Casa.

casa

I portoghesi hanno questa differenza: para casa e a casa. La prima indica una condizione permanente, indica un andare per restarci, mentre la seconda indica una situazione temporanea. Dopodomani torno a casa per cinque giorni, ma non so ancora decidere se mi sto allontanando da casa per andare in Italia, o se al mio ritorno lascerò casa per tornare a Lisbona. Lisbona non è ancora completamente casa mia, ma casa mia, quella dove sono cresciuta, non è più completamente casa mia.
I due Paesi si fanno guerra nel mio cuore, si fanno entrambi strada tra i miei pensieri e le mie abitudini, ma già so (e anche loro) che non ci sarà nessun vincitore.
Entrambe saranno il mio “posto davanti al camino” per ragioni diverse. Entrambe mi hanno formato e continuano a farlo in maniera impercettibile, ma continua.
E mi domando se quando tornerò vedrò le cose in modo diverso. Mi domando quale sarà la mia percezione, se quello che vedo mi starà ancora più stretto o se mi accorgerò di quanta nostalgia ho trattenuto.
Questo viaggio strapperà un po’ di veli, forzerà il confronto con quello che sto diventando, con le mie paure e con i miei atti di coraggio. Torno in Italia per cinque giorni, torno ai miei odori, i miei cibi, i miei luoghi per cinque giorni.

L’unica domanda a cui ancora non riesco a rispondere è: troverò ancora me stessa lì, in mezzo ai mattoncini di una vita?

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Mille spilli.

Mille spilli

Mille spilli nell’incavo tra l’anima e il corpo. Mille spilli sulla spugna delle emozioni di cui sono piena.
Sento troppo, leggo troppo, ascolto troppo. Sento troppi silenzi e ci leggo righe e righe di storie abbandonate, riciclate, bruciate, spezzate. Ascolto i miei pensieri mentre riduco gli occhi a due fessure e sento gli spilli entrare più in profondità.
E mentre loro entrano, sento i pensieri uscire, prendere forma, invadere lo spazio esterno per rimanermi attaccati addosso come il sudore quando c’è afa.
E per ogni sguardo che mi dice più di quello che dovrebbe sento una fitta di dolore, perché non so come aiutare, non so come prendere per mano. Troppi spilli sulla mia sensibilità che mi dà in pasto agli squali, che dà potere ad ognuno che mi incrocia di uccidermi un po’, di farmi sentire più in colpa, più piccola, più manchevole.

Troppi spilli, troppo fuoco, troppi aghi che continuano a penetrare.

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A raccoglier le conchiglie.

seashells

La spiaggia d’inverno. Quella spiaggia d’inverno. La sabbia quasi bianca, l’oceano spumeggiante e dei raggi di sole d’oro colato sui miei capelli miele. E in questa domenica mattina, in questo angolo sperduto d’Europa, in questo paesino di pescatori e ostelli, non è più inverno. Non c’è più stagione, ci sono solo io che raccolgo conchiglie sulla spiaggia e rincorro i gabbiani con lo sguardo.
E davanti a me c’è un giocoliere a petto nudo, la pelle olivastra, i lineamenti bagnati di sale e di storie, i capelli lunghi raccolti. Lo guardo mentre si allena, lancia le palline con destrezza, senza mai farle cadere. E guarda il sole, mi domando come faccia.
Continuo a raccoglier conchiglie, a respirare sale e a pensare a quante poesie ci siano da qualche parte sulle spiagge d’inverno. Su questa spiaggia, in questo giorno, di questo anno.

E mi sembra che la bellezza sia tutta lì, all’interno di una conchiglia.

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febbraio 9, 2015 · 5:09 pm

Fusione e adozione.

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Mi era mancato studiare, prendere appunti, fare domande, ripetere a casa, fare esercizi. Pensavo fosse impossibile dire una cosa del genere, e invece è proprio quello che mi ritrovo a pensare mentre sono a lezione di portoghese. E mi sento una bambina mentre leggo tutte le insegne dei negozi per esercitare la pronuncia, o mentre faccio i compiti a casa e poi chiedo conferma ai miei colleghi. Questa è la parte migliore: tutti possono correggerti, consigliarti, migliorarti, non hai bisogno di aspettare la prossima lezione perché sei così dentro il contesto che il processo di fusione diventa automatico.
Come una lenta adozione in cui si mischiano le cellule del cibo, della musica, dei tramonti, dei suoni nasali della lingua, degli artisti di strada. Un’adozione che si porta dietro tanti sentimenti, spesso contrastanti, spesso spaventosi, ma che ti dà l’impressione di muoverti, di camminare sulle tue gambe, seppur traballanti, senza gattonare più.
Immagino il coraggio sia un po’ questo, guardare indietro e accorgerti di aver fatto un salto nel buio. Forse il coraggio si realizza dopo, quando l’adrenalina evapora e ti ritrovi capovolto, strapazzato, vivo.
Forse per far diventare casa un posto devi iniziare a pensarlo come casa. E forse la paura del cambiamento è la paura più bella da sconfiggere, ma anche la più furba, perché si presenta ogni giorno e ogni giorno ha bisogno di essere sconfitta.

Queste righe sono piene di forse, ma cosa sarebbe la vita se avessimo già tutte le risposte prima di salpare le àncore?

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Sulla punta della lingua.

sullapunta

Certe domande non si fanno, si tengono sulla punta della lingua e si aspetta, in silenzio, che muoiano lì. Così non gli ho chiesto cosa gli avesse sussurrato sua mamma all’orecchio prima di ritornare a dormire.
Non gli ho chiesto perché piangesse, perché già lo sapevo.
E non mi sono nemmeno chiesta perché piangevo io, perché la risposta era scritta sui muri bianchi dell’ospedale.
Sulla pelle morbida di quella donna avvolta nei suoi mali, nei suoi affetti, in un corpo che non è più il suo. Il corpo di mamma, di moglie, di vedova, di paziente.
Certe domande muoiono allo stato embrionale, appena fecondate. Muoiono sulla punta di una lingua che cerca le labbra per inumidirle, per curare le gocce partorite da occhi stanchi.
E certe risposte semplicemente non nascono, non si formano, non hanno spazio, tempo, materiale. Restano anche loro appese al muro d’ospedale.
Ma si riscoprono i tesori dell’anima: le mani congiunte, le parole tra mamma e figlio, la forza che nasconde la sofferenza, per quanto può. Ci riscopriamo fragili quando la fragilità ci sbatte contro e vediamo qualcuno rompersi.
Ma ci riscopriamo vivi allo stesso tempo, fortunati, capaci ancora di muoverci anche se solo per nuotare a riva, sulla sabbia, lontano dal dolore.

Lontano dal dolore.

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La vita segreta di noi comuni mortali.

walter

Ieri, oltre ad aver dormito quattordici ore ho anche visto diversi film. Mi sono concessa una giornata di pura, beata, brillante nullafacenza. La camera in penombra, dei film, un letto che mi ha vista andar via troppo presto la mattina e un tè ai frutti rossi.
Tra i film che mi hanno fatto compagnia c’è “La vita segreta di Walter Mitty”. L’intero film è centrato sulla vita di un comunissimo impiegato, Walter Mitty, che ha una vivace immaginazione ma che, purtroppo, non riesce a trasformare in azione, finché un pretesto lo spingerà a viaggiare come mai aveva fatto e a trovare il coraggio di rischiare.
Ecco, il coraggio di rischiare. Spesso, almeno io, penso a questo coraggio come all’abilità di fare di qualcosa di pazzesco, folle, senza precedenti. Qualcosa di epico. Ma c’è davvero bisogno di fare qualcosa di epico se poi nella vita di tutti i giorni rimaniamo i soliti abitudinari, noiosi, senza sorriso?
Cambiare vita implica anche un cambiamento piccolo, ma ripetuto, voluto, sentito. Alzarsi alle cinque del mattino, abbracciare il freddo del mattino ed essere sorridenti, questo può già essere un gesto rivoluzionario.
Però non ci pensiamo, è solo un sorriso, solo un po’ di buonumore, non fa mica differenza.
E invece. Se solo potessimo vedere da fuori l’intera catena di eventi in cui siamo impigliati. Le conseguenze che i nostri gesti possono provocare.
Una citazione tratta dal film recita “Beautiful things don’t ask for attention”.
Ed anche io la penso così. Le cose belle, ed importanti, sono così silenziose che spesso le sorpassiamo aspettando il famoso ed eroico gesto di coraggio che cambierà la nostra vita.
Ma se nell’attesa avessimo già perso tanti altri minuscoli, ma eroici atti di coraggio?

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Cronache lisbonesi.

cronachelisbonesi

Oggi sono esattamente trentaquattro giorni che mi trovo a Lisbona. Da qualche parte ho letto che ci vogliono quaranta giorni prima che un’azione ripetuta diventi un’abitudine. Per ora ho stabilito la mia routine e dopo i primi disastri iniziali ho iniziato finalmente a sentirmi a casa.
Mi ci sono volute delle candele profumate da mettere in camera insieme ad una lanterna in ferro battuto, una stufa, delle coperte nuove, una polaroid e un catalogo intero da sfogliare e risfogliare per decidere come arredare la mia stanza. Eravamo due sconosciute, io e la stanza. Ci siamo guardate in cagnesco per un po’, ma ora stiamo entrambe collaborando. E ogni giorno ha un pezzo in più di me, e non solo i miei vestiti.
Casa mia è in un viale alberato e c’è un momento della giornata, intorno alle cinque, quando il cielo è ancora azzurro, ma si vedono già le prime ombre, ecco in quel momento si stagliano i contorni dei rami contro il cielo. Sono così definiti, fieri, orgogliosi di stare là, nudi e scuri. In rari momenti di bellezza il sole punge i rami e crea un gioco d’ombre con le foglie rosse. In quel momento Lisbona è casa mia.
In quel momento camera mia è mia. In quel momento ce la posso fare.
In quel momento sono un pezzo di Portogallo.
E in questo pezzo di Portogallo ho dei nuovi amici. Strano a dirsi, ma una delle persone con cui ho stretto di più ha cinquant’anni. Si chiama Pedro (come la metà dei portoghesi), ed è così taciturno che all’inizio pensavo di non piacergli.
Poi abbiamo iniziato a chiacchierare, prima osservandoci da lontano, quasi come a capire se l’altro fosse innocuo o meno. Finché un giorno mi ha presa sotto la sua ala protettrice e ha iniziato a raccontarmi la storia della sua vita attraverso Google Maps. Ogni posto un ricordo, ogni ricordo una storia, ogni storia una lingua diversa.
Pedro parla tra i denti, non articola troppo le parole, credo sia perché non è abituato a parlare. L’ho osservato per un po’, se ne sta nel suo angolino e tutti pensano che non ami la compagnia.
Ah, quanto si sbagliano.
E così io e Pedro siamo nello stesso angolo, ci sono entrata anche io per fargli vedere com’è andare fuori.
Lui mi parla di Lisbona, delle cose che devo mangiare, vedere, vivere. Io gli parlo dell’Italia, di questo o quel disguido con la commessa, della mia coinquilina.
Stiamo uscendo dal guscio, in maniera diversa.

E Lisbona è questo: alberi, colori, foglie, un adulto con la sua storia, un negozio di libri dove scappare in pausa pranzo. Sto uscendo dal guscio, Lisbona. Come il tuo sole quando passa tra le foglie.

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