Germany here she comes.

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Salutare qualcuno prima che parta per un periodo di tempo abbastanza lungo fa sempre un certo effetto. Figuriamoci quando è una delle tue migliori amiche. Fa capolino quella sensazione alla bocca dello stomaco, quel nodo che si propaga alla gola. E lo capisci solo dopo. Dopo aver straparlato di tutte le cose belle, nuove e felici che accadranno. Te ne rendi conto quando si esaurisce la dose di entusiasmo e ti ritrovi aggrovigliata in un abbraccio che non ha parole.
Ci vediamo presto“. E sai che in quel presto sono incluse mille assenze, ma sai anche che l’amicizia sa trasformare i chilometri, li cambia e li modella, li riduce a icona lasciando la sostanza come sfondo.
Penso al primo giorno che ci siamo conosciute, in quarta elementare. Penso al nostro modo di parlare, alla cartoline mandate, ai suoi occhi color nocciola chiarissimo. Io la vedo per com’è: brillante. La vedo coraggiosa come solo chi insegue un sogno sa esserlo. La vedo già un chirurgo. E l’ho capito fin da subito. Certe cose si sanno, ti riempiono il petto di orgoglio e lo sai già come andrà a finire.
E allora un altro abbraccio. Altre raccomandazioni. Altre iniezioni di coraggio liquido. Altre confessioni.
Il tempo sembra un tiranno che ruba i secondi, che nasconde il sole, che fa venire il giorno dopo con la velocità di un fuggiasco. Ogni sognatore corre un rischio, conserva un velo di tristezza nel cuore, mette da parte qualcosa. E lei lo ha fatto. E io lo farò. Però ho capito che anche ai bivi ci si può portare dietro qualcuno. Noi ci portiamo a vicenda. E quindi, Germania, trattala bene. Non crederle sempre quando dice che sta bene.
Dalle il suo tempo, sii premurosa. E quando ti dirà addio regalale consapevolezze ed esperienze, regalale ciò che non può avere qui.

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Nel mondo reale.

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Tra due settimane esatte mi laureo. Ok, questa cosa mi riempie di gioia e bla bla bla. Però, però, però. Visto che le cose non sono andate come volevo per il futuro, ho deciso di prendermi un anno sabbatico, un anno in cui fare esperienza professionale, in cui vedere un po’ il mondo e in cui confrontarmi con quello che c’è al di fuori. E così eccomi qui, con una tazza di tè tra le mani, gli occhiali e gli occhi arrossati dalla prolungata esposizione allo schermo del computer. I tirocini all’estero non hanno più segreti per me e ormai mando più curriculum vitae e cover letter che messaggi ai miei amici. Il punto è che solo quando stai per uscire da un ambiente piacevole come quello universitario ti rendi conto della giungla che c’è fuori. Un po’ tutti vogliono esperienza, ma se studi non hai molto tempo per guadagnarla. E dopo cinquecento mail perdi il senso della realtà, a volte anche un po’ del sogno, e non ricordi nemmeno più cosa stai cercando. E così in sere come questa mi perdo un po’ tra scadenze e login, questionari e compilazioni di ogni genere. Ho il terrore di rimanere ferma e vedere la vita scorrermi davanti. Vorrei fosse un anno in cui affrontare i miei limiti, le cose per le quali non mi ritengo all’altezza. Un anno in cui dimostrare a me stessa che a volte i piani devono essere cambiati per far accadere cose belle.
A volte anche dolorose, ma utili.
E non lo so se tra qualche mese porterò caffè sulla scrivania di qualcuno o sarò ancora a casa mia. Non so più nulla, però ho in mente quel detto good things come to those who wait. E io aspetto in silenzio, o meglio in un frenetico silenzio composto dal picchiettare delle mie dita sulla tastiera. Ogni giorno un mattoncino, ogni giorno un po’. E voi? Anche voi vi siete lanciati nella giungla? Avete qualche istruzione?
Nel frattempo, che la perfetta cover letter sia con noi e che la casella mail esploda di buone notizie!

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Saudade.

Saudade è una parola portoghese intraducibile ed indica quel senso di malinconia, quella nostalgia legata al passato, una di quelle che si porta dietro un dolore sordo che non fa più male, assomiglia ad uno strascico di poesia. La saudade è uno stato d’animo che nella mia mente assume la forma, il colore e il peso della neve che cade sui tetti: non puoi sentirla, ma il mattino dopo fai fatica a farti strada. Di tutte queste cose è pieno il Portogallo, una delle terre più belle che abbia mai visto. Una delle più piacevoli scoperte, un prepotente successo che la terra ha rivendicato sul mio immaginario che lo aveva sempre lasciato ai margini.

Da Lisbona a Lagos sono quattro ore di pullman e le immagini che si srotolano davanti agli occhi sono tutte giallo ocra e blu. Sono terre incolte che si mescolano con casupole di pietra e distese d’acqua. Sono una cadenza armonica e musicale piena di “s” dolci che si pronunciano “sh”, quasi come se gli abitanti volessero dire ai turisti di tacere e restare a guardare. E il cielo è di un azzurro più chiaro, predilige le sfumature rosa e lilla. E lo stesso cielo del viaggio, ma più carico, più vivo, più pieno dei miei pensieri e delle mie sensazioni è quello che guarda Lagos. Per me è stato amore a prima vista, sarà che ho un’affinità elettiva con i porti e le città di mare. L’oceano sembra verde e giallo, a volte di un punto di blu quasi elettrico e si confonde con l’orizzonte, così perfetto e così lontano. Si tinge di un rosa così naturale che non credo sia stato mai ricreato in laboratorio. E la sabbia è chiarissima, di un beige che si perde nelle sue sfumature più chiare. Lo stesso colore è ripreso dalle rocce che si conficcano nel mezzo dell’Oceano. Sono imponenti, ti fanno stare tutto il giorno con il naso all’insù, mentre la guida sulla barca ti spiega che ognuna ha la sua storia, la sua forma, il suo nomignolo. E guardo le grotte mentre l’acqua salata mi cade sui pantaloni e mi brucia le labbra. E il vento è così buono che evita alla pelle il fastidio del sole cocente, e così a fine giornata ti ritrovi colorato e con un sacco di immagini nuove dietro agli occhi, dietro al collo, nelle mani. E il corpo racconta questa terra, i suoi sanpietrini bianchi, i suoi tavolini per le strade, le lingue che si mescolano in suoni che sono di tutti e di nessuno.

I cappelli di paglia si poggiano su teste giovani e meno giovani, fanno amicizia con sorrisi internazionali. E ho percorso un sentiero poco battuto, e ho spostato un po’ di sassi per arrivare su un’altura con una vista spettacolare nei pressi della playa de Dona Ana. E da lì non esistevano più voci, non esistevano scadenze, regole, futilità della vita dei piccoli. Da lì l’anima si eleva e non cerca più parole perché non ha bisogno di parlare. E sono stata ore ad ascoltare gli artisti di strada, a rubare avida le ultime luci del giorno, a intrappolare i profumi, a contare i passi.

E tra una pasteis de nata e l’altra sono entrata in possesso di me stessa. Ho aperto gli occhi al nuovo ridimensionando il vecchio, non prendendolo troppo sul serio. Lagos ha molte fontane, sembra quasi ti battezzino dentro, lavino via le paure per perderle nelle campagne color ocra. E se ognuno di noi ha un viaggio interiore, questo è stato definitivamente il mio.

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La regola della barba.

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Parliamoci molto chiaramente: la barba piace. Almeno alla stragrande maggioranza degli essere femminili. Nel mio caso non parlo del barbone non curato da mesi, dove ci trovi anche dei resti di cibo magari, parlo di quella elegante barba leggermente incolta. Ha il suo perché, il suo posto nel mondo, la sua ragione di esistere.

Quindi, cari ragazzi, credo di parlare a nome di parecchie di noi: non vi rasate completamente mostrandoci il vostro volto irriconoscibile. Ogni volta che lo fate un ormone muore, si schianta al suolo e finisce la sua vita nel più tragico dei modi. Usate le vostre barbe come incantevole cornice per un eventuale sorriso.

E quando vostra mamma vi dirà di rasarvi così da essere più ordinati, semplicemente ignoratela. Non so perché mi sto abbandonando a questo post frivolo e con pochi contenuti, ma credo sia perché ogni tanto è bello ricordarsi di essere vivi anche da questo punto di vista. Le esperienze dei sensi raccolgono fenomeni ammirevoli, tanto belli da nobilitare l’animo, e osservazioni non troppo intelligenti quanto piacevoli agli occhi. E in questa categoria sono incluse tutte le barbe del mondo. Ora che gli ormoni che ho nel sangue hanno fatto la loro comparsa su questo blog posso riposare in pace, consapevole del fatto che ho fatto la mia parte nella salvaguardia dei beni dell’umanità.

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Ci sono sempre due strade.

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Potrei iniziare questo post in due modi. Il primo sarebbe melodrammatico e sarebbe più o meno così:

“Piove. Piove così forte che sembra il cielo si sia arrabbiato. Butta giù lacrime di impotenza e frustrazione senza lasciare posto a lacrime di tristezza perché quelle sarebbero troppo dolci e senza forza. Forse il cielo mi ha preso a cuore e vuole tagliare la terra con lame d’acqua solo per farmi sentire meglio”.

Il secondo inizio sarebbe così:

“Non tutto ciò che ci accade può farci piacere, non tutto può lasciarci un gradevole sorriso attaccato al viso. Non tutto può incoraggiarci, ma tutto può forgiarci. Tutto può spingere i nostri passi verso una meta, e poco importa se ho cambiato meta. Un motivo ci sarà”.

Ecco, il punto centrale è il motivo. Immagino la mia vita come un puzzle, ne ho costruita una parte fino ad ora, ma ho davanti a me centinaia di pezzettini sparsi, tutti belli e colorati. Ne ho scelti un paio, ho provato a farli combaciare, ci ho sperato, ho aspettato, ma non sono voluti entrare. In un primo momento ho avuto un momento d’arresto, ho pensato al puzzle come un marchingegno malato, senza disegno. Poi ho capito che, semplicemente, ha bisogno di altri pezzi. Altrettanto colorati. Altrettanto utili, altrettanto fantasiosi. Ho scelto la seconda strada. Se vincessimo sempre non avremmo gambe abbastanza forti per rialzarci. Se vincessimo sempre non capiremmo mai chi è a terra e non sa chiedere aiuto.

Sono caduta, sono ancora a terra, ma a gambe incrociate, valutando il da farsi. Mi piace pensare che ogni porta si chiude perché sa già che preferisco i portoni.

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Conversazioni sterili.

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“Cosa vi porto ragazze?”
“Per me un succo di frutta alla pesca”
“Per me un caffè”.
Ha avuto inizio così la conversazione più sterile della mia vita, una conversazione tra ragazze che non vedevo l’ora finisse. Ci sono alcune persone, e ora parlo di ragazze in particolare, che si incastrano alla perfezione, che parlano seguendo un continuo fluire che fa le capriole tra argomenti seri e del tutto frivoli. Sono quelle conversazioni che fanno bene all’anima, che dopo ti fanno sentire piena, con le idee più chiare.
E poi ci sono conversazioni come queste. Io la definisco conoscente, lei mi definisce amica, credo ignorando molto del significato della parola. Una di quelle chiacchierate in cui puoi anche tacere, tanto per l’altra persona fa lo stesso. Sterile è il termine giusto. Non c’era il fluire, guardavo l’orologio così spesso che rischiavo di disintegrarlo con gli occhi.
“E quindi sto scrivendo la tesi…”
La guardo appoggiando il mento sul palmo della mia mano, la ascolto, ma in realtà solo un parte di me la sta realmente ascoltando. Guardo gli uomini con il giornale dietro di lei, ridono ad alta voce, indicano il di dietro della cameriera. Mi viene da strabuzzare gli occhi, li riduco a due fessure e penso alle loro mogli, alle loro figlie, magari della stessa età della cameriera.
Lei continua a parlare, non mi fa domande. La osservo. Bionda, occhi azzurri, occhiali, un portamento austero. Cammina così dritta che sospetto abbia portato il busto per anni ed ora ha la sua forma impressa addosso a caldo. Rimane in superficie. E le vorrei dire questo “Con me rimani in superficie”. Abbiamo tutti un mare dentro e tu consideri ognuno come pozzanghera, quindi non chiedi, non ti interessa, non ti immergi.
Gli uomini continuano a ridere, io continuo a pensare.
Invento una scusa, devo andare, devo disintossicarmi.
La saluto, le do le spalle e penso a disintossicarmi, penso a non diventare sterile anche io.
Chissà come si sente ora, lei.

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Le tue impronte su quello che sono ora.

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Mercoledì sera mi sono ritrovata a raccontare la storia della mia vita ad uno sconosciuto. Abbiamo parlato delle persone che sono entrate nella nostra vita, di quelle che poi sono uscite, di quelle che sono uscite solo in parte, di quelle che ci hanno fatto male e di quelle che hanno costruito qualcosa.
E parlarne è stato liberatorio, ero un flusso di parole evocatrici, un fiume in piena di immagini che portavano con sé odori, mani, ricordi, occhi, venti nuovi. E con il senno di poi, con il tempo ho imparato a mettere le cose in prospettiva, a riconoscere i meriti, a riassestare le colpe.
E vedo sul mio corpo le impronte di tutte queste anime che si sono fermate per più o meno tempo. Mi hanno modellata, mi hanno insegnato come volevo e come non volevo essere. E ora sono diventati una canzone, un film, un modo di dire, un pensiero che mi ruba un battito nel petto quando vedo questo o quello. Sono le righe della mia storia, le impronte digitali sui pori della mia pelle, e ringrazio chiunque abbia incontrato. Anche chi ho quasi odiato perché mi ha fatto disamorare di me stessa. Ringrazio tutti, ora che le cicatrici non fanno più male, ma sono visibili.
Inspiro ed espiro, vedo momenti che non fanno più male. Non mi piace il termine corazza, secondo me il vero coraggio e la vera bravura consistono nel mantenere una pelle morbida nonostante tutto. Solo la pelle morbida può essere permeata ancora da altre meteore, altre stelle, altre eclissi.
Morbida come le labbra, morbida come i capelli, morbida come galassie che si mischiano, si perdono.

Voglio avere un involucro morbido, ma mai malato, attento, ma mai disilluso.

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