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Tre caffè.

tre caffè

Ieri sono arrivata alla conclusione che non importa dove ci troviamo, tutto si riduce alle cose semplici della vita. In questo caso tutto si riduce a tre caffè e tre ragazze che srotolano paure e storie nella caffetteria di fianco all’università. E mentre fuori fa buio dentro c’è un po’ più di luce.
Due italiane e una montenegrina. Se è vero che la felicità si può considerare tale solo se condivisa, lo stesso senso di sollievo è applicabile anche alle paure quotidiane. Agli scheletri nell’armadio. A tutti i “se” e tutti “ma” dell’universo.
Sono bastati tre caffè per sciogliere le paure, per ridere di noi stesse, per sentire nostalgia e mancanza di casa, per drammatizzare storie per poi sdrammatizzarne il doppio.
Tre caffè e una musica jazz di sottofondo. I sentimenti sono universali, e anche la voglia di prendere le nostre vite e farne una cosa bella, un unico, esteso atto di bellezza.
Uno di quegli atti intrepidi, coraggiosi, sentimentali, dolorosi, con violini di sottofondo, rumore degli aerei che decollano, rumore di risate soffocate e poi esplose.
Rumore di baci che si attaccano alla pelle, si perdono nei capelli e sulle ciglia.
Forse è solo questo che ci affanniamo a raggiungere.
E i tre caffè ci hanno fatto parlare come fossero vino.
E alla fine della sbornia era già buio fuori. Il petto più leggero, gli auricolari già nelle orecchie, i progetti già scritti a metà nella testa.

Anche le matasse più confuse si riducono alle cose semplici.

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Sto nuotando.

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Tra un mese esatto sarà un anno, un anno da quando ho messo vestiti, paure, speranze e una buona dose di incoscienza nella valigia e sono partita con un biglietto di sola andata.
Oggi piove e Lisbona è tutta vestita di grigio, è una pioggia testarda e costante ma senza rumore, senza tuoni, nè lampi. Anche la furia del cielo non è invadente, aspetta paziente che guardi alla finestra per accorgermi che lei c’è, che preferisce che io sia in casa, sotto le coperte, con un computer in grembo a scrivervi delle mie paure e dei sogni nel cassetto. Un cassetto che continuo ad aprire e a chiudere.
Oggi mi sento un po’ come a Capodanno, con la stessa nostalgia e voglia di fare, lo stesso cocktail micidiale che ci fa fare la lista dei buoni propositi e ci fa automaticamente redigere un resoconto di tutto ciò che è successo durante l’anno che sta per andarsene.
Il 25 novembre 2014 una ragazzina è atterrata all’aeroporto di Lisbona, pochissime certezze e quintali di interrogativi sulle spalle. L’eccitazione faceva spesso posto a delle lacrime timide che non avevano il coraggio di lasciare il posto dove nascono. Il posto dove nascono le lacrime. Chissà com’è, chissà dov’è, e non parlo del posto biologico. Me lo sono chiesta tante volte mentre ho socchiuso gli occhi pensando di non farcela.
Ho avuto e continuo ad avere alti e bassi completamente estremi. Nella stessa giornata potrei danzare libera su uno dei Miradouro con vista mozzafiato di Lisbona per poi tornare a letto e lasciarmi cullare da una tristezza viscerale.
Ho lasciato a casa l’equilibrio emotivo ed ora me ne vado in giro così, molto più vulnerabile, molto più sicura.
Continuo a non avere certezze, continuo a chiedermi se ce la farò, se riuscirò a mantenere la testa fuori dall’acqua. Continuo ad amare ciò che faccio e questo posto per poi sentire una fitta allo stomaco quando leggo delle insegne di ristoranti che si spacciano per italiani.
Continuo a non sapere la strada ma, a differenza di un anno fa, ora so che la strada la stanno facendo le mie scarpe. La sto percorrendo solo io.
E i miei quaderni pieni di appunti, fotocopie, frasi che risaltano qua e là, libri che implorano di essere letti sono tutti lì. E la sveglia suonerà presto, troppo presto. E avrò sonno presto, e anche domani mi stupirò di avercela fatta, di aver superato un altro giorno, di essere arrivata in fondo a quello che mi spaventa.
E forse la differenza è tutta qui. Novembre 2014 e ottobre 2015, non smuovo più la superficie dell’acqua gelata con la punta dell’alluce.
Ora mi tuffo. E ogni bracciata costa un po’ di fatica. E ogni secondo i polmoni lavorano di più. I muscoli si ribellano. Ma sto nuotando.

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Fermo immagine.

breakfast

Fermo immagine. È sabato mattina, sono nel sud del Portogallo, in un posto abitato da pescatori e gente umile. Gente semplice, che sa tutto della vita, tutto quello che davvero bisogna sapere. Gente di mare, con le rughe sul viso, i calli sulle mani, che ha visto turisti andare e venire, pezzi di cuore andare lontano, partire verso la città, mentre il loro dolore e la loro nostalgia restavano. È sabato mattina e sento che sono nel posto giusto, al momento giusto. Sono le dieci e mezzo e condivido un tavolo pieno di ogni sorta di ben di Dio con sei persone e due bambini. La casa ha le pareti bianche, l’erba finta che abbraccia i bordi della casa, una piscina gonfiabile sul retro, e la musica arriva dolce dal salotto.
Gregory Porter racconta le sue storie, le canta all’altoparlante dello stereo, mentre spalmo la marmellata sulla mia fetta di brioche.
Il mondo è in pace.
Parliamo di Parigi, del Jazz, della Germania, della neve, del Natale. Delle sorprese. Di “quella volta in cui…”. Guardo il bambino giocare, i capelli biondi, così biondi da fare invidia agli angeli. E magari gli angeli non sono biondi, magari non hanno nemmeno capelli, ma i suoi sono dorati, come io immagino gli angeli.
Ha la pelle chiara, e salta, e gioca, e parla, e canta, e stringe la mano della sorellina. Ed è felice. E il mondo è in pace. La sorellina ha i capelli rossi, il naso all’insù e gli occhi come lapislazzuli chiari, ma più profondi, più quieti. Due oasi piene di misteri già risolti. Ed il mondo è in pace. Ha un bel pancino, come tutti i bambini paffuti, e sorride come se non conoscesse altra azione, come se tutto il mondo fosse fatto per vederla sorridere.
Prendo un pezzo di pane caldo, morbido, la mollica è soffice, e io penso ai panettieri del mondo. A quell’odore di vita, di storia, di buono che si portano attaccatto alla reputazione.
E il mondo è così in pace che esco fuori a prendere il sole.
Gregory continua a cantare. Ognuno continua a parlare.
È un giorno come un altro, un Sud come un altro, un punto nel mondo come un altro, ma qui ed ora, il mondo è del colore della pace.

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Lo scarabocchio e il Monet.

mistake

Se ci facessimo definire, impaurire, racchiudere da un errore allora non avremmo un motivo per alzarci il giorno dopo. Un errore è un errore, non importa quanto grande sia, rientra sempre nella stessa categoria degli errori. Come le bugie, piccole o grandi che siano rientrano sempre nella stessa, nefasta categoria. Le conseguenze cambiano, ma un misfatto è un misfatto.
E se lasciassimo che un errore ci ricordi costantemente chi siamo inizieremmo ad avere seriamente una percezione distorta di noi stessi.
Ci pensavo stamattina, mentre riportavo alla mente i miei errori, li osservavo da tutte le prospettive e strizzavo entrambi gli occhi come a dire “ma come ho fatto a fare questo?”
E mentre ero giudice e imputata allo stesso tempo qualcun’altro ha finemente completato il resoconto, impresso bianco su nero. E così ho pensato al mio post sullo strappo e sulla spada.
Che razza di persona sono ora se sono così brava a dispensare consigli e poi quando mi trovo faccia a faccia con le mie brutture, con le scelte sbagliate, con i miei secondi di imbarazzo totale non faccio altro che strizzare gli occhi?
C’è solo una ragione che ci permette di guardare in faccia i nostri demoni senza trattenere il fiato: guardarli, osservarli e cercare di capire perché abbiamo permesso che esistessero. Ricordarci la nostra sofferenza e quella che abbiamo provocato agli altri. Il resto, coloro che pensano di essere dei post-it personali il cui obiettivo è ricordarci i nostri fallimenti, coloro che pensano che un giudizio ad effetto valga molto di più di un’occhiata comprensiva, questo resto è soltanto il resto. E i resti sono destinati ad andare via quando si scuote la tovaglia, o a dissolversi nell’aria con un rapido gesto della mano.
Tutte queste parole, tutto questo fiato mozzato, tutte le lacrime annegate in questi giorni, tutto questo per dire che dobbiamo imparare a perdonarci, dobbiamo (devo) imparare a prendere coscienza, dolorosa coscienza delle nostre azioni e ripartire da quelle. Solo perché c’è uno scarabocchio su una delle pagine, non vuol dire non ci possa essere un Monet nell’altra.

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Uno strappo e una spada.

Troppo facilmente tendiamo a dare la colpa alle persone: le incolpiamo se sono causa della nostra sofferenza o se da un momento all’altro ci voltano le spalle, deludendoci.
La colpa è nostra ed è tutta una questione di spade. Mi spiego: siamo noi a dar loro una bella spada, affilata, perlescente, ben salda e pericolosa. Gliela diamo in mano concentrandoci sulle belle pietre incastonate sull’impugnatura dimenticandoci che insieme agli scintillii colorati che catturano la luce stiamo offrendo loro anche una bella lama che può sporcarsi di sangue, il nostro. Gli diamo una possibilità, e con essa accettiamo anche il rischio. Ma c’è un limite. È un limite sottile, si trova sotto l’epidermide, risponde agli stimoli del dolore quando la spada continua ad affondare.
Quando chi maneggia le parole e le armi lo fa con la stessa facilità, affondando ancora. Sotto la pelle, dove il sangue non si vede. A quel punto abbiamo la capacità, la dignità, il rispetto che dobbiamo a noi stessi in quanto esseri pensanti.
Quello è il momento in cui non mi importa quanti e quali lividi le persone vi abbiano fatto, quali cicatrici vi abbiano impresso addosso, quanto in profondità la loro spada stia andando nella vostra schiena. In quel momento voi, noi ci alziamo.
E lo dico a voi perché è il modo che ho per dirlo anche a me.
Noi ci alziamo e ce ne andiamo. Revochiamo la spada, i poteri che abbiamo dato nelle mani sbagliate. Perchè il potere delle persone sussiste solo se noi continuiamo a restare lì, inermi, senza riprenderci quello che è nostro, senza proteggere le nostre carni bruciate e nude. Pensando a disinfettare intorno alla ferita piuttosto che sradicare la spada.
È uno strappo. Un unico strappo, lacerante, sanguinolento, doloroso, truce. Un unico gesto di rispetto a noi stessi. Un unico suono che si posa sull’ultima “a” della parola “dignità”.
Siamo in piedi. Siamo soli. Ci manca un arto, soprattutto quando ci siamo abituati al dolore.
Ma siamo padroni di due gambe, un cuore, delle ferite in fase di guarigione.

Niente più pietre incastonate, e lame, e sentenze violente, piene di veleno che qualcuno ci ha sputato addosso. Noi e la nostra pelle.
Non mi importa se non senti quasi più la spada che ha attraversato il punto sotto l’epidermide. Contrai i muscoli e dai il tuo strappo. Abbiamo bisogno di gente in piedi.

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Gli invisibili.

Ci sono alcune persone che stanno sullo sfondo e nessuno sembra notarle. Se ne stanno lì, a fare sacrifici, a tenere duro e a confondersi come camaleonti. E la gente non fa caso a questo tipo di camaleonti sociali.
Oggi voglio parlare di due persone in particolare, anzi tre. Della prima non conosco il nome, so che è brasiliana ed ha un sorriso da bambina. Lavora qui in ufficio e si occupa della pulizia della cucina. La vedo mentre sgattaiola furtiva nella cucina comune, mentre nessuno la guarda. Si muove rapida e pulisce ogni cosa con precisione. Abbassa lo sguardo quando le sorrido e le dico “Bom dia”. Risponde con un sorriso cordiale, ma gli occhi sono già altrove. Ha la fede, e la immagino sposata, immagino il viaggio dalla sua terra natale al Portogallo, un viaggio di speranza e di sogni. E magari anche di debiti per pagarsi il biglietto, il visto, una casa provvisoria. Ha le guance paffute. Chissà dove vive, come vive.
Il secondo camaleonte ha i capelli ricci, molta pazienza, e nessuno la vede. È sempre lì, dalle 7 del mattino, lavora laboriosa al suo pc, sorride, saluta. E nessuno la vede.
Eppure basterebbe così poco, una domanda, un appiglio, un gancio lanciato per portare un po’ di conversazione a galla, qualche storia.
Il terzo personaggio di cui parlerò lavora quando è ancora buio, quando in ufficio non c’è quasi nessuno, tranne me e il malcapitato di turno, molto stanchi e pieni di sbadigli sulle bocche.
Toglie la polvere, spazza, ascolta la sua musica nel segreto delle sue orecchie. La prima volta che l’ho salutato mi ha guardata con aria interrogativa, come se fosse strano che qualcuno gli augurasse un buongiorno, e non il contrario.
Lui sta lì, si alzerà quando il sole dorme ancora, avrà dei sogni che chiedono denaro,e magari chissà, starà risparmiando per questo. Per un viaggio. Un altro lavoro. Un amore. Chi lo sa.
E anche lui se ne sta lì, e nessuno lo vede.

Perché non vediamo? Perché lasciamo le persone sullo sfondo? È davvero questo che siamo diventati o, in realtà, lo siamo sempre stati?

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Nella penombra.

nella penombra

Fondamentalmente sono una persona solitaria anche se so stare in mezzo alle persone. Ci pensavo oggi in ufficio e anche ora, mentre do un’occhiata alle verdure sul fuoco. Sono congelate, ora non vi impressionate e non pensate che abbia iniziato a cucinare davvero cose che richiedono abbastanza tempo. Sono solitaria per scelta, ma a volte anche per una necessità interiore. È come se avessi un timer, un orologio con il suo ritmo imperfetto dietro la nuca, come quei meccanismi usati per i carillon. Quando la corda si esaurisce bisogna lasciarlo un po’ a riposo,e così mi ritrovo da sola anche nel mezzo di una compagnia. Lo sguardo un po’ perso, concentrato altrove, come quando abbasso un po’ le persiane e mi godo la penombra. Ecco ogni tanto ho bisogno di stare all’ombra della mia anima, a pensare, a guardarmi, a guardare, a contare.

E all’ombra di me stessa ho visto tante persone andare e venire, e ho imparato a disconnettermi silenziosamente, a cercare di capirmi, a cercare di capire. E nella stessa penombra ho deciso di continuare gli studi, qui. Un’altra sfida. Lavorare e studiare cercando di continuare ad avere una vita. E non ho nemmeno mezza idea sul come farò, se ci riuscirò, se è una buona idea. Sono piena di se, ma d’altronde lo ero anche prima di partire. Ora sono solo diversi “se”. Ma il tempo sa giocare così bene, sa provocare. E così per scoprire la risposta devi solo stare alle sue regole e vivere. Tu decidi di vivere e lui decide di darti un altro frammento di risposta. Nulla di più, nulla di meno.

E ora, quale sarà la mia prossima mossa? Resto a guardare all’ombra di me stessa.

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