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La vita segreta di noi comuni mortali.

walter

Ieri, oltre ad aver dormito quattordici ore ho anche visto diversi film. Mi sono concessa una giornata di pura, beata, brillante nullafacenza. La camera in penombra, dei film, un letto che mi ha vista andar via troppo presto la mattina e un tè ai frutti rossi.
Tra i film che mi hanno fatto compagnia c’è “La vita segreta di Walter Mitty”. L’intero film è centrato sulla vita di un comunissimo impiegato, Walter Mitty, che ha una vivace immaginazione ma che, purtroppo, non riesce a trasformare in azione, finché un pretesto lo spingerà a viaggiare come mai aveva fatto e a trovare il coraggio di rischiare.
Ecco, il coraggio di rischiare. Spesso, almeno io, penso a questo coraggio come all’abilità di fare di qualcosa di pazzesco, folle, senza precedenti. Qualcosa di epico. Ma c’è davvero bisogno di fare qualcosa di epico se poi nella vita di tutti i giorni rimaniamo i soliti abitudinari, noiosi, senza sorriso?
Cambiare vita implica anche un cambiamento piccolo, ma ripetuto, voluto, sentito. Alzarsi alle cinque del mattino, abbracciare il freddo del mattino ed essere sorridenti, questo può già essere un gesto rivoluzionario.
Però non ci pensiamo, è solo un sorriso, solo un po’ di buonumore, non fa mica differenza.
E invece. Se solo potessimo vedere da fuori l’intera catena di eventi in cui siamo impigliati. Le conseguenze che i nostri gesti possono provocare.
Una citazione tratta dal film recita “Beautiful things don’t ask for attention”.
Ed anche io la penso così. Le cose belle, ed importanti, sono così silenziose che spesso le sorpassiamo aspettando il famoso ed eroico gesto di coraggio che cambierà la nostra vita.
Ma se nell’attesa avessimo già perso tanti altri minuscoli, ma eroici atti di coraggio?

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#LikeAGirl.

likeablog

Prima di leggere questo post vi invito a guardare questo video cliccando qui

Purtroppo ho trovato il video solo in inglese, ma per coloro che dovessero avere difficoltà riassumo in breve il contenuto. Quando si usa l’espressione “come una ragazza” la si usa quasi sempre in maniera dispregiativa, come ad indicare un modo di fare le cose un po’ ridicolo, goffo, quasi isterico. Nella prima parte del sondaggio viene chiesto a delle giovani donne cosa voglia dire correre come una ragazza, combattere come una ragazza, lanciare come una ragazza e tutte rispondono esattamente seguendo gli stereotipi. Adeguandosi al pensiero comune e facendolo loro, facendone quasi un vanto.
Nella seconda parte del video la stessa domanda viene posta a delle ragazzine e, senza indugiare, loro corrono come corrono anche i ragazzi, combattono mettendoci muscoli e intenzione, lanciano con lo slancio del braccio guidato da uno stimolo ben deciso. Una di loro afferma “correre come una ragazza significa correre più forte che puoi”.

Quando abbiamo iniziato a considerare, a considerarci uno stereotipo? Quando ce l’hanno fatto credere? Siamo circondate dai miti sulle donne che risultano buffe in questa o quell’altra cosa. La gente ha più scrupoli a pubblicare una vittoria scientifica di una donna, una scoperta, piuttosto che un litigio surrogato in quei programmi da quattro soldi, o cosce e addomi strizzati in bikini. Quando abbiamo iniziato anche noi a considerarci così?
Quasi come se sentissimo che non c’è sfida, non c’è storia, noi siamo brave in altro. Certo, ognuno ha le proprie attitudini innate, ma da quando “come una ragazza” o, peggio ancora, “come una femmina” è diventato sinonimo di gallina? Non che non ce ne siano, ma perché prendere loro in rappresentanza della categoria?
Ma, soprattutto, perché quando una donna fa qualcosa di bello, forte, sensato, intelligente, coraggioso, allora si pensa comunemente che quella donna abbia gli attributi (maschili)?
In quello che sembra un complimento c’è del sessismo latente?
Io scrivo come una ragazza perché sono una ragazza. Io penso come tale, agisco come tale, e mi piace pensare di avere coraggio come tale, sensibilità, istinto. E dunque.
A voi le conclusioni.

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My kind of Sunday.

fiorellini

Currently listening to Tee shirt

Io amo la domenica. Ho le mie abitudini, i miei tempi, i miei momenti, e la domenica è piena di tutto questo. Inoltre la canzone che ho postato qui in alto (vi basta cliccare su “tee shirt”) è diventata il mio nuovo mantra. La ascolto ripetutamente da giorni e non me ne stanco mai. Il suo ritmo ha scandito il ritmo di questa piacevole giornata soleggiata che porta via con sé tutti i mali della settimana, li affoga nell’odore del pranzo, nell’aroma del caffè a fine pasto, nella sveglia che riposa beata senza l’ordine di suonare.
Il tempo rallenta, si dilata e si moltiplica come bolle di sapone colorate e ogni ozio, ogni mancanza di attività è giustificata da questa bella parola, domenica.
Ho finito “Il velo dipinto” ed è stato uno di quei pochi libri che mi ha lasciato un sapore strano in bocca. Non è uno di quelli che odi o ami, è uno di quelli che non sai dove sta andando, e per questo lo leggi divorando periodi, punti e virgole. A trenta pagine dalla fine ti rendi conto che forse la fine sarà una non fine. Non saprei spiegarvelo, ma nel complesso lo rileggerei. Sullo sfondo una meravigliosa Cina fatta di colori iridescenti, risaie e, purtroppo, colera. Un amore che non è amore che porta ad un adulterio che si rivelerà sterile di fatti, ma avvolto da parole di zucchero. Uno zucchero che fa solo male ai denti e ti lascia la gola riarsa.
Ho imparato ad amare dei personaggi e ad odiarne altri, qualcuno l’ho capito fino in fondo, ho compatito il suo dolore, qualcun altro l’ho lasciato alla penna dell’autore, del tutto indifferente alle sue sorti.
Ritornando a me. Questa domenica mi tinge i pensieri di fresco, di pulito, li colora di una risata infantile, quella delle bambine che giocano nel terrazzo accanto al mio. E loro urlano, scappano, si prendono, si bagnano. E la vita è tutta lì, nel profumo di un fiore che si fa sempre più bello, nel gatto da rincorrere, nell’altalena che cede al movimento delle loro gambe che l’accompagnano. E dovrebbe ancora essere così. E invece sembra tutto più complicato, più importante, di più, di più. Stupidi noi, poveri noi.

Ma oggi è domenica, tutto è concesso, anche andare a raccoglier fiori e far finta di non avere ventun anni, non avere un’età, non avere nulla, solo una bella anima senza tempo e senza nome.

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Per me è no.

ohok

Spesso in vari concorsi una delle regole è quella di specificare dieci fatti su di noi, o dieci cose che ci piacciono. Alla fine di queste descrizioni sembriamo tanti esserini adorabili con tanti amorevoli vezzi. Sicuramente saranno tutte cose vere, ma diciamoci la verità, quante sono le cose che in realtà non sopportiamo?
Ci pensavo oggi, stesa a letto mentre leggevo il mio nuovo amore letterario “Il velo dipinto”.
E così ho sentito il dovere morale di mettervi al corrente delle cose che più non sopporto:
1. Il rumore delle nocche quando vengono fatte risuonare fastidiosamente e producono quel suono che mi entra nelle orecchie e mi fa sentire come se parti del mio corpo stessero cadendo a pezzi.
2. Il caldo. Specialmente quando devo studiare e non un alito di vento buca la mia debole tenda che continua a rimanere tristemente immobile, testimone del mio fardello.
3. Le persone che vivono tutto come una competizione. Anche la scelta del panino al McDonald’s.
4. I pessimisti, quelli che il mondo sta andando a rotoli e non c’è niente che tu possa fare per salvarlo o per salvarti. Quelli che ogni cosa è impossibile e quindi meglio vivere nel bugigattolo della loro triste mediocrità.
5. Quelli che cercano di fare ironia, ma senza ottenere il risultato sperato. Quelli mi danno sui nervi. Sono coloro che danno il loro giudizio o la loro informazione a metà, per non sbilanciarsi troppo, per farti capire che stanno usando del sarcasmo, ma che per il tuo bene si stanno contenendo. Ecco io quelli li eliminerei proprio.
6. Il formaggio. Lo so, lo so, molti adesso mi odieranno, ma è più forte di me. Non ce la faccio.
7. Gli stalker. Quelli che ti chiedono informazioni su dove, quando, come e con chi, pur non avendone il diritto. Quelli che si credono furbi facendo domande a caso che sperano passino inosservate. Fidatevi, ce ne accorgiamo subito. E ci irritiamo.
8. Quelli del “Com’è andato l’esame?” “Tutto bene, grazie!” E uno pensa che la risposta sia finita lì, e mentalmente appunti la gentilezza ricevuta, per poi sentire “Sì, ma quindi con che voto?” E certo.

Per ora, ma solo per ora, è tutto. Sono consapevole che appena pubblicherò questo post la lista mi verranno in mente milioni di altre cose che danneggiano i miei nervi.

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High Hopes.

highhopes

Le note dei Kodaline mi fanno compagnia e muovo la testa, piano, secondo il loro ritmo. La voce vellutata del cantante mi muove le dita partendo dal petto. Fuori il sole splende e dalla finestra spuntano dei ciliegi in fiore. Se fosse per me passerei la vita tra universi di carta ed inchiostro. Mi è successo ieri alla Feltrinelli, mentre annusavo, toccavo, sfogliavo e rigiravo libri tra le mani.
Milioni di vite impilate o esposte su scaffali bianchi. E hanno un potere così specifico, uno di quelli che va dritto al cuore, perché sono fermamente convinta che ognuno di noi colga solo quello di cui ha bisogno nei libri. Un po’ come al supermercato: c’è tutta la merce esposta, ma ognuno si dirige dove deve, dove può.
Penso alle strade della mia città, alcune piene di sanpietrini scomodi e sconnessi, percorse e ripercorse con sandali, Converse, ballerine, stivali e tacchi. Penso ai posti che ho visto e che mi hanno vista, penso alla mia storia su di loro. Una storia che non fa più male.
Penso al ragazzo della gelateria che mi regala sempre un piccolo cono con la Nutella che appoggia in cima alla panna montata, come se non fosse abbastanza.
Penso al lungomare di Napoli, a Castel dell’Ovo, al mare. Penso ai miei posti, i miei lividi, le mie Polaroid mentali. I percorsi del cuore e della città si confondono in un groviglio di corpi e di risate.
E penso alle grandi speranze, quelle che ti fanno avvilire e ti danno forza nello stesso momento. Qualcuno mi ha detto che la differenza tra un sogno e un progetto è una data.Io ho la mia.

But I’ve got high hopes, it takes me back to when we started
High hopes, when you let it go, go out and start again
High hopes, when it all comes to an end
But the world keeps spinning around

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But first let me take a selfie.

selfie

La definizione della parole selfie è la seguente: “una fotografia che uno scatta a sé stesso, in genere con uno smartphone o una webcam e che viene caricata su un social media”.
Non voglio fare della facile ironia su situazioni estreme nelle quali ho visto scattare un selfie, ma vorrei davvero capire perché questa generazione sente così tanto il bisogno di immortalare ogni singolo istante della propria vita scattandosi delle foto. E non parlo di autoscatti con meravigliosi panorama o tramonti mozzafiato sullo sfondo, non parlo di tutto ciò, ma parlo di foto che hanno come soggetto ogni singola smorfia o contrattura del viso umano.
Si tratta di una nuova dimensione che sta diventando la normalità, quasi come se un selfie fosse l’unico modo per vivere le esperienze, l’unico modo per condividerle. E così se devo raccontare di questa o quella serata apro la mia galleria del cellulare e niente più.
Immagini, immagini, immagini, labbra contratte in un bacio, braccia tese per trovare l’angolatura migliore per impugnare il cellulare. Forse la cosa peggiore è il bisogno di condivisione online di questi autoscatti, come se fossero prove sfacciate di un divertimento eterno, come se stabilissero uno stato sociale, come se, come se…
Non esiste più il qui ed ora perché siamo sempre proiettati in un’altra dimensione, dove le persone sono i contatti e il loro potere d’acquisto è un like, un commento, un cuore buttato a caso.
E forse è il successo di quelle foto a sancire il successo di una serata, di una compagnia, di una coppia, di un momento.
Non importi tu, non importo io, importa l’immagine che c’è di noi. E quindi, cari miei, lasciatemi dire che l’espressione but first let me take a selfie in certi casi è l’espressione più triste di tutti i tempi.

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Titolo attualmente non disponibile.

sunflower

Stavo pensando ad un titolo da dare a questo post ma, senza giri di parole, non ne ho proprio idea. Credo succeda quando non ho un ordine preciso con cui dire quello che sto per scrivere. Amo il sabato mattina, la sensazione di pigrizia e di lentezza che mi entra nelle ossa, la sveglia finalmente muta, le lenzuola calde, il sole che filtra gentile dalle doghe senza disturbarmi.
Mi piace prendere il mio tempo per fare colazione, per gustare i Pan di Stelle, per stiracchiarmi, per sbadigliare senza ritegno, per farmi la doccia, per mettere il balsamo sui capelli, per spalmare la crema alla vaniglia, per mettere il profumo con calma, per scegliere cosa indossare, per fare una linea di eyeliner senza correre.
Mi piace scendere in strada senza una meta, solo per il gusto di assaporare la primavera, per riempirmi gli occhi di rosa, arancione e azzurro.
Ascolto la canzone di Zaz- Port Coton, e immagino cosa possa pensare la gente di me. Intendo gli estranei, chi mi guarda distrattamente per strada, in metro, in treno, su un pullman, mentre cammino, mentre mangio, mentre sorrido cambiando canzone. Mi domando se l’immagine che ho di me coincida con quella riflessa negli occhi degli altri. Quasi mai sono la stessa cosa. Forse è per questo che faccio sempre tante domande. Io ci vivrei così, con gli occhi sulle storie della gente, sui loro segni. Li guardo come se trovare loro significasse trovare me, trovare le differenze, i tratti in comune. Non so se sia sbagliato o meno, come se poi esistesse una cosa completamente giusta o completamente sbagliata. Come se non fossimo strani a modo nostro.
La verità è che alla fine di ogni giornata, pigra o frenetica che sia, con o senza sole, vorremmo solo essere rassicurati.
Ci servono i sussurri, i baci della buonanotte, le certezze. Ci serve la consapevolezza di sapere che, se vogliamo, possiamo anche essere deboli.

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