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Domenica Pomeriggio.

domenica

Sono circa le 17:00 e ci troviamo tutti e tre a letto. Venti, ventitré e cinquantadue anni. Sorella, fratello e mamma. Stesi a guardare il soffitto e a parlare di noi, delle nostre vite, dei nostri guai. E anche la notte più nera sembra già vicina all’alba perché sei mani sono più belle di quelle che trovi alla fine delle tue braccia.
Mio fratello mi arruffa i capelli, mi toglie il cuscino, si fa largo prepotentemente e io scalcio per restare al mio posto. Mi domando come sarei senza di lui, senza di loro.
Mamma ha i lobi delle orecchie morbidi, e io li stringo tra pollice e indice, è una cosa che mi rilassa, un rituale che pratico da quando ero piccola e mi teneva in braccio. Le accarezzavo i lobi e mi addormentavo. Lo faccio anche con mio nonno, e lui ogni volta mi sorride. Un sorriso assordante pieno di storie, pieno di giorni passati a raccogliere margherite e andare in bici.
E penso che gli attimi più pieni sono quelli più semplici, quelli che ti passano accanto senza attirare l’attenzione, senza colori sgargianti. Sono così puri che si volatilizzano in un attimo.
Chiudo gli occhi e ascolto le loro risate condividendo con loro il calore della trapunta.
E la vita è tutta qui, in un letto matrimoniale di una domenica pomeriggio.

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Toxic city.

Ieri sera ho saputo di non essere tra i nove vincitori di un concorso letterario organizzato dalla mia università. Essere tra i finalisti mi aveva dato qualche speranza e, anche se avevo cercato di non alimentarla, in un modo o nell’altro comunque ci avevo creduto. Mi è rimasta addosso una sorta di tristezza, ma più leggera. Pesante come un rifiuto, ma non così pesante da deprimermi. Una sorta di peso che sei in grado di portare, ma non per questo ti dimentichi di averlo in mano. E stamattina mi sono svegliata così. Ho raccolto le mie cose e mi sono infilata sul treno, con ancora questi pensieri addosso. Un uomo di colore si è seduto di fronte a me e abbiamo iniziato il nostro viaggio. Mi fissava negli occhi, e anche io. Pensavo così intensamente da ritrovarmi a fissarlo senza ritegno. Una delle fermate del treno è stata Aversa, e così ho pensato a tutta la questione dei rifiuti tossici. I pensieri tossici partoriscono considerazioni tossiche. E così ho pensato ai rifiuti che ci mandano, che ci prendiamo, che mangiamo, che seppelliamo, che nascondiamo. Ho pensato ai soldi, alle coscienze compromesse, ai sensi di colpa mai avuti o abilmente messi a tacere da quelli coinvolti in questa storia. Una terra malata, stanca, sporca e martoriata.
Una terra che partorisce giovani già consapevoli, giovani che imparano molto presto a dire “Via da qui”.
E negli occhi di quell’uomo di colore vedevo la sua fuga da una terra tossica. Tossica perché senza speranza per lui. E anche io, come lui, vedo la mia terra contaminata, lercia, tradita.
Lentamente muore. I cervelli se ne vanno. Lentamente moriamo se non combattiamo.
Hanno costruito case su rifiuti mortali, e io non voglio fare come loro. Non posso costruire il mio mondo su certezze malate. Io resto e spero. Io sono figlia della mia terra malata, ma non la rinnego. Io sono di qui, anche quando la vita mi porterà altrove. Io sono figlia di chi ci ha imbrogliati, ma sono anche figlia di chi si è opposto. Nella mia terra vivono tenebre e luce.
Io ho scelto di essere luce. Ogni volta che faccio sacrifici. Ogni volta che non mi sporco le mani per imbrogliare, ma me le sporco se c’è da ripulire.
Sono arrivata a destinazione. Ho ancora pensieri pesanti sulle spalle, dietro la nuca, sulle mani, tra le labbra, ma non sono più tossica. Niente più radiazioni. Niente contaminazione.
Siamo luce.

toxic

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C’era una volta una fine, un inizio e una tazza di tè.

Supergirl

Come promesso oggi inizio questa sorta di rubrica “A spasso nella mia vita”. La inizio con una fine, strano a dirsi. Per me, oggi, è ufficialmente finito il secondo anno accademico. Fine. Addio esami per un po’. Questa fine è stata una piacevole sorpresa, un sorriso incredulo e una risata condivisa con la compagna di ansie. Quella che ti chiama per ripetere, ma finisce per sfogarsi e per parlarti del fidanzato in Australia. E io finisco sempre per ascoltare, per incoraggiarla e per cercare nuove prospettive da cui guardare le cose. In altri casi cercherei di mediare tra la pillola inzuccherata per bene e la triste realtà, ma in questo caso lei pensa all’aspetto disfattista e deprimente della questione, quindi io devo cercare di equilibrare le cose.
La mia giornata è iniziata alle 06:45 quando mia mamma mi ha chiamata ripetutamente e, davvero, ripetutamente è un eufemismo, finché mi sono data per vinta e mi sono alzata.
Il caffelatte mi ha dato una dignità, almeno quella che basta per arrivare al bagno e acconciarsi seriamente. Quando ne sono riemersa ero anche credibile: una studentessa con occhiaie e difetti prontamente nascosti, una polo da marinaretta e un jeans scuro e sobrio. Il diluvio fuori non mi faceva paura. E neanche quando, quaranta minuti dopo, ho scoperto che alcuni treni erano stati cancellati ed altri facevano ottanta minuti di ritardo ho avuto paura. Forse un po’ sì.
Sono riuscita comunque a infilarmi in un treno e ad arrivare in una Napoli senza pioggia, con il cielo chiaro e l’odore di cappuccino proveniente dal bar della stazione.
Il momento del temuto appello è arrivato in fretta, ed sono solo nove i temerari o i malcapitati che si sono presentati. Sono la terza e non ci spero più di tanto, ma sono impaziente, voglio uscire. Il professore pronuncia il mio nome, lo stomaco sussulta, il cuore si mette a correre, il sangue si precipita sulle mie guance, le mani cercano nervosamente i testi di riferimento e il libretto. Con passo malfermo entro in aula. Prima domanda, poi seconda, e terza, e quarta. E passano circa trenta minuti, ma io non sento più il tempo, non sento più nemmeno i rumori. Solo la mia voce e la voce che mi interroga. Un sorriso finale del docente, un mio sospiro di sollievo. Mi prende il libretto, ci scrive qualcosa, poi mi fa firmare. Sono libera. Vorrei abbracciarlo, mandargli un bacio, non lo so, fare qualcosa. Esco dall’aula e chiamo la prossima, spargendo incoraggiamenti a destra e a sinistra come se fossero acqua santa.
Volo leggera mentre scendo le scale, urto due ragazzi, ma dimentico anche di chiedere scusa. Mio padre mi aspetta per andare a chiedere delle informazioni in un istituto lì vicino. Lo accolgo con un sorriso mentre mi sciolgo in un fiume di dettagli. Corriamo in metro, e quando dico corriamo potete prenderlo alla lettera. Ci riempiono di dépliants, ci regalano sorrisi e cordialità. Immagino perché potremmo potenzialmente portare soldi a questo centro che offre corsi linguistici.
Di corsa in metro, poi in stazione, e finalmente un treno preso mentre le porte si chiudono e le ginocchia mi fanno male. Il cellulare vibra, persone che mi chiedono com’è andata, che mi augurano buona fortuna, che mi chiedono di tenerle aggiornate. E poi la mia risposta, e di nuovo messaggi felici. “Te lo meriti”. Ho sempre una certa difficoltà nel pensare di meritare davvero le cose, e non me ne dispiaccio davvero. Se pensassi di meritare tutto ciò che faccio non ne sarei più grata.
Io invece penso che ogni giorno sia una benedizione.
E ora vi scrivo mentre sorseggio tè al caramello e penso che domani inizierà l’ultimo anno. I progetti per il futuro mi rubano sempre più pensieri. Gli occhi sognanti sono una brutta, adorabile bestia.
Oggi è un bel giorno.

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Cosa ho imparato oggi.

pancino

Oggi ho imparato che se vuoi andare a fare un po’ di shopping per negozi non devi portarti un’amica con la 40. Non devi mai farlo, perché poi ti sentirai inevitabilmente troppa carne addosso, anche se abitualmente non ti ritieni una balena. Insomma questa cosa della relatività funziona davvero, quindi andate a fare shopping con amiche più grosse di voi, possibilmente. Sicuramente vi farà bene, soprattutto quando comprare qualcosa dovrebbe avere una sorta di effetto curativo.
Però ho comprato due ombretti e un pennello. E questo è sempre fantastico perché non va a taglie, quindi niente confronti. Ho imparato che la mia amica non sa parcheggiare e io, invece di aiutarla, ho iniziato a ridere come se avessi le convulsioni mentre i passanti, a loro volta, ci prendevano in giro.
Alla fine non siamo riuscite ad entrare in un posto perfetto al che la mia amica ha detto “Andiamocene!”
Fortuna che abbiamo trovato un altro posto.
Ho imparato che quando il tuo cellulare muore da un momento all’altro ti senti un po’ tagliata fuori dal mondo, ed è una sensazione strana: da un lato è una sorta di piacevole disintossicazione, ma dall’altro mi sento insofferente. Se ci mettiamo inoltre il fatto che non lo so formattare, mi sento completamente dipendente da mio fratello. Il genio dell’informatica.
L’ultima cosa che ho imparato è che quando il tuo stato d’animo è controverso, quando nemmeno tu capisci cosa vuoi in quel momento, l’ultima cosa che aiuta è tornare a casa è vedere tua mamma alle prese con YouTube mentre ascolta canzoni strazianti, tipo “Perdere l’amore”, “Mi manchi”, “Ti lascerò”.
Insomma una botta di vita. Al che le ho detto sorridendo “Ma che ti ha lasciato il fidanzato?”
Siamo scoppiate entrambe a ridere.

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Vienna, mon amour.

Stamattina ho una profonda nostalgia per Vienna. Ci sono stata a marzo, insieme ad un gruppo di ragazzi dell’università. Una settimana lontana da tutto, senza internet, senza famiglia. Parto il 23 marzo con un bel sole dall’Italia e, dopo circa tredici ore di treno arrivo a Vienna. Una Vienna coperta di neve, così bianca che faceva male agli occhi guardarla. Quelli che erano solo “compagni di corso” in pochissimo tempo sono diventati gli amici di una vita, quelli con cui arrivi a condividere il sonno, il cibo, le occhiaie di prima mattina, i tuoi momenti no e quelli decisamente sì.
Vienna sembrava una di quelle sfere di vetro da collezione; quelle che basta scuoterle per farle diventare incantate. La neve cadeva senza sosta, in un silenzio assordante che trovava il suo eco nel bianco immenso delle distese prima piene d’erba e di colori. C’era cioccolato ovunque. Conigli di finissimo cioccolato si affacciavano ad ogni vetrina. E le persone erano tutte alte, tutte sorridenti, tutte che chiedevano continuamente scusa. Quando ti urtavano in metro, quando dovevano passare, quando per sbaglio ti sfioravano.
E i castelli. Meravigliosi, imponenti, regali castelli. Come nelle favole, non a caso c’era anche il Castello di Sissi. Anche se ci hanno spiegato chiaramente che Sissi non era così amata dal popolo e che non ha vissuto questa grandissima storia d’amore con Franz.
Vienna è la città dei caffè. Hanno proprio la tradizione dei caffè, e parlo della bellissima abitudine di sedersi in questi posti a leggere giornali, a chiacchierare e a mangiare dolci. Per farvi capire meglio ci tengo a precisare che un caffè non è un semplice bar. Si tratta di una struttura antica, magnifica al suo interno, con quadri, specchi a non finire, tavolini di pregiato legno, poltrone di pelle e la sacher più buona del mondo. Credo di averne fatto indigestione. E osservare la gente seduta accanto a me è stata un’esperienza davvero particolare. Noi italiani in confronto siamo molto irrequieti, abbiamo bisogno di compagnia. E invece loro no. Possono stare per ore seduti da soli con solo i loro pensieri a far loro compagnia.
E l’ostello dove alloggiavo lasciava a desiderare, ma ne ho grandemente guadagnato in risate e buonumore. La mia camera, divisa con cinque ragazze, era un’arma batteriologica, ma è diventata subito il nostro nido.
E la ruota panoramica del Prater mi ha scaldato il cuore e gli occhi grazie alla vista mozzafiato su tutta la città. Non me lo aspettavo. Vienna è stata una piacevole sorpresa da tutti i punti di vista.
A Vienna ho pianto alla vista del Bacio di Klimt, l’originale. Quel dipinto è di una tenerezza inaudita. E solo a guardarlo ti senti avvolto in un abbraccio dorato. Ti senti amato per un po’.
Sul treno del ritorno eravamo tutti stremati, con giorni di sonno arretrato e poltrone scomode, ma con nuove consapevolezze, nuovi legami, nuovi tormentoni. Il ritorno mi ha regalato tanta cioccolata, cinque amiche che mi ritrovo giorno dopo giorno, una collezione di ricordi e la certezza che si può sempre rimanere spiazzati.
Posto anche qualche foto scattata da me, giacché ci sono.

Assaggino

Ghiaccio

Musica

Lindt

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A spasso nella mia vita.

Ho deciso di portarvi con me più di quanto stia facendo. Lunedì, per me, inizia l’ultimo anno di corsi a Napoli. L’ultimo primo giorno della triennale. Sarà un anno molto intenso tra tirocinio, corsi per certificazioni esterne, esami, treni, corse, sveglie mattutine. Insomma, avete capito.
E così ho deciso di portarvi con me in un resoconto quasi giornaliero, una sorta di diario di bordo, senza trucchi né abbellimenti. Ho imparato che se condividi le cose diventano più belle.
Salirete con me sul treno delle 7:04, prenderete con me la metro e camminerete sui sanpietrini sconnessi. Vi arrabbierete insieme a me ogni volta che non mi riuscirà un esercizio di tedesco e rideremo insieme tra una lezione e l’altra. Camminerete per i vicoli della mia vita, e a volte mi farete anche un po’ di luce.
Da lunedì ogni giorno, o quasi, avrà un vostro commento, un vostro sorriso, un pezzetto di voi. E a voi rimmarrà un pezzetto di me.

Adventure

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Profumo di pancakes.

Pancakes

Volevo i pancakes, ma da me il McDonald non si è ancora aggiornato e quindi non fa ancora il servizio colazione. La voglia di pancakes era diventata un chiodo fisso che partiva dal cervello e si conficcava dritto nello stomaco. E quindi?
Quindi si fanno in casa. Sono la cosa più facile da preparare, e io che pensavo che fossero una di quelle specialità che viene bene solo in America. Pancakes, latte e nutella curano tutto.
Meglio di qualsiasi antibiotico. Perché la vita è bella. Talmente bella da non aver bisogno di grandi trucchi per farsi così affascinante: basta la cucina, la musica, la compagnia. I tramonti. E i fiori, montagne di fiori profumati. Il suono delle risate. I libri, la scrittura.
E quando scoccia un po’ basta rigirarla, come un pancake.

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