Questione di tempo.

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Lunedì, tardo pomeriggio, cinema. Io, un’amica e due coppie. Le luci si sono spente, la proiezione è partita e mi sono ritrovata con un orecchio concentrato sul film e un altro impegnato a captare il rumore dei baci. Quello schiocco sonoro delle labbra contro le labbra. Un film sul tempo, sulla dilatazione di esso, sulle priorità. Un film che ti fa uscire dalla sala con un senso di benessere addosso e tante riflessioni. Uno di quei film che ti lascia uno strano sapore in bocca, forse il sapore che tutti i film dovrebbero lasciarti: un sapore non troppo lontano dalla realtà quotidiana, giusto quel po’ che basta per farti alzare un po’ da terra. Ma solo un po’. E forse sono stata l’unica a commuovermi in sala, ad asciugarmi due lacrimoni con il dorso della mano, a ravvivarmi i capelli e a mordermi il labbro inferiore per non lasciarmi sfuggire un singhiozzo. E va a finire sempre così, un dettaglio mi riporta ad altro, e finisco a piangere per un padre che abbraccia un figlio. Quando le luci hanno di nuovo illuminato la sala, il mio viso, i miei occhi mi sono sentita come un gladiatore buttato di nuovo in campo a combattere dopo una lunga pausa. Mi piace il buio dei piccoli cinema di città, mi piacciono le note che invadono la sala, e lo schermo enorme che mi proietta i suoi colori dritti addosso. Mi piace il fatto di non dover parlare. E insieme alle scene commoventi puoi anche piangere vecchie lacrime che ti sei tenuto dentro. Una piccola catarsi urbana, vestita in giacca e cravatta. Una piccola scusa per non raccontarti la verità, e cioè che hai bisogno di piangere. Una piccola dose di romanticismo non stucchevole, senza troppa pasta di zucchero colorata con additivi chimici scadenti. Una bolla di vetro al cui interno puoi anche far nevicare, se preferisci. Una pausa prima di ritornare in campo a raccontarti che ce la fai.
Ma in fondo è la verità, e lo so, lo so che finisco sempre per sorridere. Perché mi sento sempre, comunque, inesorabilmente prigioniera della speranza. In inglese si direbbe i can’t help it: non ci posso fare niente. O, forse, traducendo alla buona e traslandone un po’ il senso, non mi posso aiutare.

11 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Riflessioni, Vita

11 risposte a “Questione di tempo.

  1. Sensazioni e percezioni differenti tra te e gli altri come è naturale che sia.
    Per te conta quel posto piccolo, che pare rappresentare una nicchia protettiva, per altri risulta indifferente.
    Questione di sensibilità.

  2. Mi piace questo post, bello e scritto bene.

  3. Se non avessimo emozioni, quei piccoli cinema bui non servirebbero a nulla. Bello.

  4. Quanto sei bella tu.
    Quanto sono d’accordo con te, adoro i cinema, non mi sono mai trattenuta molto nelle mie emozioni, mi ha sempre tradita quel tirar su col naso e cercare il fazzoletto nella borsa.
    E quanto ho adorato le tue metafore: sai sempre colpirmi.

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