Boccioli.

blossom

Ci sono dei rari momenti in cui ogni cosa è perfettamente in equilibrio, perfettamente stabile, con un perfetto senso. Il cielo senza una nuvola ha il suo posto perfetto nel mondo, ma anche se avesse delle nuvole, anche se stesse trattenendo della pioggia, anche quello avrebbe un senso.
La mia prima lasagna fatta in casa, preparata seguendo scrupolosamente le istruzioni di mia mamma su whatsapp, è nel forno. Il mondo mi urla dolcemente che è sabato, che anche se tutti corressero io non dovrei farlo e che la vita è fatta di prime volte, primi sbagli. Primi piatti scotti, crudi, senza sale, un po’ bruciati. Prime volte che sono sempre infinite, milioni di prime volte, quando pensiamo di esser già grandi.
Pensavo a quanto potere abbiamo e a quanto lo sottovalutiamo. Potenzialmente ognuno di noi ha un potere curativo, un super potere intrinseco in ogni parola che possiamo pronunciare. Non succede sempre, ma a volte accade. Prendiamo delle parole, le offriamo come una carezza, e loro attecchiscono ad un cuore. Ne curano il terreno, lo rendono meno arido, meno acido, più aperto alla vita. Ai germogli. Alla primavera. Anche alla pioggia.
Ma lo dimentichiamo troppo facilmente. Ce ne ricordiamo solo quando usiamo le parole come pugnali, quando vogliamo lanciarle per ferire, quando speriamo che attecchiscano ad un cuore come la lama fa con le superfici morbide.
Non siamo più abituati a dare e ricevere gentilezze. E quando riceviamo una parola fragile, delicata, luccicante, tutto quello che sappiamo fare è commuoverci. Siamo impreparati, colti alla sprovvista. Non abbiamo parole per ricambiare.
E mi domando come sarebbe il mondo se sapessimo donare carezze così, anche agli sconosciuti. Attraverso i libri. Una mano che diventa reale, che trasforma i caratteri in grassetto in un movimento dolce e sinuoso che arriva dritto alla guancia del lettore. Come sarebbe il mondo così?
Come sarebbero le nostre labbra se potessimo pronunciare solo cose belle? Se potessimo solo muoverle in movimenti eleganti e flessuosi, se potessimo usare le mani solo per amare, e gli occhi solo per riempirli di bellezza, e di colori, e di gesti che si ripetono all’infinito ogni volta che la memoria ci tradisce.
Un mondo dove ogni cosa fosse sempre al suo posto, con il sole e con la pioggia.
Con il profumo della prima lasagna nel forno.
Come?

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Quelli della long run, gli eroi.

large

Cambiare paese, abitudini, orari e amici ha cambiato tante prospettive, tanti piccoli, invisibili modi di approcciare le cose, o le persone. Una delle cose che è cambiate è la mia percezione dell’eroico. Forse un anno fa avrei definito eroico qualcosa di estremo, insolito, qualcosa che includesse del pericolo, del rischio, magari anche qualche scontro.
Poi ho iniziato a lavorare qui e ho conosciuto quest’uomo. Quarantuno anni, moro, in perfetto stile portoghese e con due figlie splendide. Lo chiamo “o lobo”, il lupo, perché è sempre lì a scannerizzare ai raggi X qualche donna, sempre lì ad esprimere qualche apprezzamento, a gonfiare la voce come i sex symbol di Hollywood, a a parlare di quando era un giornalista, di quando scriveva del Tour de France, di quando ha intervistato la mamma di Ronaldo.
Una di quelle persone invincibili.
Poi un giorno la serratura che separava il lobo di Hollywood dal papà di famiglia ha ceduto un po’ e mi ha lasciata scivolare nel mezzo, seduta ad ascoltare le sue storie. Storie di dolore, di separazione, di sacrifici, di sveglie impostate troppo presto, di bambine da tirare dal letto, di bambine da far divertire anche quando senti il peso di millenni sulle spalle.
Storie di carriere interrotte, cambiamenti rumorosi, dolori palpabili che ti mettono al tappeto.
E dopo alcune di queste storie, io so che è invincibile. Ce l’ha scritto nei tatuaggi, nel modo di camminare, nel modo di sorridere, nel modo in cui mi indica la foto delle bambine.
È invincibile quando fa il super papà e la super mamma allo stesso tempo. Lava, cucina e stira. Pettina due principesse, le guarda crescere con goia e un pizzico di nostalgia che già cresce amaro. E forse non saprà fare le trecce, ma sa fare Superman.

Forse quello che ci sfugge, la vera essenza delle cose è tutta qui, nella semplicità. Gli eroi si vedono “on the long run”, come dicono gli inglesi. Li vedi nel futuro, li riconosci dagli sforzi prolungati, dalle parole spese in favore di qualcun altro. Non avranno il mantello di Superman, ma avranno sempre un sorriso in tasca e una ninna nanna pronta.

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La paura che.

move

Ho attaccato un post-it sul computer che ho a lavoro. C’è scritto “do one thing everyday that scares you”.
L’ho scritto a caratteri cubitali e ben visibili in modo da localizzare il punto: fai ogni giorno qualcosa che ti spaventa. Il punto è la paura, e questa frase raccoglie l’aspetto fondamentale e sacrosanto della questione, ovvero ammettere che la paura fa parte del nostro quotidiano. È inutile fare gli eroi impavidi che non sentono paura e dolore, il punto qui è come utilizziamo la nostra paura. Prendi una cosa che ti fa sentire nervoso, che ti solleva e ti scaraventa lontano anni luce dalla tua comfort zone e falla. È così che ho iniziato ad accettare gli inviti di persone che conosco poco, quelli in cui ti ritrovi a cenare con venti persone e ne conosci a malapena tre. Questa cosa mi spaventava, finché non ho deciso di seguire il consiglio del post-it. Una piccola impresa di coraggio, una sola, una al giorno.
E alla fine della serata conoscevo un po’ tutti, sapevo a memoria i nomi dei loro animali domestici, le storie raccontate dai loro tatuaggi, il sapore del vino dolce e di chi lo ha scelto. Una sfida al giorno.
Una sfida diversa al giorno, perché dopo il primo passo di coraggio quello che era un terreno sconosciuto diventa di casa, e davanti a te altro terreno fertile, altro lavoro, altro coltivare e annaffiare.
Un mattone alla volta.
E così ho preso in mano il telefono e ho iniziato a chiamare per gli annunci di alcune stanze. E il mio portoghese è ancora imperfetto, ma chi non ci prova ha già perso.
Guardo il post-it e penso a quante cose perdo se almeno non ci provo. A quante cose potrebbero potenzialmente piacermi o potrei potenzialmente odiare. E avere un’opinione riguardo cose, profumi, luoghi, esperienze, cibi, persone è molto meglio che scrollare le spalle e immaginare un giudizio.
E se ti spaventa l’immensità del cambiamento, la profondità del mare, affronta la complessità uno strato alla volta, come quando spacchetti i regali e strappi via carte da regalo, nastrini, scatole e imballaggi. Uno strato alla volta, sapendo che il cuore di ogni situazione non è altro che l’ennesima cosa da scomporre in pezzettini.
E quando ti manca il fiato, realizza che essere sopraffatto dalle emozioni è il sintomo più reale della tua esistenza, più del tuo respiro.
Questa non è una guida di sopravvivenza, non saprei mai farla, ma è una regola salva-vita. Una regola anti-pantano: smuoverà le acque, e le emozioni seppellite, il sudore freddo, le mani che tremano.

Una cosa sola. Solo una, ogni giorno.

Potete partire da un post-it sul computer.

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Vieni con me?

Vieni con me ad esplorare alcuni dei miei angoli preferiti di questa città con la luce rosae arancio?
Vieni con me a lasciare che la tua bocca rimanga aperta e i tuoi occhi assorbano quanto più possibile?

adamastor

baixa

bancarella

belém

descubrimentos

fioraio

happiness

jeronimos

miradouro

monastero

ponte

praça

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Lo scarabocchio e il Monet.

mistake

Se ci facessimo definire, impaurire, racchiudere da un errore allora non avremmo un motivo per alzarci il giorno dopo. Un errore è un errore, non importa quanto grande sia, rientra sempre nella stessa categoria degli errori. Come le bugie, piccole o grandi che siano rientrano sempre nella stessa, nefasta categoria. Le conseguenze cambiano, ma un misfatto è un misfatto.
E se lasciassimo che un errore ci ricordi costantemente chi siamo inizieremmo ad avere seriamente una percezione distorta di noi stessi.
Ci pensavo stamattina, mentre riportavo alla mente i miei errori, li osservavo da tutte le prospettive e strizzavo entrambi gli occhi come a dire “ma come ho fatto a fare questo?”
E mentre ero giudice e imputata allo stesso tempo qualcun’altro ha finemente completato il resoconto, impresso bianco su nero. E così ho pensato al mio post sullo strappo e sulla spada.
Che razza di persona sono ora se sono così brava a dispensare consigli e poi quando mi trovo faccia a faccia con le mie brutture, con le scelte sbagliate, con i miei secondi di imbarazzo totale non faccio altro che strizzare gli occhi?
C’è solo una ragione che ci permette di guardare in faccia i nostri demoni senza trattenere il fiato: guardarli, osservarli e cercare di capire perché abbiamo permesso che esistessero. Ricordarci la nostra sofferenza e quella che abbiamo provocato agli altri. Il resto, coloro che pensano di essere dei post-it personali il cui obiettivo è ricordarci i nostri fallimenti, coloro che pensano che un giudizio ad effetto valga molto di più di un’occhiata comprensiva, questo resto è soltanto il resto. E i resti sono destinati ad andare via quando si scuote la tovaglia, o a dissolversi nell’aria con un rapido gesto della mano.
Tutte queste parole, tutto questo fiato mozzato, tutte le lacrime annegate in questi giorni, tutto questo per dire che dobbiamo imparare a perdonarci, dobbiamo (devo) imparare a prendere coscienza, dolorosa coscienza delle nostre azioni e ripartire da quelle. Solo perché c’è uno scarabocchio su una delle pagine, non vuol dire non ci possa essere un Monet nell’altra.

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Women: handle with care.

emotions

Tutto quello che poteva andare storto oggi è andato storto. In un’ora ho provato sensazioni agli antipodi: frustrazione, allegria isterica, impazienza, noia. E vi scrivo questo mentre ascolto la colonna sonora di “Nuovo cinema paradiso” dopo aver pianto per l’eliminazione di un concorrente a Masterchef Australia. Dopo questa confessione potete anche non prendermi sul serio, io farei lo stesso.
Io ho un problema e una costante: voglio fare le cose bene, con precisione maniacale, e ogni volta che il mio standard si abbassa (semplicemente perché è inevitabile, succede), inizio a mettere in discussione i massimi sistemi. Tutto questo dura circa trenta minuti, dopodiché la fase successiva implica risate isteriche, sarcasmo e molto spesso considerazioni senza senso.
Chissà se questi sbalzi sono prerogativa delle donne, chissà se un ormone schizza impazzito provocando disturbi ai condotti lacrimali, alla nostra autostima e alla nostra capacità di giudizio.
Ci pensavo mentre bevevo il mio caffè latte e addentavo la pasta sfoglia del mio pastel de nata, mentre la crema calda si scioglieva in bocca. Ascoltavo la mia collega biondissima e tedeschissima parlare, mentre le orecchie la ascoltavano e gli occhi guardavano oltre la vetrina.
Un ragazzo mi fissava sfacciatamente, fumando altrettanto sfacciatamente una sigaretta. Come si fuma sfacciatamente? Non so, magari era solo un movimento pronunciato delle labbra, ma a me sembrava arrogante.
O forse l’ormone impazzito fungeva da filtro.
E più tardi, mentre riflettevo ancora sui massimi sistemi femminili, sul mondo, sul perché di cose più o meno futili, tra lo scaffale del cibo messicano e quello asiatico, poggiato lì a caso c’era un libro intitolato “Guida di sopravvivenza per teenager”. Forse il mondo voleva dirmi qualcosa.
All’interno c’erano i consigli più disparati, con continue rassicurazioni del genere “è normale cambiare continuamente umore e sentirsi a disagio, è solo la pubertà”.
Povera lettrice disgraziata, penserà davvero che questo passerà. E invece sarà semplicemente incazzata, acida, poi dolce e poi irritata semplicemente perché sì. Sì, il “perché sì” è un motivo universalmente riconosciuto come valido.
Ci sono giorni storti, in cui noi siamo ancora più storti della nostra luna storta, ma un giorno di istinti aggressivi e violenti compensa per tutte i pizzichi sulla pancia che ci siamo dati.
E quindi, gente di tutto il mondo, lasciate in pace noi povere con l’ormone impazzito, perché sì, perché lo dice anche la guida delle teenager e, se esistesse ancora, lo direbbe anche il giornalino “Cioè” con le risposte a tutti i quesiti del mondo nella sezione “La posta del cuore”.
Amen.

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Uno strappo e una spada.

Troppo facilmente tendiamo a dare la colpa alle persone: le incolpiamo se sono causa della nostra sofferenza o se da un momento all’altro ci voltano le spalle, deludendoci.
La colpa è nostra ed è tutta una questione di spade. Mi spiego: siamo noi a dar loro una bella spada, affilata, perlescente, ben salda e pericolosa. Gliela diamo in mano concentrandoci sulle belle pietre incastonate sull’impugnatura dimenticandoci che insieme agli scintillii colorati che catturano la luce stiamo offrendo loro anche una bella lama che può sporcarsi di sangue, il nostro. Gli diamo una possibilità, e con essa accettiamo anche il rischio. Ma c’è un limite. È un limite sottile, si trova sotto l’epidermide, risponde agli stimoli del dolore quando la spada continua ad affondare.
Quando chi maneggia le parole e le armi lo fa con la stessa facilità, affondando ancora. Sotto la pelle, dove il sangue non si vede. A quel punto abbiamo la capacità, la dignità, il rispetto che dobbiamo a noi stessi in quanto esseri pensanti.
Quello è il momento in cui non mi importa quanti e quali lividi le persone vi abbiano fatto, quali cicatrici vi abbiano impresso addosso, quanto in profondità la loro spada stia andando nella vostra schiena. In quel momento voi, noi ci alziamo.
E lo dico a voi perché è il modo che ho per dirlo anche a me.
Noi ci alziamo e ce ne andiamo. Revochiamo la spada, i poteri che abbiamo dato nelle mani sbagliate. Perchè il potere delle persone sussiste solo se noi continuiamo a restare lì, inermi, senza riprenderci quello che è nostro, senza proteggere le nostre carni bruciate e nude. Pensando a disinfettare intorno alla ferita piuttosto che sradicare la spada.
È uno strappo. Un unico strappo, lacerante, sanguinolento, doloroso, truce. Un unico gesto di rispetto a noi stessi. Un unico suono che si posa sull’ultima “a” della parola “dignità”.
Siamo in piedi. Siamo soli. Ci manca un arto, soprattutto quando ci siamo abituati al dolore.
Ma siamo padroni di due gambe, un cuore, delle ferite in fase di guarigione.

Niente più pietre incastonate, e lame, e sentenze violente, piene di veleno che qualcuno ci ha sputato addosso. Noi e la nostra pelle.
Non mi importa se non senti quasi più la spada che ha attraversato il punto sotto l’epidermide. Contrai i muscoli e dai il tuo strappo. Abbiamo bisogno di gente in piedi.

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