Le tue impronte su quello che sono ora.

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Mercoledì sera mi sono ritrovata a raccontare la storia della mia vita ad uno sconosciuto. Abbiamo parlato delle persone che sono entrate nella nostra vita, di quelle che poi sono uscite, di quelle che sono uscite solo in parte, di quelle che ci hanno fatto male e di quelle che hanno costruito qualcosa.
E parlarne è stato liberatorio, ero un flusso di parole evocatrici, un fiume in piena di immagini che portavano con sé odori, mani, ricordi, occhi, venti nuovi. E con il senno di poi, con il tempo ho imparato a mettere le cose in prospettiva, a riconoscere i meriti, a riassestare le colpe.
E vedo sul mio corpo le impronte di tutte queste anime che si sono fermate per più o meno tempo. Mi hanno modellata, mi hanno insegnato come volevo e come non volevo essere. E ora sono diventati una canzone, un film, un modo di dire, un pensiero che mi ruba un battito nel petto quando vedo questo o quello. Sono le righe della mia storia, le impronte digitali sui pori della mia pelle, e ringrazio chiunque abbia incontrato. Anche chi ho quasi odiato perché mi ha fatto disamorare di me stessa. Ringrazio tutti, ora che le cicatrici non fanno più male, ma sono visibili.
Inspiro ed espiro, vedo momenti che non fanno più male. Non mi piace il termine corazza, secondo me il vero coraggio e la vera bravura consistono nel mantenere una pelle morbida nonostante tutto. Solo la pelle morbida può essere permeata ancora da altre meteore, altre stelle, altre eclissi.
Morbida come le labbra, morbida come i capelli, morbida come galassie che si mischiano, si perdono.

Voglio avere un involucro morbido, ma mai malato, attento, ma mai disilluso.

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La condivisione che fa male.

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La parola “condividere” significa dividere qualcosa con qualcuno, rendere partecipe qualcuno di qualcosa che proviamo o di qualcosa che ci è capitata. Ho sempre trovato questo verbo bellissimo, davvero, e ho sempre creduto nella condivisione come un ottimo mezzo, forse l’unico, per arrivare a conoscersi davvero.
Con l’avvento dei social questa parola così intima è stata spiattellata senza ritegno ovunque. Condividiamo dal piatto di pasta ai baci, ai regali, alle occasioni importanti.
Devo essere sincera, l’allarme è scattato qualche giorno fa quando la mia home di Facebook è diventata un cumulo di post di una persona che festeggiava il suo anniversario di fidanzamento. Un bel momento, non vi pare? Intimo, non trovate?
E condividiamo gli antipasti, e il primo, massì sono simpatici. Condividiamo la vista, ok, mozzafiato. Stop. C’è una linea. C’è sempre una linea nella condivisione, quella tra la sfera pubblica e la sfera intima resa ingiustamente, inadeguatamente pubblica. Condividere certi baci, certe sorprese, certi sguardi intimi è una violenza verso il mondo degli innamorati, quello dove possono vivere solo loro, quello dove nessun mi piace, nessun commento, nessuna emoticon dovrebbero essere ammessi.
Una sorta di luogo sacro.
Non fraintendetemi, mi piacciono le foto di coppia, soprattutto quelle simpatiche. Che poi quando c’è affinità si vede subito, la immortala anche una macchinetta, è nell’aria.
Ma quei momenti. I momenti a lume di candela, quelli delle frasi sussurrate, quelli delle promesse scambiate anche senza parole, quelli non si immortalano con uno smartphone. Non si pensa nemmeno a prendere uno stupido telefono.
Condivideteli con chi amate, usate milioni di parole o semplicemente fate parlare lo scintillio dei vostri occhi, ma non li svilite su dei social, non li esponete alla gente, hanno bisogno di un ambiente pulito.

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Granita al melone.

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Un pomeriggio d’estate un ragazzo e due ragazze si riuniscono in un caffè della città. Tre granite al melone.
Parlano come chi sa che sta per perdere l’uso della parola e decide di approfittare di ogni singola parola rimasta. Parlano e si sorridono, si lanciano sguardi affini, testimoni di esperienze passate. Conoscono la luce dei loro occhi così bene che sembra tutto così naturale, ogni parola, persino ogni paura.
Ed è tutto fuori dalla città, fuori dal tempo. I loro racconti sono sospesi da qualche parte tra l’Irlanda, il Belgio e chissà dove.
Le granite sono finite, ma la compagnia non lascia il liscio tavolo di legno che traballa sotto il peso dei gomiti che si poggiano sulla superficie.
Il cielo è azzurro, le nuvole bianche scorrono lente e non esiste più niente, come se quell’attimo dovesse allungarsi e prolungarsi, senza mai diventare futuro.
Alcuni pomeriggi vanno così, l’essenziale consuma la durata, gli attimi si rincorrono frenetici e lasciano uno strano senso di nostalgia, una sorta di malinconia edulcorata.
“In bocca al lupo, Claudio”. E i ragazzi si abbracciano, si scambiano auguri, benedizioni, incoraggiamenti che si concretizzano solo a mezz’aria, quando iniziano a crederci un po’ tutti.
Inizia a soffiare un po’ di vento. Chissà da dove viene, chissà dove se ne va.

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#LikeAGirl.

likeablog

Prima di leggere questo post vi invito a guardare questo video cliccando qui

Purtroppo ho trovato il video solo in inglese, ma per coloro che dovessero avere difficoltà riassumo in breve il contenuto. Quando si usa l’espressione “come una ragazza” la si usa quasi sempre in maniera dispregiativa, come ad indicare un modo di fare le cose un po’ ridicolo, goffo, quasi isterico. Nella prima parte del sondaggio viene chiesto a delle giovani donne cosa voglia dire correre come una ragazza, combattere come una ragazza, lanciare come una ragazza e tutte rispondono esattamente seguendo gli stereotipi. Adeguandosi al pensiero comune e facendolo loro, facendone quasi un vanto.
Nella seconda parte del video la stessa domanda viene posta a delle ragazzine e, senza indugiare, loro corrono come corrono anche i ragazzi, combattono mettendoci muscoli e intenzione, lanciano con lo slancio del braccio guidato da uno stimolo ben deciso. Una di loro afferma “correre come una ragazza significa correre più forte che puoi”.

Quando abbiamo iniziato a considerare, a considerarci uno stereotipo? Quando ce l’hanno fatto credere? Siamo circondate dai miti sulle donne che risultano buffe in questa o quell’altra cosa. La gente ha più scrupoli a pubblicare una vittoria scientifica di una donna, una scoperta, piuttosto che un litigio surrogato in quei programmi da quattro soldi, o cosce e addomi strizzati in bikini. Quando abbiamo iniziato anche noi a considerarci così?
Quasi come se sentissimo che non c’è sfida, non c’è storia, noi siamo brave in altro. Certo, ognuno ha le proprie attitudini innate, ma da quando “come una ragazza” o, peggio ancora, “come una femmina” è diventato sinonimo di gallina? Non che non ce ne siano, ma perché prendere loro in rappresentanza della categoria?
Ma, soprattutto, perché quando una donna fa qualcosa di bello, forte, sensato, intelligente, coraggioso, allora si pensa comunemente che quella donna abbia gli attributi (maschili)?
In quello che sembra un complimento c’è del sessismo latente?
Io scrivo come una ragazza perché sono una ragazza. Io penso come tale, agisco come tale, e mi piace pensare di avere coraggio come tale, sensibilità, istinto. E dunque.
A voi le conclusioni.

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My kind of Sunday.

fiorellini

Currently listening to Tee shirt

Io amo la domenica. Ho le mie abitudini, i miei tempi, i miei momenti, e la domenica è piena di tutto questo. Inoltre la canzone che ho postato qui in alto (vi basta cliccare su “tee shirt”) è diventata il mio nuovo mantra. La ascolto ripetutamente da giorni e non me ne stanco mai. Il suo ritmo ha scandito il ritmo di questa piacevole giornata soleggiata che porta via con sé tutti i mali della settimana, li affoga nell’odore del pranzo, nell’aroma del caffè a fine pasto, nella sveglia che riposa beata senza l’ordine di suonare.
Il tempo rallenta, si dilata e si moltiplica come bolle di sapone colorate e ogni ozio, ogni mancanza di attività è giustificata da questa bella parola, domenica.
Ho finito “Il velo dipinto” ed è stato uno di quei pochi libri che mi ha lasciato un sapore strano in bocca. Non è uno di quelli che odi o ami, è uno di quelli che non sai dove sta andando, e per questo lo leggi divorando periodi, punti e virgole. A trenta pagine dalla fine ti rendi conto che forse la fine sarà una non fine. Non saprei spiegarvelo, ma nel complesso lo rileggerei. Sullo sfondo una meravigliosa Cina fatta di colori iridescenti, risaie e, purtroppo, colera. Un amore che non è amore che porta ad un adulterio che si rivelerà sterile di fatti, ma avvolto da parole di zucchero. Uno zucchero che fa solo male ai denti e ti lascia la gola riarsa.
Ho imparato ad amare dei personaggi e ad odiarne altri, qualcuno l’ho capito fino in fondo, ho compatito il suo dolore, qualcun altro l’ho lasciato alla penna dell’autore, del tutto indifferente alle sue sorti.
Ritornando a me. Questa domenica mi tinge i pensieri di fresco, di pulito, li colora di una risata infantile, quella delle bambine che giocano nel terrazzo accanto al mio. E loro urlano, scappano, si prendono, si bagnano. E la vita è tutta lì, nel profumo di un fiore che si fa sempre più bello, nel gatto da rincorrere, nell’altalena che cede al movimento delle loro gambe che l’accompagnano. E dovrebbe ancora essere così. E invece sembra tutto più complicato, più importante, di più, di più. Stupidi noi, poveri noi.

Ma oggi è domenica, tutto è concesso, anche andare a raccoglier fiori e far finta di non avere ventun anni, non avere un’età, non avere nulla, solo una bella anima senza tempo e senza nome.

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Per me è no.

ohok

Spesso in vari concorsi una delle regole è quella di specificare dieci fatti su di noi, o dieci cose che ci piacciono. Alla fine di queste descrizioni sembriamo tanti esserini adorabili con tanti amorevoli vezzi. Sicuramente saranno tutte cose vere, ma diciamoci la verità, quante sono le cose che in realtà non sopportiamo?
Ci pensavo oggi, stesa a letto mentre leggevo il mio nuovo amore letterario “Il velo dipinto”.
E così ho sentito il dovere morale di mettervi al corrente delle cose che più non sopporto:
1. Il rumore delle nocche quando vengono fatte risuonare fastidiosamente e producono quel suono che mi entra nelle orecchie e mi fa sentire come se parti del mio corpo stessero cadendo a pezzi.
2. Il caldo. Specialmente quando devo studiare e non un alito di vento buca la mia debole tenda che continua a rimanere tristemente immobile, testimone del mio fardello.
3. Le persone che vivono tutto come una competizione. Anche la scelta del panino al McDonald’s.
4. I pessimisti, quelli che il mondo sta andando a rotoli e non c’è niente che tu possa fare per salvarlo o per salvarti. Quelli che ogni cosa è impossibile e quindi meglio vivere nel bugigattolo della loro triste mediocrità.
5. Quelli che cercano di fare ironia, ma senza ottenere il risultato sperato. Quelli mi danno sui nervi. Sono coloro che danno il loro giudizio o la loro informazione a metà, per non sbilanciarsi troppo, per farti capire che stanno usando del sarcasmo, ma che per il tuo bene si stanno contenendo. Ecco io quelli li eliminerei proprio.
6. Il formaggio. Lo so, lo so, molti adesso mi odieranno, ma è più forte di me. Non ce la faccio.
7. Gli stalker. Quelli che ti chiedono informazioni su dove, quando, come e con chi, pur non avendone il diritto. Quelli che si credono furbi facendo domande a caso che sperano passino inosservate. Fidatevi, ce ne accorgiamo subito. E ci irritiamo.
8. Quelli del “Com’è andato l’esame?” “Tutto bene, grazie!” E uno pensa che la risposta sia finita lì, e mentalmente appunti la gentilezza ricevuta, per poi sentire “Sì, ma quindi con che voto?” E certo.

Per ora, ma solo per ora, è tutto. Sono consapevole che appena pubblicherò questo post la lista mi verranno in mente milioni di altre cose che danneggiano i miei nervi.

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High Hopes.

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Le note dei Kodaline mi fanno compagnia e muovo la testa, piano, secondo il loro ritmo. La voce vellutata del cantante mi muove le dita partendo dal petto. Fuori il sole splende e dalla finestra spuntano dei ciliegi in fiore. Se fosse per me passerei la vita tra universi di carta ed inchiostro. Mi è successo ieri alla Feltrinelli, mentre annusavo, toccavo, sfogliavo e rigiravo libri tra le mani.
Milioni di vite impilate o esposte su scaffali bianchi. E hanno un potere così specifico, uno di quelli che va dritto al cuore, perché sono fermamente convinta che ognuno di noi colga solo quello di cui ha bisogno nei libri. Un po’ come al supermercato: c’è tutta la merce esposta, ma ognuno si dirige dove deve, dove può.
Penso alle strade della mia città, alcune piene di sanpietrini scomodi e sconnessi, percorse e ripercorse con sandali, Converse, ballerine, stivali e tacchi. Penso ai posti che ho visto e che mi hanno vista, penso alla mia storia su di loro. Una storia che non fa più male.
Penso al ragazzo della gelateria che mi regala sempre un piccolo cono con la Nutella che appoggia in cima alla panna montata, come se non fosse abbastanza.
Penso al lungomare di Napoli, a Castel dell’Ovo, al mare. Penso ai miei posti, i miei lividi, le mie Polaroid mentali. I percorsi del cuore e della città si confondono in un groviglio di corpi e di risate.
E penso alle grandi speranze, quelle che ti fanno avvilire e ti danno forza nello stesso momento. Qualcuno mi ha detto che la differenza tra un sogno e un progetto è una data.Io ho la mia.

But I’ve got high hopes, it takes me back to when we started
High hopes, when you let it go, go out and start again
High hopes, when it all comes to an end
But the world keeps spinning around

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