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La condivisione che fa male.

condivisione

La parola “condividere” significa dividere qualcosa con qualcuno, rendere partecipe qualcuno di qualcosa che proviamo o di qualcosa che ci è capitata. Ho sempre trovato questo verbo bellissimo, davvero, e ho sempre creduto nella condivisione come un ottimo mezzo, forse l’unico, per arrivare a conoscersi davvero.
Con l’avvento dei social questa parola così intima è stata spiattellata senza ritegno ovunque. Condividiamo dal piatto di pasta ai baci, ai regali, alle occasioni importanti.
Devo essere sincera, l’allarme è scattato qualche giorno fa quando la mia home di Facebook è diventata un cumulo di post di una persona che festeggiava il suo anniversario di fidanzamento. Un bel momento, non vi pare? Intimo, non trovate?
E condividiamo gli antipasti, e il primo, massì sono simpatici. Condividiamo la vista, ok, mozzafiato. Stop. C’è una linea. C’è sempre una linea nella condivisione, quella tra la sfera pubblica e la sfera intima resa ingiustamente, inadeguatamente pubblica. Condividere certi baci, certe sorprese, certi sguardi intimi è una violenza verso il mondo degli innamorati, quello dove possono vivere solo loro, quello dove nessun mi piace, nessun commento, nessuna emoticon dovrebbero essere ammessi.
Una sorta di luogo sacro.
Non fraintendetemi, mi piacciono le foto di coppia, soprattutto quelle simpatiche. Che poi quando c’è affinità si vede subito, la immortala anche una macchinetta, è nell’aria.
Ma quei momenti. I momenti a lume di candela, quelli delle frasi sussurrate, quelli delle promesse scambiate anche senza parole, quelli non si immortalano con uno smartphone. Non si pensa nemmeno a prendere uno stupido telefono.
Condivideteli con chi amate, usate milioni di parole o semplicemente fate parlare lo scintillio dei vostri occhi, ma non li svilite su dei social, non li esponete alla gente, hanno bisogno di un ambiente pulito.

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La regola del quarto d’ora.

Quindiciminuti

Ho inventato una nuova regola per gli incontri confidenziali con amici e/o amiche con cui si finirà inevitabilmente a parlare di qualcosa che non va e che, probabilmente, ci rende tristi.
La regola del quarto d’ora consiste in quindici minuti di puro sfogo, pura lagna insomma. Quindici minuti d’orologio in cui puoi diventare il pessimista più incallito del mondo. In questo lasso di tempo nessuno deve sentirsi in dovere di tirare su l’altro con frasi di circostanza.
Allo scadere del quindicesimo minuto si va avanti come se niente fosse mai accaduto e si ritorna a qualsivoglia argomento ritenuto importante. Quei minuti sono la nostra finestra su noi stessi e sui nostri amici, sono le confessioni nere allo specchio, solo ad alta voce. Quindici minuti di immunità, poi in qualche modo ci si distrae.
Domani scoprirò se questa regola funziona davvero.

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