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Vino bianco e ciglia finte.

wine

Farsi degli amici è difficile, avere dei conoscenti è molto semplice. E per scoprire a che punto sei con una persona devi lasciarti un po’ andare. E così venerdì sera sono stata invitata a cena da una collega: chioma bruna, minuta, gusto impeccabile nel vestire. E ci siamo trovate così, per caso, dalla cucina incolore dell’ufficio al delicato soggiorno di casa sua, a raccontarci pezzi di vita tradotti un po’ in inglese, un po’ in portoghese. Ad insegnarci espressioni intraducibili, a fare congetture su cose, persone, intenzioni. Chi ha il cuore rotto non può fare a meno di analizzare, di pensare, di rimuginare. E alla fine di ogni frase ripete a sé stesso che bisogna andare avanti. Come a ricordarsi che il capitolo va chiuso, andrebbe chiuso, ma non quel giorno. E uno magari si immagina che le confidenze avvengano in un momento speciale, come se qualcosa dovesse sancire i momenti speciali, come se ci fossero delle regole non dette, ma che tutti conoscono.

E, invece, venerdì le confessioni sono arrivate mentre pasticciavamo con ciglia finte e rossetto, mentre sorseggiavamo vino bianco pensando al passato e al futuro pur restando nel presente. Forse è così che si diventa amici, mostrando all’altro le ferite, aspettando il sollievo momentaneo. Forse non esistono i momenti perfetti, esistono solo i momenti. E sta a noi renderli degni di nota, anche se succede mentre ti colori la faccia.

Un’altra storia che mi porto sulle spalle, leggera. Un’altra storia che mi hanno affidato. Lisbona mi regala momenti, persone, io le regalo un paio di orecchie. E ora vediamo cosa succede.

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Cronache lisbonesi.

cronachelisbonesi

Oggi sono esattamente trentaquattro giorni che mi trovo a Lisbona. Da qualche parte ho letto che ci vogliono quaranta giorni prima che un’azione ripetuta diventi un’abitudine. Per ora ho stabilito la mia routine e dopo i primi disastri iniziali ho iniziato finalmente a sentirmi a casa.
Mi ci sono volute delle candele profumate da mettere in camera insieme ad una lanterna in ferro battuto, una stufa, delle coperte nuove, una polaroid e un catalogo intero da sfogliare e risfogliare per decidere come arredare la mia stanza. Eravamo due sconosciute, io e la stanza. Ci siamo guardate in cagnesco per un po’, ma ora stiamo entrambe collaborando. E ogni giorno ha un pezzo in più di me, e non solo i miei vestiti.
Casa mia è in un viale alberato e c’è un momento della giornata, intorno alle cinque, quando il cielo è ancora azzurro, ma si vedono già le prime ombre, ecco in quel momento si stagliano i contorni dei rami contro il cielo. Sono così definiti, fieri, orgogliosi di stare là, nudi e scuri. In rari momenti di bellezza il sole punge i rami e crea un gioco d’ombre con le foglie rosse. In quel momento Lisbona è casa mia.
In quel momento camera mia è mia. In quel momento ce la posso fare.
In quel momento sono un pezzo di Portogallo.
E in questo pezzo di Portogallo ho dei nuovi amici. Strano a dirsi, ma una delle persone con cui ho stretto di più ha cinquant’anni. Si chiama Pedro (come la metà dei portoghesi), ed è così taciturno che all’inizio pensavo di non piacergli.
Poi abbiamo iniziato a chiacchierare, prima osservandoci da lontano, quasi come a capire se l’altro fosse innocuo o meno. Finché un giorno mi ha presa sotto la sua ala protettrice e ha iniziato a raccontarmi la storia della sua vita attraverso Google Maps. Ogni posto un ricordo, ogni ricordo una storia, ogni storia una lingua diversa.
Pedro parla tra i denti, non articola troppo le parole, credo sia perché non è abituato a parlare. L’ho osservato per un po’, se ne sta nel suo angolino e tutti pensano che non ami la compagnia.
Ah, quanto si sbagliano.
E così io e Pedro siamo nello stesso angolo, ci sono entrata anche io per fargli vedere com’è andare fuori.
Lui mi parla di Lisbona, delle cose che devo mangiare, vedere, vivere. Io gli parlo dell’Italia, di questo o quel disguido con la commessa, della mia coinquilina.
Stiamo uscendo dal guscio, in maniera diversa.

E Lisbona è questo: alberi, colori, foglie, un adulto con la sua storia, un negozio di libri dove scappare in pausa pranzo. Sto uscendo dal guscio, Lisbona. Come il tuo sole quando passa tra le foglie.

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In un mondo di tulle ed organza.

ring

Vi scrivo mentre mangio un Ferrero Rocher, penso che questo tipo di cioccolata possa sciogliere i malumori e curare la luna storta. Sono stati giorni intensi, pieni di emozioni diverse. Un lutto improvviso, la mamma di una mia cara amica, un funerale fatto di dolore composto, trattenuto, vissuto dentro e mai caricato. Giorni di prime esperienze, di una chiamata da lontano, di un’opportunità intravista ma senza ombra di certezza.
E poi sono stati giorni di tulle ed organza, di pizzo e brillantini, di abiti a sirena, di veli lunghi e veli corti, di specchi e foto rubate.
La mia migliore amica si sposa, e così siamo in giro per atelier. Sfoglia il catalogo, misura gli abiti scelti, si confronta con l’immagine che hai davanti agli occhi.
Una cascata di ricci, un corpo fasciato da un abito a sirena, lo sguardo perso di chi si immagina il momento, di chi lo rivive milioni di volte e in miliardi di modi diversi. Si gira e mi chiede cosa ne penso, come sta, com’è il corpetto, come sono le balze. E io la guardo da varie angolazioni, interne ed esterne. Guardo la coda, il corpetto, come cade il velo.
E poi guardo l’amica, la sorella, la moglie che sarà, la mamma che un giorno mi dirà di essere.
E tra decine di consigli che arrivano la cosa che più conta è sempre il suo sguardo, come a dire “Sì, hanno detto la loro, ma tu?”
Ma io? E io ascolterò del tuo viaggio di nozze, e mi dirai delle Maurutius, e del mare, e di com’è tenersi per mano con la fede al dito. E mi dirai della casa, di che cucini, di com’è cambiare città.
Mi dirai, mi dirai, mi dirai.
Ci diremo. Ci ascolteremo.
Ma tu aspetti ancora la mia opinione sul vestito, e non sai a quante cose sto pensando.
“Sei un incanto!”

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Germany here she comes.

hereshecomes

Salutare qualcuno prima che parta per un periodo di tempo abbastanza lungo fa sempre un certo effetto. Figuriamoci quando è una delle tue migliori amiche. Fa capolino quella sensazione alla bocca dello stomaco, quel nodo che si propaga alla gola. E lo capisci solo dopo. Dopo aver straparlato di tutte le cose belle, nuove e felici che accadranno. Te ne rendi conto quando si esaurisce la dose di entusiasmo e ti ritrovi aggrovigliata in un abbraccio che non ha parole.
Ci vediamo presto“. E sai che in quel presto sono incluse mille assenze, ma sai anche che l’amicizia sa trasformare i chilometri, li cambia e li modella, li riduce a icona lasciando la sostanza come sfondo.
Penso al primo giorno che ci siamo conosciute, in quarta elementare. Penso al nostro modo di parlare, alla cartoline mandate, ai suoi occhi color nocciola chiarissimo. Io la vedo per com’è: brillante. La vedo coraggiosa come solo chi insegue un sogno sa esserlo. La vedo già un chirurgo. E l’ho capito fin da subito. Certe cose si sanno, ti riempiono il petto di orgoglio e lo sai già come andrà a finire.
E allora un altro abbraccio. Altre raccomandazioni. Altre iniezioni di coraggio liquido. Altre confessioni.
Il tempo sembra un tiranno che ruba i secondi, che nasconde il sole, che fa venire il giorno dopo con la velocità di un fuggiasco. Ogni sognatore corre un rischio, conserva un velo di tristezza nel cuore, mette da parte qualcosa. E lei lo ha fatto. E io lo farò. Però ho capito che anche ai bivi ci si può portare dietro qualcuno. Noi ci portiamo a vicenda. E quindi, Germania, trattala bene. Non crederle sempre quando dice che sta bene.
Dalle il suo tempo, sii premurosa. E quando ti dirà addio regalale consapevolezze ed esperienze, regalale ciò che non può avere qui.

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Granita al melone.

granitaallimone

Un pomeriggio d’estate un ragazzo e due ragazze si riuniscono in un caffè della città. Tre granite al melone.
Parlano come chi sa che sta per perdere l’uso della parola e decide di approfittare di ogni singola parola rimasta. Parlano e si sorridono, si lanciano sguardi affini, testimoni di esperienze passate. Conoscono la luce dei loro occhi così bene che sembra tutto così naturale, ogni parola, persino ogni paura.
Ed è tutto fuori dalla città, fuori dal tempo. I loro racconti sono sospesi da qualche parte tra l’Irlanda, il Belgio e chissà dove.
Le granite sono finite, ma la compagnia non lascia il liscio tavolo di legno che traballa sotto il peso dei gomiti che si poggiano sulla superficie.
Il cielo è azzurro, le nuvole bianche scorrono lente e non esiste più niente, come se quell’attimo dovesse allungarsi e prolungarsi, senza mai diventare futuro.
Alcuni pomeriggi vanno così, l’essenziale consuma la durata, gli attimi si rincorrono frenetici e lasciano uno strano senso di nostalgia, una sorta di malinconia edulcorata.
“In bocca al lupo, Claudio”. E i ragazzi si abbracciano, si scambiano auguri, benedizioni, incoraggiamenti che si concretizzano solo a mezz’aria, quando iniziano a crederci un po’ tutti.
Inizia a soffiare un po’ di vento. Chissà da dove viene, chissà dove se ne va.

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Sul panico, sulla calma e sulle risate isteriche.

sessionestiva

Sono quasi sopravvissuta a questo mese tragico inserito in una cornice ancora più tragica chiamata sessione estiva. Se supero anche lunedì senza un graffio posso tirare un sospiro di sollievo fino alla seconda metà di luglio.
In questi anni ho sperimentato che gli esami sono sempre delle situazioni tragicomiche dove emergono le parti più inaspettate della nostra personalità. Io, ad esempio, mi sono riscoperta mamma chioccia, quella che rassicura tutti, che sorride come un’idiota e che si improvvisa istruttrice di training autogeno. Generalmente questo atteggiamento dovrebbe essere tipico delle persone tranquille di natura, e non credo sia il mio caso.
Quando si avvicina il mio turno il sangue si ritira dal mio corpo: sono bianca e fredda in stile defunto e posso avere due reazioni. La prima include una risata isterica, incontenibile fino alle lacrime, la seconda prevede il silenzio assoluto, tombale, spettrale, quasi sacro mentre contemplo il libro con sguardo spiritato.
Stamattina ero uno strano mix, non so quanto piacevole.
La parte più bella, quella che solo chi ha condiviso la lunga Via Crucis con te può capire, è arrivata nel momento in cui sono uscita da quell’aula. Un sospiro di sollievo, un sorriso e ho trovato i miei amici lì fuori a battermi le mani come tanti piccoli esaltati, felici.
La condivisione è la parte più bella, quella che ci rende studenti con teste pensanti, ansie parlanti, e opinioni scoppiettanti, e non matricole fatte di inchiostro e cifre.
E dopo ore di studio, e libri, e appunti, e prefazioni, e penne colorate, e tempo che stringeva, l’unico momento che ricorderò è quando Anna mi ha abbracciata e presa per il braccio, abbiamo sorriso tutte e in pace abbiamo capito che per oggi era finita.
Vi auguro questo momento di sollievo, vi auguro il riposo meritato del guerriero e, sopra ogni cosa, vi auguro persone capaci di condividere.

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Cough Syrup.

picnic

C’è questa canzone dei Young the Giant “Cough Syrup” che mi è entrata in testa e la canticchio e la fischietto da stamattina, forse perché ho una tosse tremenda e il mio subconscio sente una certa affinità con il titolo.
Ieri ho scoperto di essere molto competitiva e di amare alla follia il gioco di Taboo. Per chi non lo conoscesse bisogna far capire alla propria squadra una determinata parola senza usare altre parole elencate nella stessa tessera. Non si può imitare la parola misteriosa e c’è un certo limite di tempo. Ho inventato gli esempi più assurdi, fatto collegamenti più impensabili per far capire parole come “silenziatore”, o la parola “beauty case” senza poter nominare le parole “cosmetici”, “donne” e “prodotti”. I componenti della mia squadra hanno affermato che ero molto esaltata durante la competizione, io ricordo solo i granelli della clessidra scendere veloci e io che gesticolavo come una forsennata.
Insomma, anche se il gioco fosse stato odiato, ho fatto divertire un po’ di gente con il mio spettacolino. La vita è bella anche per questo, perché ti perdi in un gioco, perché ti sdrai su una panchina in un prato e senti il sole sciogliere le tue paure, perché la tua migliore amica si arrabbia se non metti la felpa visto che tossisci già da un po’, perché quando mettono i dolci a tavola tutti ti guardano, immaginando già la tua faccia.
E mi piace avere delle cose a cui tutti mi accomunano: i dolci, ad esempio, o i fiori, o l’azzurro, il mio colore preferito. O i libri. Mi piace che la gente che mi conosce mi pensi quando si imbatte in oggetti di questa natura.
Viviamo molto di più nei dettagli che nei ricordi veri e propri, perché i dettagli si rigenerano, si ripetono, si rigenerano. Forse è per questo che faccio caso alle cose piccole, insignificanti, storte, al modo in cui qualcuno si tocca i capelli, ai nei, all’incavo tra il collo e la spalla, a come si gesticola, come si racconta, ai tic, alle imperfezioni.
Sono le cose belle, quelle che ci riportano ad altri luoghi, altre vite, altre persone.

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