tempo. Invece il matrimonio ti entra in casa in un mercoledì mattina, quando ti ritrovi una riccia esplosiva con un sorriso da incorniciare che ti annuncia la data delle sue nozze, nel maggio del 2015. Allora il matrimonio diventa un avvenimento straordinario che sancisce un’assenza, una crescita, e migliaia di sogni che senti anche un po’ tuoi, perché li pronunciano una bocca e un paio d’occhi con cui hai condiviso una vita. Ti entrano in casa il conto alla rovescia, i modelli dell’abito, il trucco, gli appartamenti, le sale dei ristoranti, i fiori, i colori, il fotografo, i confetti.
Poi, negli attimi di quiete, ti entra in casa quella che sarà la mancanza. “E se la vita separerà le nostre strade?” mi dice. Le rispondo che la vita le dividerà materialmente, geograficamente, ma non può cambiare cose che si ha l’intenzione di far durare. E non parlo di visioni adolescenziali dell’amore, anche se ho attraversato quella fase, ma ho avuto la mia dose di cuori infranti. Ho imparato che certi per sempre esisteranno comunque, a volte abbiamo solo bisogno di riadattarne il senso, cucirli su misura alla nostra vita. Lei è uno dei miei per sempre e quel giorno avrà la mia benedizione, ovunque la vita la porterà, ovunque l’Amore e i fiori d’arancio la prenderanno per mano.
Il fotografo ci guarda, ci chiede chi è la sposa, io guardo nella sua direzione e le sorrido, immaginando il confronto con quell’appellativo. E migliaia di foto sono davanti a noi, centinaia di volti felici, corpi fasciati di bianco, riso sospeso nell’aria, fedi che brillano prepotenti al dito. Migliaia di promesse digitali.
La osservo mentre discute dei dettagli e mi sento una mamma, sento una strana consapevolezza addosso.
La guardo e immagino la lunga camminata verso l’altare. I nostri sguardi che si incrociano. Il mio sorriso che si fa più largo quando sto per piangere.
Il matrimonio ti piomba in casa dettaglio dopo dettaglio. E io le regalo un sorriso per ogni riccio.
A certe promesse ci credo ancora. E spero che lo faccia anche lei, questo è il mio augurio.

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Troppo di troppo.

troppo

Se dovessi definire questo periodo della mia vita con una sola parola, credo che sceglierei la parola saturazione. Mi sento satura, piena fino all’orlo di sensazioni, pensieri e impulsi nervosi che hanno continuato a bruciare la mia pelle come mozziconi di sigaretta.
Sento troppo di tutto, come se la realtà intorno a me avesse iniziato ad amplificare gli avvenimenti, i minuti, i secondi, le pagine dei libri, le parole, le smorfie, i sorrisi, i baci mancati, le immagini allo specchio, le telefonate, i campanelli, i clacson, la pioggia, il rumore del vento, i ritardi, il tempismo, l’insonnia, il cibo, i cinque sensi.
Troppo di tutto. E così mi ritrovo costantemente in all’erta o, peggio ancora, mi scopro tremendamente apatica.
Attenta ai passanti fuori ad un bar mentre ad un tavolo due giovani donne mi stanno raccontando le loro vite. Anche i miei respiri sono diventati più svelti, più strozzati, meno fluidi. Corro e rallento, rallento e corro.
E sono piena di cose che mi hanno lasciato addosso, non ricordo più quali ho preso io, quali ho raccolto, quali mi hanno gettato sulla schiena e quali ho perso.
Il tempo di restringe e si dilata. E non voglio più il controllo.
Troppo di tutto, troppo di tutto.

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