Dissonanze sotto la pioggia.

rain

Ho sempre pensato che la nostalgia, l’assenza, la mancanza fossero sensazioni che esplodessero dentro. Incendi che squarciano il cielo sereno della routine, piogge che ti lasciano inzuppato come una foglia scossa dal vento d’autunno. E invece, nel mio caso, non è successo assolutamente niente di tutto ciò. Ero lì, a pranzo con una decina di persone, captavo i suoni di una nuova lingua che sta già diventando un po’ più mia, ascoltavo le risate di chi si sente in famiglia e, lì, dal nulla, senza nessuna ragione apparente, è arrivata la mia pioggia silenziosa. L’ho sentita cominciare dentro, e ho finalmente elaborato la mancanza di mia mamma, di casa, delle domeniche tutti insieme, della cucina impregnata di frittura, dei dolci nel frigorifero.
Ho sentito le loro voci mentre la pioggia mi ricordava che sono solo umana, che non ho il controllo di tutto.
Diverse ore dopo ero ad una festa di quartiere, il tastierista era già senza maglia, l’odore di sardine mi entrava nelle narici, il sole mi impediva di guardare l’orizzonte, la gente ipercolorata stonava con la mia pioggia. Quei colori stonavano. Era una melodia fatta di dissonanze.
E intanto la pioggia e il vento del mio autunno continuavano a ricordarmi i profumi di casa. Anche il parato a fiori di camera mia. Anche la luce arancione del tramonto dalla mia finestra.
E mia mamma che prepara i dolci alle ore più improponibili.
E lei sul divano che mi chiede di stare lì.
E le battute di mio padre che non fanno ridere.
E mio fratello che urla solo per farmi irritare.
Le cose che sembravano dissonanti prima sono una bellissima melodia adesso. E mi aspettavo di avere dei ricordi elaborati e toccanti, e invece mi sono rimasti questi qua: piccoli, piccoli, così normali da passare inosservati, posati in un angolino. Ed eccoli lì, inizia a piovere e loro si lasciano bagnare, si lasciano ricordare, si fanno vivi.
Intorno c’è il sole, la musica, le urla dei bambini che si rincorrono, i sorrisi delle ragazzine che guardano di sottecchi quello carino.
Dissonanze, e solo dissonanze.

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Vi porto a… festeggiare con me!

santos

Giugno a Lisbona significa Santos, ovvero un mese di festeggiamenti il cui picco viene raggiunto il 13 giugno per la festa di Sant’Antonio. Lisbona è una città che conserva l’animo di un paese, e questo è uno dei suoi pregi più autentici. L’aria è diversa per le strade, ogni quartiere ha degli addobbi diversi, dei filamenti fluorescenti che si estendono da un balcone all’altro, bancarelle disposte ordinatamente in ogni angolo libero, camioncini dai colori improponibili, variopinti e vivaci come il più incantevole e insolito uccello tropicale. E i commercianti sorridono, intenti a preparare altre sardine, altro pane con chouriço, altra birra, altro, altro. E per due euro puoi avere una birra e un panino, il sorriso made in Portogallo è incluso nel prezzo. Anche i ristoranti diventano più informali e aggiungono tavolini sul ciglio della strada, distribuiscono pietanze come se ci si trovasse in famiglia, e non in un luogo pubblico. E il quartiere più incantato è anche il più antico: Alfama. Stradine strette e tutte in salita, muri che riflettono la luce magica della città e casse che urlano orgogliose e in festa canzoni vivaci che fanno ondeggiare le ragazze, mentre muovono i piedi e la birra a ritmo di musica. E quando i colori sembrano essersi assestati, quando gli occhi si sono abituati a quelle continue esplosioni, ecco sbucare da un vicoletto in penombra un gruppo di ragazzine adornate da bellissimi costumi tradizionali. E ancora altre, ed altre. Squadre diverse, costumi diversi. C’è una marcia, la marcia dei quartieri, una competizione in cui ogni quartiere, insieme al proprio stemma e al proprio costume, si esibisce in una delle strade principali, Avenida da Liberdade, in danze e canti popolari. E la folla si accalca, si appoggia alle transenne mentre contempla lo spettacolo. E le più piccole sognano già il giorno in cui potranno indossare quel costume mentre grandi e piccini le guarderanno sfilare con i loro corpetti di strass e pietre colorate.
E il buonumore chiama altro buonumore, si battono le mani a ritmo di musica, si prende un’altra birra mentre si mangiano ciliegie succulente. E la città non vuole andare a letto, e così anche il cielo l’aiuta. Sembra non ci sia buio in questa sera che sa quasi d’irreale. Solo musica, e pietanze calde, e grida, e colori, e danze, e sorrisi. Si dovrebbe vivere solo così, stupendosi di quanti colori possano esistere nel mondo, di quanto buono possa essere un panino, di quante persone possa contenere un quartiere fatto di pietre e storie antiche. Se possiamo fermare un ricordo possiamo fermare un po’ il tempo.
Ed ecco il fermo immagine perfetto della mia Lisbona senza tempo.

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Vi porto a… mangiare choco frito!

kayak

Ci sono fine settimana in cui tutto quello che ho bisogno di fare è restare a letto a sentire i miei muscoli oziare mentre mi crogiolo nel più sacrosanto dolce far niente. In quei tre giorni mi riservo la possibilità di essere una completa ameba senza sentirmi minimamente in colpa. Ma, per fortuna, sento anche il bisogno di fare qualcosa di diverso. In questo caso una di quelle cose che mentre la fai dici a te stesso “mai più”, ma poi quando completi la grande missione ti senti rinato (molto metaforicamente parlando, il tuo corpo in realtà vuole solo tornare a fare l’ameba).
Per farvela breve, ieri sono andata a fare kayak a Setubal, per la prima volta nella mia vita. Nessuno ti dice che ci vuole un training apposta per l’occasione, e così tu, come me, inizi pieno di fiducia e speranza la traversata di 3 kilometri e mezzo che ti separa dall’altra riva del fiume. Il vento nei capelli, il sole sulle gambe ancora chiare, le mani strette intorno a quel remo. Tutto pronto. Si parte.
Prendere il ritmo richiede un po’ di tempo, almeno se il vostro livello di partenza è zero come il mio. A metà strada vi sembrerà già di aver attraversato l’Oceano Atlantico e avrete un forte desiderio di lanciarvi dal kayak e raggiungere a nuoto, magari anche solo galleggiando, l’altra riva. Ma questo non è possibile, nel caso ve lo stiate chiedendo, e la vostra guida non ve lo permetterà. Ad un certo punto, ingenuamente, chiederete come si chiama la città sull’altra sponda. “Troia”. “Sorry?!” “Troia”. Sì, la città si chiama Troia e altre quindici persone che remano al tuo fianco gridano emozionate “Estamos quase à Troia!”
Ridere mentre si cerca di remare non è una buona idea.
Finalmente terra, sabbia, insomma un luogo in cui non si deve più remare. La sabbia chiara, il sole non troppo prepotente, una palla e quattro chiacchiere in un mix di lingue.
“Avete mezz’ora, poi si torna indietro”.
Ok, mi dico, mezz’ora per lasciar riposare le braccia. Non può essere così difficile il ritorno. E mentre questo pensiero nasce timido nella mia mente, un vento si alza ed increspa le onde del fiume. E così i nemici diventano due: le onde da combattere e il tuo corpo che vuole abbandonare la corsa già dopo venti minuti. Ed è stato in quel momento che ho pensato a me stessa come all’ultima sopravvissuta nel mezzo di una tempesta. L’unico modo per salvarmi è remare, portarsi a riva. Lo so, è stupido, ma la mia mente aveva bisogno di stimoli surreali.
Scorgo le prime persone a riva, vedo la sabbia, le case. Ci siamo. Mi trascino fuori dal kayak e mi lancio sotto la prima doccia mentre commento con gli altri le nostre più o meno scarse doti.
E che si fa ora?
Ma naturalmente si va a mangiare. E cosa mangi a Setubal? Semplice: choco frito. In due parole, seppie impanate e fritte da mangiare con qualche goccia di limone e patate fritte. Ma non pensate alle nostre seppie, piccole, carine, quelle con cui condiamo anche la pasta. No, questo choco è enorme e, di conseguenza, ogni pezzo è bello consistente e, secondo il mio gusto, saporito. Da quanto ho capito mangiare choco frito a Setubal è un must. Se non lo fai non sei nessuno e il tuo viaggio fin lì è stato inutile. Questo spiega perché la cameriera, appena ci vede seduti domanda:”Quindi choco frito per tutti?”
Come se qualche pazzo potesse ordinare qualcosa di diverso. E tu di certo non vuoi essere quel pazzo.
E l’ambiente è così alla mano: un tavolo enorme ricavato al momento unendo tanti tavolini, tovaglia di carta a quadretti bianchi e rossi, cameriere con la spilla “I love choco frito”, e sedici tra ragazzi e ragazze con i capelli umidi, un asciugamano addosso e le braccia stanche.
Lo consiglio? Decisamente sì. Tutto, il sudore, i muscoli che si ribellano, gli stimoli surreali, la contentezza di essere andati a Troia, il cibo, le conversazioni con perfetti sconosciuti.

Ed ora che siete venuti con me a mangiare choco frito, dove ce ne andiamo?

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Gli invisibili.

Ci sono alcune persone che stanno sullo sfondo e nessuno sembra notarle. Se ne stanno lì, a fare sacrifici, a tenere duro e a confondersi come camaleonti. E la gente non fa caso a questo tipo di camaleonti sociali.
Oggi voglio parlare di due persone in particolare, anzi tre. Della prima non conosco il nome, so che è brasiliana ed ha un sorriso da bambina. Lavora qui in ufficio e si occupa della pulizia della cucina. La vedo mentre sgattaiola furtiva nella cucina comune, mentre nessuno la guarda. Si muove rapida e pulisce ogni cosa con precisione. Abbassa lo sguardo quando le sorrido e le dico “Bom dia”. Risponde con un sorriso cordiale, ma gli occhi sono già altrove. Ha la fede, e la immagino sposata, immagino il viaggio dalla sua terra natale al Portogallo, un viaggio di speranza e di sogni. E magari anche di debiti per pagarsi il biglietto, il visto, una casa provvisoria. Ha le guance paffute. Chissà dove vive, come vive.
Il secondo camaleonte ha i capelli ricci, molta pazienza, e nessuno la vede. È sempre lì, dalle 7 del mattino, lavora laboriosa al suo pc, sorride, saluta. E nessuno la vede.
Eppure basterebbe così poco, una domanda, un appiglio, un gancio lanciato per portare un po’ di conversazione a galla, qualche storia.
Il terzo personaggio di cui parlerò lavora quando è ancora buio, quando in ufficio non c’è quasi nessuno, tranne me e il malcapitato di turno, molto stanchi e pieni di sbadigli sulle bocche.
Toglie la polvere, spazza, ascolta la sua musica nel segreto delle sue orecchie. La prima volta che l’ho salutato mi ha guardata con aria interrogativa, come se fosse strano che qualcuno gli augurasse un buongiorno, e non il contrario.
Lui sta lì, si alzerà quando il sole dorme ancora, avrà dei sogni che chiedono denaro,e magari chissà, starà risparmiando per questo. Per un viaggio. Un altro lavoro. Un amore. Chi lo sa.
E anche lui se ne sta lì, e nessuno lo vede.

Perché non vediamo? Perché lasciamo le persone sullo sfondo? È davvero questo che siamo diventati o, in realtà, lo siamo sempre stati?

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Ritorni e partenze.

partenze

Tornare in Italia è sempre emotivamente più complicato di quello che immagino. Penso sempre sia semplice, mi immagino il soggiorno in patria come una piacevole vacanza dalla quale tornerò felice e riposata. E invece tornare a casa significa sempre ricordarsi ogni giorno cosa si lascia: il profumo di casa, la voce familiare della mamma, i luoghi del cuore, le amiche che condividono con te episodi incriminanti. E se tornare mi ricorda cosa ho di più bello, restare mi ricorda anche cosa non ho. Mi ricorda lo spazio che non ho per coltivare i sogni, per coltivare un po’ di futuro, qualche strumento in più. Coltivarmi una possibilità.
Ma tutte le motivazioni si sciolgono quando saluto i miei genitori in aeroporto. E non versiamo una lacrima, ma mamma si tradisce mentre faccio la fila per i controlli. Non avrei dovuto girarmi.
E i primi giorni sono i peggiori, sembra che tutta la routine costruita in sei mesi non regga più. Sembra tutta una farsa, una messa in scena, e tutto sembra urlarmi “ma perché non torni a casa?”
L’aria portoghese mi si rivolta contro con profumi diversi e io mi sento di nuovo estranea. Ma poi qualcosa succede. Qualcuno si accorge che sono triste. Qualcuno me lo chiede per poi rispondermi “But you have us” e allora un piccolo focolare si riaccende in mezzo al petto. Gli occhi riacquistano la capacità di riconoscere volti amici. La mente riacquista la capacità di fare piani, il cuore mette la scintilla dove ci sono solo scartoffie.
Ed è come un livido. Resta lì, ma poi cambia colore e non fa più male.
E penso alle parole di mia mamma sussuratemi all’orecchio:”Non sarà per sempre, vero?”

E me lo prometto silenziosamente con un appunto sul cuore. Non sarà per sempre salutarla dopo pochi giorni. Ma oggi no, oggi devo perdermi un po’, sguazzare nella nostalgia mentre conosco e mi conosco.
Ma no, non sarà per sempre. Come niente, del resto.

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Nella penombra.

nella penombra

Fondamentalmente sono una persona solitaria anche se so stare in mezzo alle persone. Ci pensavo oggi in ufficio e anche ora, mentre do un’occhiata alle verdure sul fuoco. Sono congelate, ora non vi impressionate e non pensate che abbia iniziato a cucinare davvero cose che richiedono abbastanza tempo. Sono solitaria per scelta, ma a volte anche per una necessità interiore. È come se avessi un timer, un orologio con il suo ritmo imperfetto dietro la nuca, come quei meccanismi usati per i carillon. Quando la corda si esaurisce bisogna lasciarlo un po’ a riposo,e così mi ritrovo da sola anche nel mezzo di una compagnia. Lo sguardo un po’ perso, concentrato altrove, come quando abbasso un po’ le persiane e mi godo la penombra. Ecco ogni tanto ho bisogno di stare all’ombra della mia anima, a pensare, a guardarmi, a guardare, a contare.

E all’ombra di me stessa ho visto tante persone andare e venire, e ho imparato a disconnettermi silenziosamente, a cercare di capirmi, a cercare di capire. E nella stessa penombra ho deciso di continuare gli studi, qui. Un’altra sfida. Lavorare e studiare cercando di continuare ad avere una vita. E non ho nemmeno mezza idea sul come farò, se ci riuscirò, se è una buona idea. Sono piena di se, ma d’altronde lo ero anche prima di partire. Ora sono solo diversi “se”. Ma il tempo sa giocare così bene, sa provocare. E così per scoprire la risposta devi solo stare alle sue regole e vivere. Tu decidi di vivere e lui decide di darti un altro frammento di risposta. Nulla di più, nulla di meno.

E ora, quale sarà la mia prossima mossa? Resto a guardare all’ombra di me stessa.

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Vino bianco e ciglia finte.

wine

Farsi degli amici è difficile, avere dei conoscenti è molto semplice. E per scoprire a che punto sei con una persona devi lasciarti un po’ andare. E così venerdì sera sono stata invitata a cena da una collega: chioma bruna, minuta, gusto impeccabile nel vestire. E ci siamo trovate così, per caso, dalla cucina incolore dell’ufficio al delicato soggiorno di casa sua, a raccontarci pezzi di vita tradotti un po’ in inglese, un po’ in portoghese. Ad insegnarci espressioni intraducibili, a fare congetture su cose, persone, intenzioni. Chi ha il cuore rotto non può fare a meno di analizzare, di pensare, di rimuginare. E alla fine di ogni frase ripete a sé stesso che bisogna andare avanti. Come a ricordarsi che il capitolo va chiuso, andrebbe chiuso, ma non quel giorno. E uno magari si immagina che le confidenze avvengano in un momento speciale, come se qualcosa dovesse sancire i momenti speciali, come se ci fossero delle regole non dette, ma che tutti conoscono.

E, invece, venerdì le confessioni sono arrivate mentre pasticciavamo con ciglia finte e rossetto, mentre sorseggiavamo vino bianco pensando al passato e al futuro pur restando nel presente. Forse è così che si diventa amici, mostrando all’altro le ferite, aspettando il sollievo momentaneo. Forse non esistono i momenti perfetti, esistono solo i momenti. E sta a noi renderli degni di nota, anche se succede mentre ti colori la faccia.

Un’altra storia che mi porto sulle spalle, leggera. Un’altra storia che mi hanno affidato. Lisbona mi regala momenti, persone, io le regalo un paio di orecchie. E ora vediamo cosa succede.

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