Lo scarabocchio e il Monet.

mistake

Se ci facessimo definire, impaurire, racchiudere da un errore allora non avremmo un motivo per alzarci il giorno dopo. Un errore è un errore, non importa quanto grande sia, rientra sempre nella stessa categoria degli errori. Come le bugie, piccole o grandi che siano rientrano sempre nella stessa, nefasta categoria. Le conseguenze cambiano, ma un misfatto è un misfatto.
E se lasciassimo che un errore ci ricordi costantemente chi siamo inizieremmo ad avere seriamente una percezione distorta di noi stessi.
Ci pensavo stamattina, mentre riportavo alla mente i miei errori, li osservavo da tutte le prospettive e strizzavo entrambi gli occhi come a dire “ma come ho fatto a fare questo?”
E mentre ero giudice e imputata allo stesso tempo qualcun’altro ha finemente completato il resoconto, impresso bianco su nero. E così ho pensato al mio post sullo strappo e sulla spada.
Che razza di persona sono ora se sono così brava a dispensare consigli e poi quando mi trovo faccia a faccia con le mie brutture, con le scelte sbagliate, con i miei secondi di imbarazzo totale non faccio altro che strizzare gli occhi?
C’è solo una ragione che ci permette di guardare in faccia i nostri demoni senza trattenere il fiato: guardarli, osservarli e cercare di capire perché abbiamo permesso che esistessero. Ricordarci la nostra sofferenza e quella che abbiamo provocato agli altri. Il resto, coloro che pensano di essere dei post-it personali il cui obiettivo è ricordarci i nostri fallimenti, coloro che pensano che un giudizio ad effetto valga molto di più di un’occhiata comprensiva, questo resto è soltanto il resto. E i resti sono destinati ad andare via quando si scuote la tovaglia, o a dissolversi nell’aria con un rapido gesto della mano.
Tutte queste parole, tutto questo fiato mozzato, tutte le lacrime annegate in questi giorni, tutto questo per dire che dobbiamo imparare a perdonarci, dobbiamo (devo) imparare a prendere coscienza, dolorosa coscienza delle nostre azioni e ripartire da quelle. Solo perché c’è uno scarabocchio su una delle pagine, non vuol dire non ci possa essere un Monet nell’altra.

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Women: handle with care.

emotions

Tutto quello che poteva andare storto oggi è andato storto. In un’ora ho provato sensazioni agli antipodi: frustrazione, allegria isterica, impazienza, noia. E vi scrivo questo mentre ascolto la colonna sonora di “Nuovo cinema paradiso” dopo aver pianto per l’eliminazione di un concorrente a Masterchef Australia. Dopo questa confessione potete anche non prendermi sul serio, io farei lo stesso.
Io ho un problema e una costante: voglio fare le cose bene, con precisione maniacale, e ogni volta che il mio standard si abbassa (semplicemente perché è inevitabile, succede), inizio a mettere in discussione i massimi sistemi. Tutto questo dura circa trenta minuti, dopodiché la fase successiva implica risate isteriche, sarcasmo e molto spesso considerazioni senza senso.
Chissà se questi sbalzi sono prerogativa delle donne, chissà se un ormone schizza impazzito provocando disturbi ai condotti lacrimali, alla nostra autostima e alla nostra capacità di giudizio.
Ci pensavo mentre bevevo il mio caffè latte e addentavo la pasta sfoglia del mio pastel de nata, mentre la crema calda si scioglieva in bocca. Ascoltavo la mia collega biondissima e tedeschissima parlare, mentre le orecchie la ascoltavano e gli occhi guardavano oltre la vetrina.
Un ragazzo mi fissava sfacciatamente, fumando altrettanto sfacciatamente una sigaretta. Come si fuma sfacciatamente? Non so, magari era solo un movimento pronunciato delle labbra, ma a me sembrava arrogante.
O forse l’ormone impazzito fungeva da filtro.
E più tardi, mentre riflettevo ancora sui massimi sistemi femminili, sul mondo, sul perché di cose più o meno futili, tra lo scaffale del cibo messicano e quello asiatico, poggiato lì a caso c’era un libro intitolato “Guida di sopravvivenza per teenager”. Forse il mondo voleva dirmi qualcosa.
All’interno c’erano i consigli più disparati, con continue rassicurazioni del genere “è normale cambiare continuamente umore e sentirsi a disagio, è solo la pubertà”.
Povera lettrice disgraziata, penserà davvero che questo passerà. E invece sarà semplicemente incazzata, acida, poi dolce e poi irritata semplicemente perché sì. Sì, il “perché sì” è un motivo universalmente riconosciuto come valido.
Ci sono giorni storti, in cui noi siamo ancora più storti della nostra luna storta, ma un giorno di istinti aggressivi e violenti compensa per tutte i pizzichi sulla pancia che ci siamo dati.
E quindi, gente di tutto il mondo, lasciate in pace noi povere con l’ormone impazzito, perché sì, perché lo dice anche la guida delle teenager e, se esistesse ancora, lo direbbe anche il giornalino “Cioè” con le risposte a tutti i quesiti del mondo nella sezione “La posta del cuore”.
Amen.

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Uno strappo e una spada.

Troppo facilmente tendiamo a dare la colpa alle persone: le incolpiamo se sono causa della nostra sofferenza o se da un momento all’altro ci voltano le spalle, deludendoci.
La colpa è nostra ed è tutta una questione di spade. Mi spiego: siamo noi a dar loro una bella spada, affilata, perlescente, ben salda e pericolosa. Gliela diamo in mano concentrandoci sulle belle pietre incastonate sull’impugnatura dimenticandoci che insieme agli scintillii colorati che catturano la luce stiamo offrendo loro anche una bella lama che può sporcarsi di sangue, il nostro. Gli diamo una possibilità, e con essa accettiamo anche il rischio. Ma c’è un limite. È un limite sottile, si trova sotto l’epidermide, risponde agli stimoli del dolore quando la spada continua ad affondare.
Quando chi maneggia le parole e le armi lo fa con la stessa facilità, affondando ancora. Sotto la pelle, dove il sangue non si vede. A quel punto abbiamo la capacità, la dignità, il rispetto che dobbiamo a noi stessi in quanto esseri pensanti.
Quello è il momento in cui non mi importa quanti e quali lividi le persone vi abbiano fatto, quali cicatrici vi abbiano impresso addosso, quanto in profondità la loro spada stia andando nella vostra schiena. In quel momento voi, noi ci alziamo.
E lo dico a voi perché è il modo che ho per dirlo anche a me.
Noi ci alziamo e ce ne andiamo. Revochiamo la spada, i poteri che abbiamo dato nelle mani sbagliate. Perchè il potere delle persone sussiste solo se noi continuiamo a restare lì, inermi, senza riprenderci quello che è nostro, senza proteggere le nostre carni bruciate e nude. Pensando a disinfettare intorno alla ferita piuttosto che sradicare la spada.
È uno strappo. Un unico strappo, lacerante, sanguinolento, doloroso, truce. Un unico gesto di rispetto a noi stessi. Un unico suono che si posa sull’ultima “a” della parola “dignità”.
Siamo in piedi. Siamo soli. Ci manca un arto, soprattutto quando ci siamo abituati al dolore.
Ma siamo padroni di due gambe, un cuore, delle ferite in fase di guarigione.

Niente più pietre incastonate, e lame, e sentenze violente, piene di veleno che qualcuno ci ha sputato addosso. Noi e la nostra pelle.
Non mi importa se non senti quasi più la spada che ha attraversato il punto sotto l’epidermide. Contrai i muscoli e dai il tuo strappo. Abbiamo bisogno di gente in piedi.

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Dissonanze sotto la pioggia.

rain

Ho sempre pensato che la nostalgia, l’assenza, la mancanza fossero sensazioni che esplodessero dentro. Incendi che squarciano il cielo sereno della routine, piogge che ti lasciano inzuppato come una foglia scossa dal vento d’autunno. E invece, nel mio caso, non è successo assolutamente niente di tutto ciò. Ero lì, a pranzo con una decina di persone, captavo i suoni di una nuova lingua che sta già diventando un po’ più mia, ascoltavo le risate di chi si sente in famiglia e, lì, dal nulla, senza nessuna ragione apparente, è arrivata la mia pioggia silenziosa. L’ho sentita cominciare dentro, e ho finalmente elaborato la mancanza di mia mamma, di casa, delle domeniche tutti insieme, della cucina impregnata di frittura, dei dolci nel frigorifero.
Ho sentito le loro voci mentre la pioggia mi ricordava che sono solo umana, che non ho il controllo di tutto.
Diverse ore dopo ero ad una festa di quartiere, il tastierista era già senza maglia, l’odore di sardine mi entrava nelle narici, il sole mi impediva di guardare l’orizzonte, la gente ipercolorata stonava con la mia pioggia. Quei colori stonavano. Era una melodia fatta di dissonanze.
E intanto la pioggia e il vento del mio autunno continuavano a ricordarmi i profumi di casa. Anche il parato a fiori di camera mia. Anche la luce arancione del tramonto dalla mia finestra.
E mia mamma che prepara i dolci alle ore più improponibili.
E lei sul divano che mi chiede di stare lì.
E le battute di mio padre che non fanno ridere.
E mio fratello che urla solo per farmi irritare.
Le cose che sembravano dissonanti prima sono una bellissima melodia adesso. E mi aspettavo di avere dei ricordi elaborati e toccanti, e invece mi sono rimasti questi qua: piccoli, piccoli, così normali da passare inosservati, posati in un angolino. Ed eccoli lì, inizia a piovere e loro si lasciano bagnare, si lasciano ricordare, si fanno vivi.
Intorno c’è il sole, la musica, le urla dei bambini che si rincorrono, i sorrisi delle ragazzine che guardano di sottecchi quello carino.
Dissonanze, e solo dissonanze.

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Vi porto a… festeggiare con me!

santos

Giugno a Lisbona significa Santos, ovvero un mese di festeggiamenti il cui picco viene raggiunto il 13 giugno per la festa di Sant’Antonio. Lisbona è una città che conserva l’animo di un paese, e questo è uno dei suoi pregi più autentici. L’aria è diversa per le strade, ogni quartiere ha degli addobbi diversi, dei filamenti fluorescenti che si estendono da un balcone all’altro, bancarelle disposte ordinatamente in ogni angolo libero, camioncini dai colori improponibili, variopinti e vivaci come il più incantevole e insolito uccello tropicale. E i commercianti sorridono, intenti a preparare altre sardine, altro pane con chouriço, altra birra, altro, altro. E per due euro puoi avere una birra e un panino, il sorriso made in Portogallo è incluso nel prezzo. Anche i ristoranti diventano più informali e aggiungono tavolini sul ciglio della strada, distribuiscono pietanze come se ci si trovasse in famiglia, e non in un luogo pubblico. E il quartiere più incantato è anche il più antico: Alfama. Stradine strette e tutte in salita, muri che riflettono la luce magica della città e casse che urlano orgogliose e in festa canzoni vivaci che fanno ondeggiare le ragazze, mentre muovono i piedi e la birra a ritmo di musica. E quando i colori sembrano essersi assestati, quando gli occhi si sono abituati a quelle continue esplosioni, ecco sbucare da un vicoletto in penombra un gruppo di ragazzine adornate da bellissimi costumi tradizionali. E ancora altre, ed altre. Squadre diverse, costumi diversi. C’è una marcia, la marcia dei quartieri, una competizione in cui ogni quartiere, insieme al proprio stemma e al proprio costume, si esibisce in una delle strade principali, Avenida da Liberdade, in danze e canti popolari. E la folla si accalca, si appoggia alle transenne mentre contempla lo spettacolo. E le più piccole sognano già il giorno in cui potranno indossare quel costume mentre grandi e piccini le guarderanno sfilare con i loro corpetti di strass e pietre colorate.
E il buonumore chiama altro buonumore, si battono le mani a ritmo di musica, si prende un’altra birra mentre si mangiano ciliegie succulente. E la città non vuole andare a letto, e così anche il cielo l’aiuta. Sembra non ci sia buio in questa sera che sa quasi d’irreale. Solo musica, e pietanze calde, e grida, e colori, e danze, e sorrisi. Si dovrebbe vivere solo così, stupendosi di quanti colori possano esistere nel mondo, di quanto buono possa essere un panino, di quante persone possa contenere un quartiere fatto di pietre e storie antiche. Se possiamo fermare un ricordo possiamo fermare un po’ il tempo.
Ed ecco il fermo immagine perfetto della mia Lisbona senza tempo.

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Vi porto a… mangiare choco frito!

kayak

Ci sono fine settimana in cui tutto quello che ho bisogno di fare è restare a letto a sentire i miei muscoli oziare mentre mi crogiolo nel più sacrosanto dolce far niente. In quei tre giorni mi riservo la possibilità di essere una completa ameba senza sentirmi minimamente in colpa. Ma, per fortuna, sento anche il bisogno di fare qualcosa di diverso. In questo caso una di quelle cose che mentre la fai dici a te stesso “mai più”, ma poi quando completi la grande missione ti senti rinato (molto metaforicamente parlando, il tuo corpo in realtà vuole solo tornare a fare l’ameba).
Per farvela breve, ieri sono andata a fare kayak a Setubal, per la prima volta nella mia vita. Nessuno ti dice che ci vuole un training apposta per l’occasione, e così tu, come me, inizi pieno di fiducia e speranza la traversata di 3 kilometri e mezzo che ti separa dall’altra riva del fiume. Il vento nei capelli, il sole sulle gambe ancora chiare, le mani strette intorno a quel remo. Tutto pronto. Si parte.
Prendere il ritmo richiede un po’ di tempo, almeno se il vostro livello di partenza è zero come il mio. A metà strada vi sembrerà già di aver attraversato l’Oceano Atlantico e avrete un forte desiderio di lanciarvi dal kayak e raggiungere a nuoto, magari anche solo galleggiando, l’altra riva. Ma questo non è possibile, nel caso ve lo stiate chiedendo, e la vostra guida non ve lo permetterà. Ad un certo punto, ingenuamente, chiederete come si chiama la città sull’altra sponda. “Troia”. “Sorry?!” “Troia”. Sì, la città si chiama Troia e altre quindici persone che remano al tuo fianco gridano emozionate “Estamos quase à Troia!”
Ridere mentre si cerca di remare non è una buona idea.
Finalmente terra, sabbia, insomma un luogo in cui non si deve più remare. La sabbia chiara, il sole non troppo prepotente, una palla e quattro chiacchiere in un mix di lingue.
“Avete mezz’ora, poi si torna indietro”.
Ok, mi dico, mezz’ora per lasciar riposare le braccia. Non può essere così difficile il ritorno. E mentre questo pensiero nasce timido nella mia mente, un vento si alza ed increspa le onde del fiume. E così i nemici diventano due: le onde da combattere e il tuo corpo che vuole abbandonare la corsa già dopo venti minuti. Ed è stato in quel momento che ho pensato a me stessa come all’ultima sopravvissuta nel mezzo di una tempesta. L’unico modo per salvarmi è remare, portarsi a riva. Lo so, è stupido, ma la mia mente aveva bisogno di stimoli surreali.
Scorgo le prime persone a riva, vedo la sabbia, le case. Ci siamo. Mi trascino fuori dal kayak e mi lancio sotto la prima doccia mentre commento con gli altri le nostre più o meno scarse doti.
E che si fa ora?
Ma naturalmente si va a mangiare. E cosa mangi a Setubal? Semplice: choco frito. In due parole, seppie impanate e fritte da mangiare con qualche goccia di limone e patate fritte. Ma non pensate alle nostre seppie, piccole, carine, quelle con cui condiamo anche la pasta. No, questo choco è enorme e, di conseguenza, ogni pezzo è bello consistente e, secondo il mio gusto, saporito. Da quanto ho capito mangiare choco frito a Setubal è un must. Se non lo fai non sei nessuno e il tuo viaggio fin lì è stato inutile. Questo spiega perché la cameriera, appena ci vede seduti domanda:”Quindi choco frito per tutti?”
Come se qualche pazzo potesse ordinare qualcosa di diverso. E tu di certo non vuoi essere quel pazzo.
E l’ambiente è così alla mano: un tavolo enorme ricavato al momento unendo tanti tavolini, tovaglia di carta a quadretti bianchi e rossi, cameriere con la spilla “I love choco frito”, e sedici tra ragazzi e ragazze con i capelli umidi, un asciugamano addosso e le braccia stanche.
Lo consiglio? Decisamente sì. Tutto, il sudore, i muscoli che si ribellano, gli stimoli surreali, la contentezza di essere andati a Troia, il cibo, le conversazioni con perfetti sconosciuti.

Ed ora che siete venuti con me a mangiare choco frito, dove ce ne andiamo?

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Gli invisibili.

Ci sono alcune persone che stanno sullo sfondo e nessuno sembra notarle. Se ne stanno lì, a fare sacrifici, a tenere duro e a confondersi come camaleonti. E la gente non fa caso a questo tipo di camaleonti sociali.
Oggi voglio parlare di due persone in particolare, anzi tre. Della prima non conosco il nome, so che è brasiliana ed ha un sorriso da bambina. Lavora qui in ufficio e si occupa della pulizia della cucina. La vedo mentre sgattaiola furtiva nella cucina comune, mentre nessuno la guarda. Si muove rapida e pulisce ogni cosa con precisione. Abbassa lo sguardo quando le sorrido e le dico “Bom dia”. Risponde con un sorriso cordiale, ma gli occhi sono già altrove. Ha la fede, e la immagino sposata, immagino il viaggio dalla sua terra natale al Portogallo, un viaggio di speranza e di sogni. E magari anche di debiti per pagarsi il biglietto, il visto, una casa provvisoria. Ha le guance paffute. Chissà dove vive, come vive.
Il secondo camaleonte ha i capelli ricci, molta pazienza, e nessuno la vede. È sempre lì, dalle 7 del mattino, lavora laboriosa al suo pc, sorride, saluta. E nessuno la vede.
Eppure basterebbe così poco, una domanda, un appiglio, un gancio lanciato per portare un po’ di conversazione a galla, qualche storia.
Il terzo personaggio di cui parlerò lavora quando è ancora buio, quando in ufficio non c’è quasi nessuno, tranne me e il malcapitato di turno, molto stanchi e pieni di sbadigli sulle bocche.
Toglie la polvere, spazza, ascolta la sua musica nel segreto delle sue orecchie. La prima volta che l’ho salutato mi ha guardata con aria interrogativa, come se fosse strano che qualcuno gli augurasse un buongiorno, e non il contrario.
Lui sta lì, si alzerà quando il sole dorme ancora, avrà dei sogni che chiedono denaro,e magari chissà, starà risparmiando per questo. Per un viaggio. Un altro lavoro. Un amore. Chi lo sa.
E anche lui se ne sta lì, e nessuno lo vede.

Perché non vediamo? Perché lasciamo le persone sullo sfondo? È davvero questo che siamo diventati o, in realtà, lo siamo sempre stati?

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