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Vino bianco e ciglia finte.

wine

Farsi degli amici è difficile, avere dei conoscenti è molto semplice. E per scoprire a che punto sei con una persona devi lasciarti un po’ andare. E così venerdì sera sono stata invitata a cena da una collega: chioma bruna, minuta, gusto impeccabile nel vestire. E ci siamo trovate così, per caso, dalla cucina incolore dell’ufficio al delicato soggiorno di casa sua, a raccontarci pezzi di vita tradotti un po’ in inglese, un po’ in portoghese. Ad insegnarci espressioni intraducibili, a fare congetture su cose, persone, intenzioni. Chi ha il cuore rotto non può fare a meno di analizzare, di pensare, di rimuginare. E alla fine di ogni frase ripete a sé stesso che bisogna andare avanti. Come a ricordarsi che il capitolo va chiuso, andrebbe chiuso, ma non quel giorno. E uno magari si immagina che le confidenze avvengano in un momento speciale, come se qualcosa dovesse sancire i momenti speciali, come se ci fossero delle regole non dette, ma che tutti conoscono.

E, invece, venerdì le confessioni sono arrivate mentre pasticciavamo con ciglia finte e rossetto, mentre sorseggiavamo vino bianco pensando al passato e al futuro pur restando nel presente. Forse è così che si diventa amici, mostrando all’altro le ferite, aspettando il sollievo momentaneo. Forse non esistono i momenti perfetti, esistono solo i momenti. E sta a noi renderli degni di nota, anche se succede mentre ti colori la faccia.

Un’altra storia che mi porto sulle spalle, leggera. Un’altra storia che mi hanno affidato. Lisbona mi regala momenti, persone, io le regalo un paio di orecchie. E ora vediamo cosa succede.

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Sorry, du iu spik inglisch?

tourists

Si sa la noia ingegna, talvolta fa fare cose davvero stupide, altre volte fa fare cose geniali. Lascio a voi la decisione finale. E così io e Anna abbiamo deciso di fare un esperimento: andare per le strade della mia città chiedendo informazioni come se fossimo turiste.
Specifico che non sono proprio il prototipo di italiana, soprattutto del sud. Ho tratti un po’ nordici, e spesso vengo scambiata per svedese o olandese, il che ha reso il nostro esperimento ancora più credibile. Ecco ciò che è accaduto per circa due ore nel pieno centro della città.
Fermiamo due ragazzi chiedendo, in inglese, dove si trova un monumento. Alla domanda “Do you speak English?” il ragazzo ci risponde, in italiano, “un poco”. Questa è la prima caratteristica che abbiamo riscontrato in tutti, o quasi, i passanti: si ostinano a rispondere in italiano. Per fortuna il ragazzo che gli stava accanto aveva qualche conoscenza in più, e così è riuscito a darci qualche informazione in inglese, mentre il suo amico gli proponeva di accompagnarci, tra una risata e l’altra. Ringraziamo e salutiamo.
Caso secondo. Fermiamo due ragazze, chiediamo loro le stesse informazioni. Una di loro, particolarmente emozionata, ci dice che studia lingue e che è un piacere parlare con delle straniere. Ci dice anche che di solito parla meglio, ma che ora si sta facendo prendere dall’ansia. Cerco di rassicurarla, mentre tra me e me penso che se solo sapesse la verità perderebbe tutto l’interesse. Ci chiede da dove veniamo e alla risposta “From U.S, Virginia”, cambia di nuovo espressione, come se fossimo dei piccoli Babbo Natale in procinto di distribuire i suoi sogni. Ci dice che vuole andare in Australia quando finirà di studiare.
Insomma in quindici minuti diventiamo la sua storia della serata, quella da raccontare il giorno dopo ai compagni di corso. E riflettevo su quanto cambia la percezione che gli altri hanno di noi. Lo straniero, quando non è considerato in maniera negativa, è sempre più bello, più affascinante, più, più, di più.
Caso terzo. Chiediamo ad un ragazzo dove trovare delle cartoline. Ecco, lui è stato il più gentile e negato di tutti. Continua a risponderci sempre in italiano, alternando qualche parola del tipo no English, my problem. Però, riconoscendo i suoi limiti, ci indica la strada e si assicura che trovassimo il negozio giusto. In un modo o nell’altro gli Italiani si fanno capire, anche se è un peccato per la comunicazione, si potrebbero conoscere molte più persone con un po’ di inglese.
Caso quarto. Stessa domanda a due ragazzi: “do you speak English? Stessa risposta in italiano. Ci chiedono di ripetere, un orecchio quasi appoggiato alle mie labbra. Il ragazzo capisce la domanda e ci indica il posto, mescolando l’inglese all’italiano, ai gesti, al “Look there”.
La mia conclusione è che il livello medio di inglese è un po’ bassino, e anche la convinzione di farsi capire attraverso i gesti è un po’ pretenziosa, ma alla fine, in un modo o nell’altro, la gentilezza e la disponibilità supera la barriera linguistica e il turista riesce a raggiungere il suo scopo.
Per ora è tutto, vi terrò aggiornati nel caso qualcuno mi riconosca mentre parlo in italiano. In quel caso “I learn fast”, imparo in fretta.

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“Chi è la sposa?”

wedding

Ebbene sì, una delle mie più care amiche si sposa tra un anno. Ho sempre immaginato i matrimoni come qualcosa di lontano, delle belle feste a cui partecipare, un paio di tacchi da indossare, una bella sposa da ammirare, tanti fiori e qualche sogno che si perde nel tempo. Invece il matrimonio ti entra in casa in un mercoledì mattina, quando ti ritrovi una riccia esplosiva con un sorriso da incorniciare che ti annuncia la data delle sue nozze, nel maggio del 2015. Allora il matrimonio diventa un avvenimento straordinario che sancisce un’assenza, una crescita, e migliaia di sogni che senti anche un po’ tuoi, perché li pronunciano una bocca e un paio d’occhi con cui hai condiviso una vita. Ti entrano in casa il conto alla rovescia, i modelli dell’abito, il trucco, gli appartamenti, le sale dei ristoranti, i fiori, i colori, il fotografo, i confetti.
Poi, negli attimi di quiete, ti entra in casa quella che sarà la mancanza. “E se la vita separerà le nostre strade?” mi dice. Le rispondo che la vita le dividerà materialmente, geograficamente, ma non può cambiare cose che si ha l’intenzione di far durare. E non parlo di visioni adolescenziali dell’amore, anche se ho attraversato quella fase, ma ho avuto la mia dose di cuori infranti. Ho imparato che certi per sempre esisteranno comunque, a volte abbiamo solo bisogno di riadattarne il senso, cucirli su misura alla nostra vita. Lei è uno dei miei per sempre e quel giorno avrà la mia benedizione, ovunque la vita la porterà, ovunque l’Amore e i fiori d’arancio la prenderanno per mano.
Il fotografo ci guarda, ci chiede chi è la sposa, io guardo nella sua direzione e le sorrido, immaginando il confronto con quell’appellativo. E migliaia di foto sono davanti a noi, centinaia di volti felici, corpi fasciati di bianco, riso sospeso nell’aria, fedi che brillano prepotenti al dito. Migliaia di promesse digitali.
La osservo mentre discute dei dettagli e mi sento una mamma, sento una strana consapevolezza addosso.
La guardo e immagino la lunga camminata verso l’altare. I nostri sguardi che si incrociano. Il mio sorriso che si fa più largo quando sto per piangere.
Il matrimonio ti piomba in casa dettaglio dopo dettaglio. E io le regalo un sorriso per ogni riccio.
A certe promesse ci credo ancora. E spero che lo faccia anche lei, questo è il mio augurio.

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Domenica Pomeriggio.

domenica

Sono circa le 17:00 e ci troviamo tutti e tre a letto. Venti, ventitré e cinquantadue anni. Sorella, fratello e mamma. Stesi a guardare il soffitto e a parlare di noi, delle nostre vite, dei nostri guai. E anche la notte più nera sembra già vicina all’alba perché sei mani sono più belle di quelle che trovi alla fine delle tue braccia.
Mio fratello mi arruffa i capelli, mi toglie il cuscino, si fa largo prepotentemente e io scalcio per restare al mio posto. Mi domando come sarei senza di lui, senza di loro.
Mamma ha i lobi delle orecchie morbidi, e io li stringo tra pollice e indice, è una cosa che mi rilassa, un rituale che pratico da quando ero piccola e mi teneva in braccio. Le accarezzavo i lobi e mi addormentavo. Lo faccio anche con mio nonno, e lui ogni volta mi sorride. Un sorriso assordante pieno di storie, pieno di giorni passati a raccogliere margherite e andare in bici.
E penso che gli attimi più pieni sono quelli più semplici, quelli che ti passano accanto senza attirare l’attenzione, senza colori sgargianti. Sono così puri che si volatilizzano in un attimo.
Chiudo gli occhi e ascolto le loro risate condividendo con loro il calore della trapunta.
E la vita è tutta qui, in un letto matrimoniale di una domenica pomeriggio.

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The Story.

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Ascolto la voce di Brandi Carlile, una cantante appena scoperta, che canta:“all of these lines across my face, tell you the story of who I am, so many stories of where I have been, and how I got to where I am, but these stories don’t mean anything when you’ve got no one to tell them to”.
Penso alle linee sul mio viso, non ancora molte quelle visibili, ma tantissime quelle immaginarie, quelle che mi porto dietro, a volte più pesanti, a volte più leggere. Siamo piccoli disastri, a volte capolavori, che camminano, piccoli libri scritti con l’inchiostro magico con cui giocavo da piccola, quello che si illuminava solo con quel tipo di luce.
Milioni di pagine bianche per chi non sa leggere, scarabocchiate per chi sa leggere poco e nettamente definite per chi sa leggerci bene. Sono pochissimi quelli arrivati a leggermi, e non per loro incapacità, più che altro perché mi sono sempre scostata prima. La verità è che ho una gran paura. Sono un libro molto poco lineare, sono nella fase in cui si ingarbuglia tutto. Sono stata sgualcita qualche volta, a volte messa da parte e altra volte esposta sullo scaffale più bello che c’era. Ma, come dice Brandi Carlile, queste storie non significano niente se non hai nessuno a cui raccontarle. Lo ha capito anche il protagonista di Into the Wild. E per raccontare le mie storie vi lascio indizi più o meno grandi qua e là, spargo pezzettini di me, costruendomi.
Non siamo fatti per essere letti da tutti, il processo di lettura è sfiancante, doloroso e catartico, la posta in gioco è alta, ma la ricompensa è il lettore perfetto.

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Da piccola e da grande.

Audrey

Da piccola volevo fare l’angelo custode, ma letteralmente. Pensavo fosse un mestiere, o quanto meno un’occupazione fattibile, pensavo si potesse scegliere qualcuno da proteggere e mettersi all’opera. Poi ho capito che non è possibile fare l’angelo custode di qualcuno, o almeno non nel senso stretto del termine; però è possibile farlo in senso lato. Mi piace pensare di poterci essere, di poter fare la spalla, l’orecchio quando serve, qualsiasi cosa. A volte succede però di perdere di vista me. E così divento il bastone di qualcun altro, dando sempre per scontato come mantenermi in piedi. Ogni sconvolgimento diventa una cosa da niente, ogni cambiamento diventa qualcosa su cui passare su.
Non c’è tempo per metabolizzare, non c’è tempo per parlare, ma solo per ascoltare. Allora resto zitta e penso. E ricordo quasi un’asociale, una persona a cui piace stare sulle sue, quando invece non sono questo. E così sorrido e inizio a chiacchierare di te, di me, delle cose che ti piacciono, del cibo, della musica, del tempo. Rido e mi credono tutti. Mi hanno creduto anche ieri, ad una festa di laurea, quando ero in mezzo a tante coppie felici. Ridevo mentre staccavo la pasta di zucchero dalla mia fetta di torta. Ridevo e facevo finta di guardare altrove, di essere particolarmente attenta ad un dettaglio inutile, pur di non dover fissare i baci degli innamorati, le conversazioni di chi si stuzzica e si pretende. Davo consigli su quali fossero le pose migliori mentre nella mia testa risuonava Audrey Hepburn che cantava “Moon River”, malinconica e pensierosa dalla sua finestra.
E a volte mi sento un po’ così, in attesa ad una finestra, nostalgica di tempi andati e mai vissuti.
Una persona mi ha detto che sono un quadro non definito, qualcuno su cui non riesci mai a farti un’opinione, non riesci mai a capire.
Una donna mi ha detto che devo solo imparare a nuotare, verrà da sé. Imparare a nuotare.
Nel frattempo
“Oh, dream maker, you heart breaker
Wherever you’re goin’, i’m goin’ your way”
.
Moon River.

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C’era una volta una fine, un inizio e una tazza di tè.

Supergirl

Come promesso oggi inizio questa sorta di rubrica “A spasso nella mia vita”. La inizio con una fine, strano a dirsi. Per me, oggi, è ufficialmente finito il secondo anno accademico. Fine. Addio esami per un po’. Questa fine è stata una piacevole sorpresa, un sorriso incredulo e una risata condivisa con la compagna di ansie. Quella che ti chiama per ripetere, ma finisce per sfogarsi e per parlarti del fidanzato in Australia. E io finisco sempre per ascoltare, per incoraggiarla e per cercare nuove prospettive da cui guardare le cose. In altri casi cercherei di mediare tra la pillola inzuccherata per bene e la triste realtà, ma in questo caso lei pensa all’aspetto disfattista e deprimente della questione, quindi io devo cercare di equilibrare le cose.
La mia giornata è iniziata alle 06:45 quando mia mamma mi ha chiamata ripetutamente e, davvero, ripetutamente è un eufemismo, finché mi sono data per vinta e mi sono alzata.
Il caffelatte mi ha dato una dignità, almeno quella che basta per arrivare al bagno e acconciarsi seriamente. Quando ne sono riemersa ero anche credibile: una studentessa con occhiaie e difetti prontamente nascosti, una polo da marinaretta e un jeans scuro e sobrio. Il diluvio fuori non mi faceva paura. E neanche quando, quaranta minuti dopo, ho scoperto che alcuni treni erano stati cancellati ed altri facevano ottanta minuti di ritardo ho avuto paura. Forse un po’ sì.
Sono riuscita comunque a infilarmi in un treno e ad arrivare in una Napoli senza pioggia, con il cielo chiaro e l’odore di cappuccino proveniente dal bar della stazione.
Il momento del temuto appello è arrivato in fretta, ed sono solo nove i temerari o i malcapitati che si sono presentati. Sono la terza e non ci spero più di tanto, ma sono impaziente, voglio uscire. Il professore pronuncia il mio nome, lo stomaco sussulta, il cuore si mette a correre, il sangue si precipita sulle mie guance, le mani cercano nervosamente i testi di riferimento e il libretto. Con passo malfermo entro in aula. Prima domanda, poi seconda, e terza, e quarta. E passano circa trenta minuti, ma io non sento più il tempo, non sento più nemmeno i rumori. Solo la mia voce e la voce che mi interroga. Un sorriso finale del docente, un mio sospiro di sollievo. Mi prende il libretto, ci scrive qualcosa, poi mi fa firmare. Sono libera. Vorrei abbracciarlo, mandargli un bacio, non lo so, fare qualcosa. Esco dall’aula e chiamo la prossima, spargendo incoraggiamenti a destra e a sinistra come se fossero acqua santa.
Volo leggera mentre scendo le scale, urto due ragazzi, ma dimentico anche di chiedere scusa. Mio padre mi aspetta per andare a chiedere delle informazioni in un istituto lì vicino. Lo accolgo con un sorriso mentre mi sciolgo in un fiume di dettagli. Corriamo in metro, e quando dico corriamo potete prenderlo alla lettera. Ci riempiono di dépliants, ci regalano sorrisi e cordialità. Immagino perché potremmo potenzialmente portare soldi a questo centro che offre corsi linguistici.
Di corsa in metro, poi in stazione, e finalmente un treno preso mentre le porte si chiudono e le ginocchia mi fanno male. Il cellulare vibra, persone che mi chiedono com’è andata, che mi augurano buona fortuna, che mi chiedono di tenerle aggiornate. E poi la mia risposta, e di nuovo messaggi felici. “Te lo meriti”. Ho sempre una certa difficoltà nel pensare di meritare davvero le cose, e non me ne dispiaccio davvero. Se pensassi di meritare tutto ciò che faccio non ne sarei più grata.
Io invece penso che ogni giorno sia una benedizione.
E ora vi scrivo mentre sorseggio tè al caramello e penso che domani inizierà l’ultimo anno. I progetti per il futuro mi rubano sempre più pensieri. Gli occhi sognanti sono una brutta, adorabile bestia.
Oggi è un bel giorno.

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