La regola della barba.

beard

Parliamoci molto chiaramente: la barba piace. Almeno alla stragrande maggioranza degli essere femminili. Nel mio caso non parlo del barbone non curato da mesi, dove ci trovi anche dei resti di cibo magari, parlo di quella elegante barba leggermente incolta. Ha il suo perché, il suo posto nel mondo, la sua ragione di esistere.

Quindi, cari ragazzi, credo di parlare a nome di parecchie di noi: non vi rasate completamente mostrandoci il vostro volto irriconoscibile. Ogni volta che lo fate un ormone muore, si schianta al suolo e finisce la sua vita nel più tragico dei modi. Usate le vostre barbe come incantevole cornice per un eventuale sorriso.

E quando vostra mamma vi dirà di rasarvi così da essere più ordinati, semplicemente ignoratela. Non so perché mi sto abbandonando a questo post frivolo e con pochi contenuti, ma credo sia perché ogni tanto è bello ricordarsi di essere vivi anche da questo punto di vista. Le esperienze dei sensi raccolgono fenomeni ammirevoli, tanto belli da nobilitare l’animo, e osservazioni non troppo intelligenti quanto piacevoli agli occhi. E in questa categoria sono incluse tutte le barbe del mondo. Ora che gli ormoni che ho nel sangue hanno fatto la loro comparsa su questo blog posso riposare in pace, consapevole del fatto che ho fatto la mia parte nella salvaguardia dei beni dell’umanità.

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Ci sono sempre due strade.

roads

 

Potrei iniziare questo post in due modi. Il primo sarebbe melodrammatico e sarebbe più o meno così:

“Piove. Piove così forte che sembra il cielo si sia arrabbiato. Butta giù lacrime di impotenza e frustrazione senza lasciare posto a lacrime di tristezza perché quelle sarebbero troppo dolci e senza forza. Forse il cielo mi ha preso a cuore e vuole tagliare la terra con lame d’acqua solo per farmi sentire meglio”.

Il secondo inizio sarebbe così:

“Non tutto ciò che ci accade può farci piacere, non tutto può lasciarci un gradevole sorriso attaccato al viso. Non tutto può incoraggiarci, ma tutto può forgiarci. Tutto può spingere i nostri passi verso una meta, e poco importa se ho cambiato meta. Un motivo ci sarà”.

Ecco, il punto centrale è il motivo. Immagino la mia vita come un puzzle, ne ho costruita una parte fino ad ora, ma ho davanti a me centinaia di pezzettini sparsi, tutti belli e colorati. Ne ho scelti un paio, ho provato a farli combaciare, ci ho sperato, ho aspettato, ma non sono voluti entrare. In un primo momento ho avuto un momento d’arresto, ho pensato al puzzle come un marchingegno malato, senza disegno. Poi ho capito che, semplicemente, ha bisogno di altri pezzi. Altrettanto colorati. Altrettanto utili, altrettanto fantasiosi. Ho scelto la seconda strada. Se vincessimo sempre non avremmo gambe abbastanza forti per rialzarci. Se vincessimo sempre non capiremmo mai chi è a terra e non sa chiedere aiuto.

Sono caduta, sono ancora a terra, ma a gambe incrociate, valutando il da farsi. Mi piace pensare che ogni porta si chiude perché sa già che preferisco i portoni.

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Conversazioni sterili.

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“Cosa vi porto ragazze?”
“Per me un succo di frutta alla pesca”
“Per me un caffè”.
Ha avuto inizio così la conversazione più sterile della mia vita, una conversazione tra ragazze che non vedevo l’ora finisse. Ci sono alcune persone, e ora parlo di ragazze in particolare, che si incastrano alla perfezione, che parlano seguendo un continuo fluire che fa le capriole tra argomenti seri e del tutto frivoli. Sono quelle conversazioni che fanno bene all’anima, che dopo ti fanno sentire piena, con le idee più chiare.
E poi ci sono conversazioni come queste. Io la definisco conoscente, lei mi definisce amica, credo ignorando molto del significato della parola. Una di quelle chiacchierate in cui puoi anche tacere, tanto per l’altra persona fa lo stesso. Sterile è il termine giusto. Non c’era il fluire, guardavo l’orologio così spesso che rischiavo di disintegrarlo con gli occhi.
“E quindi sto scrivendo la tesi…”
La guardo appoggiando il mento sul palmo della mia mano, la ascolto, ma in realtà solo un parte di me la sta realmente ascoltando. Guardo gli uomini con il giornale dietro di lei, ridono ad alta voce, indicano il di dietro della cameriera. Mi viene da strabuzzare gli occhi, li riduco a due fessure e penso alle loro mogli, alle loro figlie, magari della stessa età della cameriera.
Lei continua a parlare, non mi fa domande. La osservo. Bionda, occhi azzurri, occhiali, un portamento austero. Cammina così dritta che sospetto abbia portato il busto per anni ed ora ha la sua forma impressa addosso a caldo. Rimane in superficie. E le vorrei dire questo “Con me rimani in superficie”. Abbiamo tutti un mare dentro e tu consideri ognuno come pozzanghera, quindi non chiedi, non ti interessa, non ti immergi.
Gli uomini continuano a ridere, io continuo a pensare.
Invento una scusa, devo andare, devo disintossicarmi.
La saluto, le do le spalle e penso a disintossicarmi, penso a non diventare sterile anche io.
Chissà come si sente ora, lei.

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Le tue impronte su quello che sono ora.

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Mercoledì sera mi sono ritrovata a raccontare la storia della mia vita ad uno sconosciuto. Abbiamo parlato delle persone che sono entrate nella nostra vita, di quelle che poi sono uscite, di quelle che sono uscite solo in parte, di quelle che ci hanno fatto male e di quelle che hanno costruito qualcosa.
E parlarne è stato liberatorio, ero un flusso di parole evocatrici, un fiume in piena di immagini che portavano con sé odori, mani, ricordi, occhi, venti nuovi. E con il senno di poi, con il tempo ho imparato a mettere le cose in prospettiva, a riconoscere i meriti, a riassestare le colpe.
E vedo sul mio corpo le impronte di tutte queste anime che si sono fermate per più o meno tempo. Mi hanno modellata, mi hanno insegnato come volevo e come non volevo essere. E ora sono diventati una canzone, un film, un modo di dire, un pensiero che mi ruba un battito nel petto quando vedo questo o quello. Sono le righe della mia storia, le impronte digitali sui pori della mia pelle, e ringrazio chiunque abbia incontrato. Anche chi ho quasi odiato perché mi ha fatto disamorare di me stessa. Ringrazio tutti, ora che le cicatrici non fanno più male, ma sono visibili.
Inspiro ed espiro, vedo momenti che non fanno più male. Non mi piace il termine corazza, secondo me il vero coraggio e la vera bravura consistono nel mantenere una pelle morbida nonostante tutto. Solo la pelle morbida può essere permeata ancora da altre meteore, altre stelle, altre eclissi.
Morbida come le labbra, morbida come i capelli, morbida come galassie che si mischiano, si perdono.

Voglio avere un involucro morbido, ma mai malato, attento, ma mai disilluso.

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La condivisione che fa male.

condivisione

La parola “condividere” significa dividere qualcosa con qualcuno, rendere partecipe qualcuno di qualcosa che proviamo o di qualcosa che ci è capitata. Ho sempre trovato questo verbo bellissimo, davvero, e ho sempre creduto nella condivisione come un ottimo mezzo, forse l’unico, per arrivare a conoscersi davvero.
Con l’avvento dei social questa parola così intima è stata spiattellata senza ritegno ovunque. Condividiamo dal piatto di pasta ai baci, ai regali, alle occasioni importanti.
Devo essere sincera, l’allarme è scattato qualche giorno fa quando la mia home di Facebook è diventata un cumulo di post di una persona che festeggiava il suo anniversario di fidanzamento. Un bel momento, non vi pare? Intimo, non trovate?
E condividiamo gli antipasti, e il primo, massì sono simpatici. Condividiamo la vista, ok, mozzafiato. Stop. C’è una linea. C’è sempre una linea nella condivisione, quella tra la sfera pubblica e la sfera intima resa ingiustamente, inadeguatamente pubblica. Condividere certi baci, certe sorprese, certi sguardi intimi è una violenza verso il mondo degli innamorati, quello dove possono vivere solo loro, quello dove nessun mi piace, nessun commento, nessuna emoticon dovrebbero essere ammessi.
Una sorta di luogo sacro.
Non fraintendetemi, mi piacciono le foto di coppia, soprattutto quelle simpatiche. Che poi quando c’è affinità si vede subito, la immortala anche una macchinetta, è nell’aria.
Ma quei momenti. I momenti a lume di candela, quelli delle frasi sussurrate, quelli delle promesse scambiate anche senza parole, quelli non si immortalano con uno smartphone. Non si pensa nemmeno a prendere uno stupido telefono.
Condivideteli con chi amate, usate milioni di parole o semplicemente fate parlare lo scintillio dei vostri occhi, ma non li svilite su dei social, non li esponete alla gente, hanno bisogno di un ambiente pulito.

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Granita al melone.

granitaallimone

Un pomeriggio d’estate un ragazzo e due ragazze si riuniscono in un caffè della città. Tre granite al melone.
Parlano come chi sa che sta per perdere l’uso della parola e decide di approfittare di ogni singola parola rimasta. Parlano e si sorridono, si lanciano sguardi affini, testimoni di esperienze passate. Conoscono la luce dei loro occhi così bene che sembra tutto così naturale, ogni parola, persino ogni paura.
Ed è tutto fuori dalla città, fuori dal tempo. I loro racconti sono sospesi da qualche parte tra l’Irlanda, il Belgio e chissà dove.
Le granite sono finite, ma la compagnia non lascia il liscio tavolo di legno che traballa sotto il peso dei gomiti che si poggiano sulla superficie.
Il cielo è azzurro, le nuvole bianche scorrono lente e non esiste più niente, come se quell’attimo dovesse allungarsi e prolungarsi, senza mai diventare futuro.
Alcuni pomeriggi vanno così, l’essenziale consuma la durata, gli attimi si rincorrono frenetici e lasciano uno strano senso di nostalgia, una sorta di malinconia edulcorata.
“In bocca al lupo, Claudio”. E i ragazzi si abbracciano, si scambiano auguri, benedizioni, incoraggiamenti che si concretizzano solo a mezz’aria, quando iniziano a crederci un po’ tutti.
Inizia a soffiare un po’ di vento. Chissà da dove viene, chissà dove se ne va.

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#LikeAGirl.

likeablog

Prima di leggere questo post vi invito a guardare questo video cliccando qui

Purtroppo ho trovato il video solo in inglese, ma per coloro che dovessero avere difficoltà riassumo in breve il contenuto. Quando si usa l’espressione “come una ragazza” la si usa quasi sempre in maniera dispregiativa, come ad indicare un modo di fare le cose un po’ ridicolo, goffo, quasi isterico. Nella prima parte del sondaggio viene chiesto a delle giovani donne cosa voglia dire correre come una ragazza, combattere come una ragazza, lanciare come una ragazza e tutte rispondono esattamente seguendo gli stereotipi. Adeguandosi al pensiero comune e facendolo loro, facendone quasi un vanto.
Nella seconda parte del video la stessa domanda viene posta a delle ragazzine e, senza indugiare, loro corrono come corrono anche i ragazzi, combattono mettendoci muscoli e intenzione, lanciano con lo slancio del braccio guidato da uno stimolo ben deciso. Una di loro afferma “correre come una ragazza significa correre più forte che puoi”.

Quando abbiamo iniziato a considerare, a considerarci uno stereotipo? Quando ce l’hanno fatto credere? Siamo circondate dai miti sulle donne che risultano buffe in questa o quell’altra cosa. La gente ha più scrupoli a pubblicare una vittoria scientifica di una donna, una scoperta, piuttosto che un litigio surrogato in quei programmi da quattro soldi, o cosce e addomi strizzati in bikini. Quando abbiamo iniziato anche noi a considerarci così?
Quasi come se sentissimo che non c’è sfida, non c’è storia, noi siamo brave in altro. Certo, ognuno ha le proprie attitudini innate, ma da quando “come una ragazza” o, peggio ancora, “come una femmina” è diventato sinonimo di gallina? Non che non ce ne siano, ma perché prendere loro in rappresentanza della categoria?
Ma, soprattutto, perché quando una donna fa qualcosa di bello, forte, sensato, intelligente, coraggioso, allora si pensa comunemente che quella donna abbia gli attributi (maschili)?
In quello che sembra un complimento c’è del sessismo latente?
Io scrivo come una ragazza perché sono una ragazza. Io penso come tale, agisco come tale, e mi piace pensare di avere coraggio come tale, sensibilità, istinto. E dunque.
A voi le conclusioni.

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