Far splendere.

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Sono le 18:43 in questo angolo di mondo e dalla finestra lascio entrare uno spicchio di sole, di polvere, di luce, di rumori esterni. Acchiappo l’energia e la conservo per la settimana che sarà. E mi incanto a guardare la polvere che fluttua nell’aria, che si muove disinvolta ed elegante, eppure nessuno le ha mai insegnato a danzare. E penso che dovremmo imparare ad ispirarci a vicenda. Dovremmo avere cura di splendere e di far splendere. Perché tutti conosciamo fin troppo bene la prima parte della frase, ce la ricordiamo quando siamo al buio, quando brancoliamo perdendo il senso dell’orientamento, nell’attesa che le nostre dita sfiorino un interruttore.

Ma nessuno prende sul serio, nessuno si carica sulle spalle il senso della seconda parte della frase. Far splendere. Come fai splendere una persona se a malapena sai se stai emettendo una qualche luce? La fai splendere quando si illumina con quello che puoi dire o fare. A volte abbiamo il potere degli specchi, e non lo sappiamo.

Possiamo metterci lì, di fronte ad una persona, e ricordarle quello che ha perso nel buio. Essere il riflesso, quello con il sole. Ed è triste sapere che un potere così forte è sprecato, stropicciato, pestato e lasciato andare così. Ci piace di più il gossip spicciolo, ci fa sentire superiori, migliori, più in gamba. Ci soddisfa. Far splendere richiede più coraggio, più anima.

Un raggio di sole mi ha rubato una ciocca di capelli, e ne vedo il riflesso nello specchio. Ora è più chiara, e così i miei occhi, che assorbono la luce. E lui ancora non lo sa, ma mi sta mettendo di buonumore, mi sta facendo rivalutare quel riflesso nello specchio. Anche se sono metà in tuta e metà in piagiama, anche se ho un’opinione diversa di me stessa.

Oggi, domenica, è primavera. E io vi auguro di essere il raggio di sole che faccia splendere. Perché a brillare si finisce per illuminare.

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I’m a fighter.

fighter

La quotidianità, la routine, le stesse azioni ripetute giorno dopo giorno, la noia che inevitabilmente fa capolino alla soglia dei nostri venti, trenta, cinquanta o sessant’anni che siano, spesso ci lascia dubitare dei nostri sogni. O meglio, ci lascia dubitare della loro realizzazione. Soprattutto la mia generazione vive in un clima di incertezza generale, tutti fratelli sotto lo stesso motto “vediamo come va”. E così ci ritroviamo a rinunciare alle nostre aspirazioni per un po’ di sicurezza, un po’ di autonomia, pensando che così va il mondo, e così andiamo pure noi. Ma a ventidue anni, e non solo, non si possono uccidere i sogni. A ventidue anni ti devi buttare e imparare a nuotare. D’altronde è solo mentre cadi a picco che vedi, senti, percepisci il dolore, il prurito delle ali che spuntano. E così, sono, siamo, siete dei guerrieri che custodiscono i sogni. Che sia a casa dopo il lavoro, che sia per farne un lavoro, che sia per lasciare un’eredità di storie a chi sarà. Noi siamo guerrieri.
E da oggi sto imparando a considerare la domanda “perché no?” molto più spesso dei “ma se poi…”
Ed è una sensazione terrificante ed elettrizzante. Ma fare i guerrieri quando c’è tanto spazio per sognare è un compito più facile, è avere già il terreno più spianato.
Proteggere i sogni, annaffiarli, creargli un giardinetto privato dove non arrivano i problemi di tutti i giorni, quello è un miracolo. Così come guardare fuori e vedere che è primavera, sentire quasi il peso dei rami che si sfiorano, che si amano, che fanno l’amore regalando germogli.
Sentire il pulsare della vita, prenderla a piene mani e mettersela nel cuore, addosso. A ventidue anni non si può non essere guerrieri.

Che abbiate già le ali o vi stiano crescendo, ricordatevi sempre di usarle.

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Casa.

casa

I portoghesi hanno questa differenza: para casa e a casa. La prima indica una condizione permanente, indica un andare per restarci, mentre la seconda indica una situazione temporanea. Dopodomani torno a casa per cinque giorni, ma non so ancora decidere se mi sto allontanando da casa per andare in Italia, o se al mio ritorno lascerò casa per tornare a Lisbona. Lisbona non è ancora completamente casa mia, ma casa mia, quella dove sono cresciuta, non è più completamente casa mia.
I due Paesi si fanno guerra nel mio cuore, si fanno entrambi strada tra i miei pensieri e le mie abitudini, ma già so (e anche loro) che non ci sarà nessun vincitore.
Entrambe saranno il mio “posto davanti al camino” per ragioni diverse. Entrambe mi hanno formato e continuano a farlo in maniera impercettibile, ma continua.
E mi domando se quando tornerò vedrò le cose in modo diverso. Mi domando quale sarà la mia percezione, se quello che vedo mi starà ancora più stretto o se mi accorgerò di quanta nostalgia ho trattenuto.
Questo viaggio strapperà un po’ di veli, forzerà il confronto con quello che sto diventando, con le mie paure e con i miei atti di coraggio. Torno in Italia per cinque giorni, torno ai miei odori, i miei cibi, i miei luoghi per cinque giorni.

L’unica domanda a cui ancora non riesco a rispondere è: troverò ancora me stessa lì, in mezzo ai mattoncini di una vita?

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Mille spilli.

Mille spilli

Mille spilli nell’incavo tra l’anima e il corpo. Mille spilli sulla spugna delle emozioni di cui sono piena.
Sento troppo, leggo troppo, ascolto troppo. Sento troppi silenzi e ci leggo righe e righe di storie abbandonate, riciclate, bruciate, spezzate. Ascolto i miei pensieri mentre riduco gli occhi a due fessure e sento gli spilli entrare più in profondità.
E mentre loro entrano, sento i pensieri uscire, prendere forma, invadere lo spazio esterno per rimanermi attaccati addosso come il sudore quando c’è afa.
E per ogni sguardo che mi dice più di quello che dovrebbe sento una fitta di dolore, perché non so come aiutare, non so come prendere per mano. Troppi spilli sulla mia sensibilità che mi dà in pasto agli squali, che dà potere ad ognuno che mi incrocia di uccidermi un po’, di farmi sentire più in colpa, più piccola, più manchevole.

Troppi spilli, troppo fuoco, troppi aghi che continuano a penetrare.

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A raccoglier le conchiglie.

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La spiaggia d’inverno. Quella spiaggia d’inverno. La sabbia quasi bianca, l’oceano spumeggiante e dei raggi di sole d’oro colato sui miei capelli miele. E in questa domenica mattina, in questo angolo sperduto d’Europa, in questo paesino di pescatori e ostelli, non è più inverno. Non c’è più stagione, ci sono solo io che raccolgo conchiglie sulla spiaggia e rincorro i gabbiani con lo sguardo.
E davanti a me c’è un giocoliere a petto nudo, la pelle olivastra, i lineamenti bagnati di sale e di storie, i capelli lunghi raccolti. Lo guardo mentre si allena, lancia le palline con destrezza, senza mai farle cadere. E guarda il sole, mi domando come faccia.
Continuo a raccoglier conchiglie, a respirare sale e a pensare a quante poesie ci siano da qualche parte sulle spiagge d’inverno. Su questa spiaggia, in questo giorno, di questo anno.

E mi sembra che la bellezza sia tutta lì, all’interno di una conchiglia.

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febbraio 9, 2015 · 5:09 pm

Fusione e adozione.

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Mi era mancato studiare, prendere appunti, fare domande, ripetere a casa, fare esercizi. Pensavo fosse impossibile dire una cosa del genere, e invece è proprio quello che mi ritrovo a pensare mentre sono a lezione di portoghese. E mi sento una bambina mentre leggo tutte le insegne dei negozi per esercitare la pronuncia, o mentre faccio i compiti a casa e poi chiedo conferma ai miei colleghi. Questa è la parte migliore: tutti possono correggerti, consigliarti, migliorarti, non hai bisogno di aspettare la prossima lezione perché sei così dentro il contesto che il processo di fusione diventa automatico.
Come una lenta adozione in cui si mischiano le cellule del cibo, della musica, dei tramonti, dei suoni nasali della lingua, degli artisti di strada. Un’adozione che si porta dietro tanti sentimenti, spesso contrastanti, spesso spaventosi, ma che ti dà l’impressione di muoverti, di camminare sulle tue gambe, seppur traballanti, senza gattonare più.
Immagino il coraggio sia un po’ questo, guardare indietro e accorgerti di aver fatto un salto nel buio. Forse il coraggio si realizza dopo, quando l’adrenalina evapora e ti ritrovi capovolto, strapazzato, vivo.
Forse per far diventare casa un posto devi iniziare a pensarlo come casa. E forse la paura del cambiamento è la paura più bella da sconfiggere, ma anche la più furba, perché si presenta ogni giorno e ogni giorno ha bisogno di essere sconfitta.

Queste righe sono piene di forse, ma cosa sarebbe la vita se avessimo già tutte le risposte prima di salpare le àncore?

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Sulla punta della lingua.

sullapunta

Certe domande non si fanno, si tengono sulla punta della lingua e si aspetta, in silenzio, che muoiano lì. Così non gli ho chiesto cosa gli avesse sussurrato sua mamma all’orecchio prima di ritornare a dormire.
Non gli ho chiesto perché piangesse, perché già lo sapevo.
E non mi sono nemmeno chiesta perché piangevo io, perché la risposta era scritta sui muri bianchi dell’ospedale.
Sulla pelle morbida di quella donna avvolta nei suoi mali, nei suoi affetti, in un corpo che non è più il suo. Il corpo di mamma, di moglie, di vedova, di paziente.
Certe domande muoiono allo stato embrionale, appena fecondate. Muoiono sulla punta di una lingua che cerca le labbra per inumidirle, per curare le gocce partorite da occhi stanchi.
E certe risposte semplicemente non nascono, non si formano, non hanno spazio, tempo, materiale. Restano anche loro appese al muro d’ospedale.
Ma si riscoprono i tesori dell’anima: le mani congiunte, le parole tra mamma e figlio, la forza che nasconde la sofferenza, per quanto può. Ci riscopriamo fragili quando la fragilità ci sbatte contro e vediamo qualcuno rompersi.
Ma ci riscopriamo vivi allo stesso tempo, fortunati, capaci ancora di muoverci anche se solo per nuotare a riva, sulla sabbia, lontano dal dolore.

Lontano dal dolore.

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