Profumo di pane.

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Prima di iniziare a leggere consiglio vivamente di ascoltare “Falling Slowly” di Glen Hansard e Marketa Irglova, tratta dal film Once. Vi prego spendete questi trenta secondi per cercarla e poi continuate a leggere. Grazie!

Ho vissuto con i miei nonni per circa dieci anni. Dieci anni fatti di prime volte: prime pappe, prime cadute, primi tuffi, prime ginocchia sbucciate, primi giorni di scuola, prime feste di compleanno, primi denti che cadono e ricrescono, prime interrogazioni, primi giocattoli. E non importa se ora viviamo in città diverse, non importa mai quando si è condivisa una fetta così importante di vita. Ci pensavo mentre ero affacciata al loro balcone, in questo tardo pomeriggio autunnale. La bellezza dell’affetto che si protrae negli anni, l’eternità di legami come questo mi lasciano sempre avvolta in una nuvoletta azzurrina di felicità. Non è euforia, quella è questione di un attimo, poi svanisce. Questo tipo di felicità è legato ad una certezza, e quindi non scolorisce mai.
Ci pensavo mentre l’aria si riempiva del profumo di pane sfornato dalla panetteria sotto casa. E gli odori si mischiavano ai cieli rosa e arancio, all’aria impregnata di un autunno ancora senza pioggia, al profumo della pastiera fatta in casa.
Qualcuno ha detto che sono complessa e io non so dargli torto. A volte ho certi gomitoli conficcati al centro del petto e faccio fatica a spiegarli a me stessa, figuriamoci a qualcun altro. Ma in quella casa, con quel cielo, quel profumo, sentivo di essere così semplice. Semplice da leggere, da capire. Semplice.
Non importa la vita, non importa il futuro, non importano più i luoghi. Certi posti saranno sempre casa. Certe persone saranno sempre i miei posti.

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Nostalgia, amica mia.

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Stasera non ho tanta fantasia, e quindi il titolo l’ho buttato così, senza pensarci troppo. Ascolto delle vecchie canzoni francesi mentre ho deciso di fare un gesto estremamente masochista poco fa: leggere tutte le mail, lettere, bigliettini, ogni cosa che mi ricordasse un amore passato. Non è stato un gesto intenzionale, o meglio l’intenzione di continuare ovviamente c’è stata, ma non quella di iniziare. Mi sono ritrovata nel vortice dei ricordi, e quando entri in un vortice sei trasportato, ti lasci fluttuare, poi prima o poi vai a sbattere contro qualcosa e ti maledici per esserti fatta prendere da questo sentimento senza nome.
Io e la nostalgia siamo vecchie amiche, la trovo molto dolce a volte, poetica quanto basta, dolorosa ma senza sangue. Stasera invece è una nostalgia diversa, un po’ più consapevole, come a dire “non c’è tempo per le lacrime da ragazzina”, e quindi mi lascia gli occhi velati, carichi di ricordi che giacciono nel profondo senza prendere la polvere.
Sono gelosa di ognuno di loro. Me li tengo tutti stretti, anche quelli che sono stati lame. Con il tempo si smussano gli angoli, non tagliano più, luccicano di una brillantezza pericolosa, quella propria di chi un tempo era abituato a tagliare. E non so come si fa a lasciare andare. Non l’ho mai imparato per bene, a un certo punto era solo una questione di sopravvivenza.
Ognuno di quei biglietti è il fermo immagine di una persona che non esiste più. Non in quei termini, in quei modi. Sono oggetti sacri, hanno troppa vita appesa addosso. Una vita non più mia, ma pur sempre vita.
E doveva andar così. E la nostalgia non è poi tanto male. E neanche le canzoni francesi. E nemmeno io che penso che vorrei guardare le stelle. Ah, le stelle.

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Due uova, quattro cucchiai di farina e due di zucchero.

teacrepes

Finalmente oggi ho sentito l’autunno per la prima volta. Le temperature si sono abbassate e la mia voglia di fare la donnina di casa si è alzata. E cosa fa una brava massaia in questi casi?
Ovviamente prepara crêpes con impasto al cioccolato guarnite di Nutella da accompagnare con un tè ai frutti rossi.
Lo so, lo so, mio marito sarà grasso e felice. La cucina era illuminata da un sole prezioso, mai prepotente, e il cielo aveva un non so che di particolarmente cristallino.
Mischiavo farina, uova, zucchero e cacao amaro mentre parlavo con mamma del futuro. E giravo le crêpes in padella pensando a dove sarò tra qualche mese. La domanda è “ma si sa dove sarò?”
E attualmente nessuno ha una risposta.
Una mia amica ha fatto un paragone bellissimo: mi ha detto che fino ad ora ho guidato un treno, andavo veloce, ma i binari guidavano il sentiero, erano due linee guida belle nette; oggi invece guido un aereo, sono soggetta a turbolenze, non vedo binari, ma sto prendendo quota per andare più lontano.
E forse l’incertezza è la parte più bella di ogni sogno che prende forma. Qualcosa arriverà prima o poi, nel frattempo faccio dolci e dolcetti, vi scrivo e vi leggo. Mi raccontate di come i vostri aerei hanno preso quota o lo stanno facendo o lo faranno? Mi raccontate di come state plasmando i vostri sogni?
Mando una crêpe a tutti voi.

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Tutto può cambiare.

beginagain

Andare al cinema da soli può essere la cosa più bella del mondo. Ti siedi lì e per centoventiminuti non devi dar conto a nessuno dei possibili singhiozzi che ti scapperanno. E stasera ero in una sala con altre sei persone a vedere un film che mi ha lasciata quel senso di meraviglia addosso anche molto dopo la fine. Il film si chiama “Tutto può cambiare”, in inglese “Begin Again” che secondo me rende molto di più l’idea di ciò di cui si parla. La pellicola parla delle opportunità della vita, delle batoste e delle cose belle, di come ci si cura tutti a vicenda, ci si lecca le ferite cercando di tenerci tutti in piedi. Parla anche di dignità, quella che entra in gioco solo quando si è pienamente e completamente consapevoli di se stessi.
E mi fa ridere come, alla fine dei conti, sia sempre il più rotto di tutti a cercare di aggiustare gli altri. E una delle canzoni presenti nel film è As time goes by di Frank Sinatra, e io penso subito ai film in bianco e nero, a Audrey Hepburn e alle luci per le strade. Penso a tutte le anime che ci sono dietro le luci accese che vedo ritornando a casa. E torno a casa proprio con questa canzone in testa, fortuna che ce l’ho sull’mp3.
E spero che anche la mia vita sia così imprevedibile, spero anche io di essere una stella persa e poi ritrovata. Questo film è per chi non si aspetta più niente, per chi se ne vuole andare.
E poi diciamoci la verità, insieme al biglietto noi compriamo sempre anche un pezzo di sogno, quella sensazione che speriamo di portarci addosso anche dopo. E ce l’ho ancora tra i capelli, sugli auricolari, sulle labbra.
Mi aspetto un colpo di scena. E sarà anche un po’ scemo, anzi sicuramente, ma chi decide cosa è da film e cosa è da vita vera?
Stasera mischio le carte e spero gli elementi si mescolino talmente bene da vincere l’equivalente dell’Oscar nella vita vera.

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Dall’altro lato dello specchio.

Mirror

Spesso mi domando come sarebbe vivere dall’altro lato dello specchio. Vedermi dall’altro lato, intendo. Cosa potrebbe succedere? Potrei essere meno severa con me stessa, potrei capire che certi pensieri sono solo nella mia testa e, chissà, potrei persino voler essere me.
Cosa si prova ad essere il supereroe di se stessi? Cosa si prova a pensare sempre di potersi tirare fuori dai guai?
Così quando sta per arrivare l’ultimo minuto e non è ancora successo nulla si sa che non si deve aspettare nessuno, se non se stessi. E saremmo tutti a prova di criptonite, a prova del nostro buio, a prova degli altri.
Che si prova ad avere un costume cucito addosso, con uno stemma scintillante sul petto e la coroncina da Wonder Woman? Però non so se l’assenza di paura mi renderebbe migliore. Spesso è stata la paura il pulsare della mia crescita. Grazie al buio mi sono seduta a gambe incrociate sul pavimento pensando alla luce. Bisogna essere così schifosamente umani per capire di che materiale può essere il nostro costume.
Le imperfezioni sono il motore, i limiti evidenti sono dei post-it attaccati alla fronte che ci ricordano da dove veniamo e dove vogliamo andare.
E questo messaggio è per tutti quelli che vorrebbero stare dall’altra parte dello specchio per un po’, per quelli che hanno perso (momentaneamente) il loro super potere.

C’è un’espressione inglese che recita: hang in there e significa “animo, coraggio, stai su”. Vi regalo questo post-it. Ora attaccatevelo alla fronte.

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La primavera dell’autunno.

autumn

Ogni stagione ha la sua nascita, anche se è comune pensare che la primavera sia la regina delle nascite. In effetti la primavera colpisce i sensi con i suoi boccioli e il suo timido e inesorabile rigoglio, ma ultimamente sto sviluppando un’affinità per l’autunno. Ho una lista di cose che amo di questa stagione:
– il rumore delle foglie secche quando il vento le muove o quando vengono calpestate
– l’odore della pioggia sulla terra bagnata
– le sciarpe
– il giallo che si perde nell’arancione che a sua volta si smarrisce nel rosso
– il fatto che per la prima volta, in autunno, non ho un piano
– comprare il tè in un posto bellissimo con tante giare tutte verdi. Ogni tè ha la sua etichetta, e puoi odorare tutti quelli che vuoi, perderti negli aromi e nelle tazzine di porcellana e solo dopo scegliere tu la quantità e il tipo che preferisci. Attualmente il mio preferito si chiama Elizabeth.
– il calore di casa

breakfast

october

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Germany here she comes.

hereshecomes

Salutare qualcuno prima che parta per un periodo di tempo abbastanza lungo fa sempre un certo effetto. Figuriamoci quando è una delle tue migliori amiche. Fa capolino quella sensazione alla bocca dello stomaco, quel nodo che si propaga alla gola. E lo capisci solo dopo. Dopo aver straparlato di tutte le cose belle, nuove e felici che accadranno. Te ne rendi conto quando si esaurisce la dose di entusiasmo e ti ritrovi aggrovigliata in un abbraccio che non ha parole.
Ci vediamo presto“. E sai che in quel presto sono incluse mille assenze, ma sai anche che l’amicizia sa trasformare i chilometri, li cambia e li modella, li riduce a icona lasciando la sostanza come sfondo.
Penso al primo giorno che ci siamo conosciute, in quarta elementare. Penso al nostro modo di parlare, alla cartoline mandate, ai suoi occhi color nocciola chiarissimo. Io la vedo per com’è: brillante. La vedo coraggiosa come solo chi insegue un sogno sa esserlo. La vedo già un chirurgo. E l’ho capito fin da subito. Certe cose si sanno, ti riempiono il petto di orgoglio e lo sai già come andrà a finire.
E allora un altro abbraccio. Altre raccomandazioni. Altre iniezioni di coraggio liquido. Altre confessioni.
Il tempo sembra un tiranno che ruba i secondi, che nasconde il sole, che fa venire il giorno dopo con la velocità di un fuggiasco. Ogni sognatore corre un rischio, conserva un velo di tristezza nel cuore, mette da parte qualcosa. E lei lo ha fatto. E io lo farò. Però ho capito che anche ai bivi ci si può portare dietro qualcuno. Noi ci portiamo a vicenda. E quindi, Germania, trattala bene. Non crederle sempre quando dice che sta bene.
Dalle il suo tempo, sii premurosa. E quando ti dirà addio regalale consapevolezze ed esperienze, regalale ciò che non può avere qui.

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