Gli invisibili.

Ci sono alcune persone che stanno sullo sfondo e nessuno sembra notarle. Se ne stanno lì, a fare sacrifici, a tenere duro e a confondersi come camaleonti. E la gente non fa caso a questo tipo di camaleonti sociali.
Oggi voglio parlare di due persone in particolare, anzi tre. Della prima non conosco il nome, so che è brasiliana ed ha un sorriso da bambina. Lavora qui in ufficio e si occupa della pulizia della cucina. La vedo mentre sgattaiola furtiva nella cucina comune, mentre nessuno la guarda. Si muove rapida e pulisce ogni cosa con precisione. Abbassa lo sguardo quando le sorrido e le dico “Bom dia”. Risponde con un sorriso cordiale, ma gli occhi sono già altrove. Ha la fede, e la immagino sposata, immagino il viaggio dalla sua terra natale al Portogallo, un viaggio di speranza e di sogni. E magari anche di debiti per pagarsi il biglietto, il visto, una casa provvisoria. Ha le guance paffute. Chissà dove vive, come vive.
Il secondo camaleonte ha i capelli ricci, molta pazienza, e nessuno la vede. È sempre lì, dalle 7 del mattino, lavora laboriosa al suo pc, sorride, saluta. E nessuno la vede.
Eppure basterebbe così poco, una domanda, un appiglio, un gancio lanciato per portare un po’ di conversazione a galla, qualche storia.
Il terzo personaggio di cui parlerò lavora quando è ancora buio, quando in ufficio non c’è quasi nessuno, tranne me e il malcapitato di turno, molto stanchi e pieni di sbadigli sulle bocche.
Toglie la polvere, spazza, ascolta la sua musica nel segreto delle sue orecchie. La prima volta che l’ho salutato mi ha guardata con aria interrogativa, come se fosse strano che qualcuno gli augurasse un buongiorno, e non il contrario.
Lui sta lì, si alzerà quando il sole dorme ancora, avrà dei sogni che chiedono denaro,e magari chissà, starà risparmiando per questo. Per un viaggio. Un altro lavoro. Un amore. Chi lo sa.
E anche lui se ne sta lì, e nessuno lo vede.

Perché non vediamo? Perché lasciamo le persone sullo sfondo? È davvero questo che siamo diventati o, in realtà, lo siamo sempre stati?

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Ritorni e partenze.

partenze

Tornare in Italia è sempre emotivamente più complicato di quello che immagino. Penso sempre sia semplice, mi immagino il soggiorno in patria come una piacevole vacanza dalla quale tornerò felice e riposata. E invece tornare a casa significa sempre ricordarsi ogni giorno cosa si lascia: il profumo di casa, la voce familiare della mamma, i luoghi del cuore, le amiche che condividono con te episodi incriminanti. E se tornare mi ricorda cosa ho di più bello, restare mi ricorda anche cosa non ho. Mi ricorda lo spazio che non ho per coltivare i sogni, per coltivare un po’ di futuro, qualche strumento in più. Coltivarmi una possibilità.
Ma tutte le motivazioni si sciolgono quando saluto i miei genitori in aeroporto. E non versiamo una lacrima, ma mamma si tradisce mentre faccio la fila per i controlli. Non avrei dovuto girarmi.
E i primi giorni sono i peggiori, sembra che tutta la routine costruita in sei mesi non regga più. Sembra tutta una farsa, una messa in scena, e tutto sembra urlarmi “ma perché non torni a casa?”
L’aria portoghese mi si rivolta contro con profumi diversi e io mi sento di nuovo estranea. Ma poi qualcosa succede. Qualcuno si accorge che sono triste. Qualcuno me lo chiede per poi rispondermi “But you have us” e allora un piccolo focolare si riaccende in mezzo al petto. Gli occhi riacquistano la capacità di riconoscere volti amici. La mente riacquista la capacità di fare piani, il cuore mette la scintilla dove ci sono solo scartoffie.
Ed è come un livido. Resta lì, ma poi cambia colore e non fa più male.
E penso alle parole di mia mamma sussuratemi all’orecchio:”Non sarà per sempre, vero?”

E me lo prometto silenziosamente con un appunto sul cuore. Non sarà per sempre salutarla dopo pochi giorni. Ma oggi no, oggi devo perdermi un po’, sguazzare nella nostalgia mentre conosco e mi conosco.
Ma no, non sarà per sempre. Come niente, del resto.

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Nella penombra.

nella penombra

Fondamentalmente sono una persona solitaria anche se so stare in mezzo alle persone. Ci pensavo oggi in ufficio e anche ora, mentre do un’occhiata alle verdure sul fuoco. Sono congelate, ora non vi impressionate e non pensate che abbia iniziato a cucinare davvero cose che richiedono abbastanza tempo. Sono solitaria per scelta, ma a volte anche per una necessità interiore. È come se avessi un timer, un orologio con il suo ritmo imperfetto dietro la nuca, come quei meccanismi usati per i carillon. Quando la corda si esaurisce bisogna lasciarlo un po’ a riposo,e così mi ritrovo da sola anche nel mezzo di una compagnia. Lo sguardo un po’ perso, concentrato altrove, come quando abbasso un po’ le persiane e mi godo la penombra. Ecco ogni tanto ho bisogno di stare all’ombra della mia anima, a pensare, a guardarmi, a guardare, a contare.

E all’ombra di me stessa ho visto tante persone andare e venire, e ho imparato a disconnettermi silenziosamente, a cercare di capirmi, a cercare di capire. E nella stessa penombra ho deciso di continuare gli studi, qui. Un’altra sfida. Lavorare e studiare cercando di continuare ad avere una vita. E non ho nemmeno mezza idea sul come farò, se ci riuscirò, se è una buona idea. Sono piena di se, ma d’altronde lo ero anche prima di partire. Ora sono solo diversi “se”. Ma il tempo sa giocare così bene, sa provocare. E così per scoprire la risposta devi solo stare alle sue regole e vivere. Tu decidi di vivere e lui decide di darti un altro frammento di risposta. Nulla di più, nulla di meno.

E ora, quale sarà la mia prossima mossa? Resto a guardare all’ombra di me stessa.

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Vino bianco e ciglia finte.

wine

Farsi degli amici è difficile, avere dei conoscenti è molto semplice. E per scoprire a che punto sei con una persona devi lasciarti un po’ andare. E così venerdì sera sono stata invitata a cena da una collega: chioma bruna, minuta, gusto impeccabile nel vestire. E ci siamo trovate così, per caso, dalla cucina incolore dell’ufficio al delicato soggiorno di casa sua, a raccontarci pezzi di vita tradotti un po’ in inglese, un po’ in portoghese. Ad insegnarci espressioni intraducibili, a fare congetture su cose, persone, intenzioni. Chi ha il cuore rotto non può fare a meno di analizzare, di pensare, di rimuginare. E alla fine di ogni frase ripete a sé stesso che bisogna andare avanti. Come a ricordarsi che il capitolo va chiuso, andrebbe chiuso, ma non quel giorno. E uno magari si immagina che le confidenze avvengano in un momento speciale, come se qualcosa dovesse sancire i momenti speciali, come se ci fossero delle regole non dette, ma che tutti conoscono.

E, invece, venerdì le confessioni sono arrivate mentre pasticciavamo con ciglia finte e rossetto, mentre sorseggiavamo vino bianco pensando al passato e al futuro pur restando nel presente. Forse è così che si diventa amici, mostrando all’altro le ferite, aspettando il sollievo momentaneo. Forse non esistono i momenti perfetti, esistono solo i momenti. E sta a noi renderli degni di nota, anche se succede mentre ti colori la faccia.

Un’altra storia che mi porto sulle spalle, leggera. Un’altra storia che mi hanno affidato. Lisbona mi regala momenti, persone, io le regalo un paio di orecchie. E ora vediamo cosa succede.

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Far splendere.

large

Sono le 18:43 in questo angolo di mondo e dalla finestra lascio entrare uno spicchio di sole, di polvere, di luce, di rumori esterni. Acchiappo l’energia e la conservo per la settimana che sarà. E mi incanto a guardare la polvere che fluttua nell’aria, che si muove disinvolta ed elegante, eppure nessuno le ha mai insegnato a danzare. E penso che dovremmo imparare ad ispirarci a vicenda. Dovremmo avere cura di splendere e di far splendere. Perché tutti conosciamo fin troppo bene la prima parte della frase, ce la ricordiamo quando siamo al buio, quando brancoliamo perdendo il senso dell’orientamento, nell’attesa che le nostre dita sfiorino un interruttore.

Ma nessuno prende sul serio, nessuno si carica sulle spalle il senso della seconda parte della frase. Far splendere. Come fai splendere una persona se a malapena sai se stai emettendo una qualche luce? La fai splendere quando si illumina con quello che puoi dire o fare. A volte abbiamo il potere degli specchi, e non lo sappiamo.

Possiamo metterci lì, di fronte ad una persona, e ricordarle quello che ha perso nel buio. Essere il riflesso, quello con il sole. Ed è triste sapere che un potere così forte è sprecato, stropicciato, pestato e lasciato andare così. Ci piace di più il gossip spicciolo, ci fa sentire superiori, migliori, più in gamba. Ci soddisfa. Far splendere richiede più coraggio, più anima.

Un raggio di sole mi ha rubato una ciocca di capelli, e ne vedo il riflesso nello specchio. Ora è più chiara, e così i miei occhi, che assorbono la luce. E lui ancora non lo sa, ma mi sta mettendo di buonumore, mi sta facendo rivalutare quel riflesso nello specchio. Anche se sono metà in tuta e metà in piagiama, anche se ho un’opinione diversa di me stessa.

Oggi, domenica, è primavera. E io vi auguro di essere il raggio di sole che faccia splendere. Perché a brillare si finisce per illuminare.

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I’m a fighter.

fighter

La quotidianità, la routine, le stesse azioni ripetute giorno dopo giorno, la noia che inevitabilmente fa capolino alla soglia dei nostri venti, trenta, cinquanta o sessant’anni che siano, spesso ci lascia dubitare dei nostri sogni. O meglio, ci lascia dubitare della loro realizzazione. Soprattutto la mia generazione vive in un clima di incertezza generale, tutti fratelli sotto lo stesso motto “vediamo come va”. E così ci ritroviamo a rinunciare alle nostre aspirazioni per un po’ di sicurezza, un po’ di autonomia, pensando che così va il mondo, e così andiamo pure noi. Ma a ventidue anni, e non solo, non si possono uccidere i sogni. A ventidue anni ti devi buttare e imparare a nuotare. D’altronde è solo mentre cadi a picco che vedi, senti, percepisci il dolore, il prurito delle ali che spuntano. E così, sono, siamo, siete dei guerrieri che custodiscono i sogni. Che sia a casa dopo il lavoro, che sia per farne un lavoro, che sia per lasciare un’eredità di storie a chi sarà. Noi siamo guerrieri.
E da oggi sto imparando a considerare la domanda “perché no?” molto più spesso dei “ma se poi…”
Ed è una sensazione terrificante ed elettrizzante. Ma fare i guerrieri quando c’è tanto spazio per sognare è un compito più facile, è avere già il terreno più spianato.
Proteggere i sogni, annaffiarli, creargli un giardinetto privato dove non arrivano i problemi di tutti i giorni, quello è un miracolo. Così come guardare fuori e vedere che è primavera, sentire quasi il peso dei rami che si sfiorano, che si amano, che fanno l’amore regalando germogli.
Sentire il pulsare della vita, prenderla a piene mani e mettersela nel cuore, addosso. A ventidue anni non si può non essere guerrieri.

Che abbiate già le ali o vi stiano crescendo, ricordatevi sempre di usarle.

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Casa.

casa

I portoghesi hanno questa differenza: para casa e a casa. La prima indica una condizione permanente, indica un andare per restarci, mentre la seconda indica una situazione temporanea. Dopodomani torno a casa per cinque giorni, ma non so ancora decidere se mi sto allontanando da casa per andare in Italia, o se al mio ritorno lascerò casa per tornare a Lisbona. Lisbona non è ancora completamente casa mia, ma casa mia, quella dove sono cresciuta, non è più completamente casa mia.
I due Paesi si fanno guerra nel mio cuore, si fanno entrambi strada tra i miei pensieri e le mie abitudini, ma già so (e anche loro) che non ci sarà nessun vincitore.
Entrambe saranno il mio “posto davanti al camino” per ragioni diverse. Entrambe mi hanno formato e continuano a farlo in maniera impercettibile, ma continua.
E mi domando se quando tornerò vedrò le cose in modo diverso. Mi domando quale sarà la mia percezione, se quello che vedo mi starà ancora più stretto o se mi accorgerò di quanta nostalgia ho trattenuto.
Questo viaggio strapperà un po’ di veli, forzerà il confronto con quello che sto diventando, con le mie paure e con i miei atti di coraggio. Torno in Italia per cinque giorni, torno ai miei odori, i miei cibi, i miei luoghi per cinque giorni.

L’unica domanda a cui ancora non riesco a rispondere è: troverò ancora me stessa lì, in mezzo ai mattoncini di una vita?

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