Archivi categoria: Studio

Il cliente da lei chiamato non è al momento raggiungibile.

studio

Il cliente, in questo caso, sarei io. Non sono al momento raggiungibile.
La settimana prossima ho tre esami e ho una concezione del tempo che passa fuori dal normale. Alcuni giorni sento il tempo dilatarsi, allungarsi, dividersi in fili eterni, pieni d’ore, minuti e secondi che si districano tra libri e appunti. Altri giorni vedo il tempo accorciarsi pericolosamente, restringersi come la mia maglietta preferita dopo un lavaggio sbagliato.
Ho scritto Gotta fight for big dreams e l’ho appeso ben visibile in camera. Gli ultimi quattro esami e questa triennale sarà finita. La vita da studentessa pendolare sarà finita e, se quello sarà il mio posto, la vita da fuorisede avrà inizio.
Un piccolo periodo di reclusione è lo scotto da pagare, ma lo pago volentieri, anche se mi sto nutrendo di caffè e barrette, la vita fuori le quattro mura mi è momentaneamente preclusa e la mia scrivania è un campo di battaglia dopo le razzie dei barbari.
Sento una certa rabbia repressa nei confronti di tutti coloro che postano foto di cosce, piedi, costumi e pelli abbronzate al sole. Un giorno li amerò, ma non è questo il giorno.
Vi prego ditemi che anche la vostra vita è momentaneamente sospesa, ditemi che ne vale la pena e ditemi che tutti quei lupi creperanno. Nel frattempo… best of luck a tutti, tutti, che sia per questioni lavorative, universitarie, familiari, o di qualsiasi tipo.
Ce la facciamo!

3 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Estate, Riflessioni, Studio, Uncategorized, Università, Vita

It’s monday, I’m in love.

teacher

I The Cure cantano “It’s friday, i’m in love”, io ho cantato “it’s monday, i’m in love” mentre uscivo dall’aula dopo la lezione di Inglese III. Credo di essermi innamorata della prof. Abbiamo preso insieme l’ascensore, io non sapevo ancora che lei fosse la mia insegnante, quando questa donnina bionda avvolta in un ampio scialle ha iniziato a rivolgermi la parola. Le solite chiacchiere da ascensore, ma dette con un tono di voce così dolce che mi ha fatto subito pensare che sarebbe stato bello averla come docente.
Venti minuti dopo siamo tutti in aula con i nostri quaderni, in attesa della prima lezione del corso, pieni di congetture su cosa ci aspettasse. Poi entra lei, con un sorriso candido e un accento very british che mi ha fatta sciogliere. Si è presentata, ci ha raccontato un po’ della sua famiglia, dei suoi studi, dei suoi figli che hanno la nostra età. Conosce cinque lingue, è nata a Londra da madre spagnola e padre francese e, soprattutto, interagisce con noi. Mi aveva già stregata in ascensore, ma il colpo di grazia è stato quando l’ho sentita parlare in tono così appassionato di quello che fa, di come la lingua sia parte di noi, di come la lingua sia un mezzo per esprimere la nostra personalità. La ascolto con gli occhi a forma di cuore e le orecchie piene di delizia, mentre congelo a causa della finestra aperta. Credo che la mia espressione indicasse il fatto che avessi davvero freddo, ma avrei dovuto far spostare dieci persone per chiudere la finestra; è stato così che questa donnina magica mi ha guardata e ha esclamato “Oh my God, this girl in red is freezing here. Please close the window!”
Sono diventata dello stesso colore purpureo del mio maglioncino, ma mentalmente l’ho ringraziata cento volte.
È incredibile come una donna incontrata in ascensore si riveli il motivo di un sorriso dopo una lezione. È per persone così che sono ancora più felice di ciò che studio.
Spero abbiate avuto anche voi una canzoncina da fischiettare felici, un sorriso da condividere e una passione da cui tornare.

7 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Studio, Treni, Università, Viaggi, Vita

C’era una volta una fine, un inizio e una tazza di tè.

Supergirl

Come promesso oggi inizio questa sorta di rubrica “A spasso nella mia vita”. La inizio con una fine, strano a dirsi. Per me, oggi, è ufficialmente finito il secondo anno accademico. Fine. Addio esami per un po’. Questa fine è stata una piacevole sorpresa, un sorriso incredulo e una risata condivisa con la compagna di ansie. Quella che ti chiama per ripetere, ma finisce per sfogarsi e per parlarti del fidanzato in Australia. E io finisco sempre per ascoltare, per incoraggiarla e per cercare nuove prospettive da cui guardare le cose. In altri casi cercherei di mediare tra la pillola inzuccherata per bene e la triste realtà, ma in questo caso lei pensa all’aspetto disfattista e deprimente della questione, quindi io devo cercare di equilibrare le cose.
La mia giornata è iniziata alle 06:45 quando mia mamma mi ha chiamata ripetutamente e, davvero, ripetutamente è un eufemismo, finché mi sono data per vinta e mi sono alzata.
Il caffelatte mi ha dato una dignità, almeno quella che basta per arrivare al bagno e acconciarsi seriamente. Quando ne sono riemersa ero anche credibile: una studentessa con occhiaie e difetti prontamente nascosti, una polo da marinaretta e un jeans scuro e sobrio. Il diluvio fuori non mi faceva paura. E neanche quando, quaranta minuti dopo, ho scoperto che alcuni treni erano stati cancellati ed altri facevano ottanta minuti di ritardo ho avuto paura. Forse un po’ sì.
Sono riuscita comunque a infilarmi in un treno e ad arrivare in una Napoli senza pioggia, con il cielo chiaro e l’odore di cappuccino proveniente dal bar della stazione.
Il momento del temuto appello è arrivato in fretta, ed sono solo nove i temerari o i malcapitati che si sono presentati. Sono la terza e non ci spero più di tanto, ma sono impaziente, voglio uscire. Il professore pronuncia il mio nome, lo stomaco sussulta, il cuore si mette a correre, il sangue si precipita sulle mie guance, le mani cercano nervosamente i testi di riferimento e il libretto. Con passo malfermo entro in aula. Prima domanda, poi seconda, e terza, e quarta. E passano circa trenta minuti, ma io non sento più il tempo, non sento più nemmeno i rumori. Solo la mia voce e la voce che mi interroga. Un sorriso finale del docente, un mio sospiro di sollievo. Mi prende il libretto, ci scrive qualcosa, poi mi fa firmare. Sono libera. Vorrei abbracciarlo, mandargli un bacio, non lo so, fare qualcosa. Esco dall’aula e chiamo la prossima, spargendo incoraggiamenti a destra e a sinistra come se fossero acqua santa.
Volo leggera mentre scendo le scale, urto due ragazzi, ma dimentico anche di chiedere scusa. Mio padre mi aspetta per andare a chiedere delle informazioni in un istituto lì vicino. Lo accolgo con un sorriso mentre mi sciolgo in un fiume di dettagli. Corriamo in metro, e quando dico corriamo potete prenderlo alla lettera. Ci riempiono di dépliants, ci regalano sorrisi e cordialità. Immagino perché potremmo potenzialmente portare soldi a questo centro che offre corsi linguistici.
Di corsa in metro, poi in stazione, e finalmente un treno preso mentre le porte si chiudono e le ginocchia mi fanno male. Il cellulare vibra, persone che mi chiedono com’è andata, che mi augurano buona fortuna, che mi chiedono di tenerle aggiornate. E poi la mia risposta, e di nuovo messaggi felici. “Te lo meriti”. Ho sempre una certa difficoltà nel pensare di meritare davvero le cose, e non me ne dispiaccio davvero. Se pensassi di meritare tutto ciò che faccio non ne sarei più grata.
Io invece penso che ogni giorno sia una benedizione.
E ora vi scrivo mentre sorseggio tè al caramello e penso che domani inizierà l’ultimo anno. I progetti per il futuro mi rubano sempre più pensieri. Gli occhi sognanti sono una brutta, adorabile bestia.
Oggi è un bel giorno.

22 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Racconti, Riflessioni, Storie, Studio, Treni, Uncategorized, Università, Vita

Apatia, esami e chiacchiere varie.

Apatia

Sono di nuovo qui, dopo troppo tempo. In questi giorni sono stata un’apatica di prima categoria. Credo sia stato un modo per rimandare tutto, pure i pensieri. E l’esame imminente era un pensiero sempre presente, ma non in quella maniera sana che avrebbe dovuto farmi diventare attiva. Sono stata in standby cercando solo di arrivare a fine giornata. Allungando e accorciando il tempo come mi piaceva. Ero ancora in questo stato quando stamattina ho preso il treno per andare a sostenere l’esame di letteratura inglese. Sì, quello famoso su Shakespeare di cui ho già accennato qualcosa precedentemente. Il mio vicino di treno aveva un tatuaggio sull’avambraccio. Una scritta: “Gangstar” e un coltello affianco. Tralasciando il fatto che fosse grammaticalmente scorretta, non era finita lì. Un’altra scritta padroneggiava l’altro braccio. Cito testualmente: “Don’t touch my (family)”.
La parentesi era riportata. Il viaggio è stato tranquillo anche se, ovviamente, grazie a Trenitalia la puntualità è un lusso a cui non sono abituata.
Una volta arrivata in sede ho aspettato circa cinque ore prima che toccasse a me. Ho un ricordo molto vago dei dettagli, avevo troppo sonno e ansia per mettere a fuoco. Però credo di aver parlato, visto che l’esame è andato bene. Finalmente verso casa. Niente più apatia.
E non c’è stato niente di più liberatorio di una doccia che mi ha lavato via la noia, il continuo rimandare e il piattume che mi si era appiccicato addosso come fosse polvere. Strofinavo e l’acqua scivolava tiepida sulle mie paure e le mie incertezze.
Il mascara colava in due grosse gocce d’inchiostro. Il trucco si scioglieva e tutto era più limpido e pulito.
Nuovi pensieri, lavati anche loro. A volte la stanchezza partorisce nuove forze.
E tutto quello che possiamo fare è sapercele tenere.

18 commenti

Archiviato in Riflessioni, Storie, Studio, Treni, Uncategorized, Università, Vita

Caro Shakespeare, ti volevo dire…

Premetto dicendo che questo è il primo post che scrivo con gli occhiali. Magari non ve ne frega niente, e come darvi torto, ma questi occhiali da riposo mi fanno sentire intellettuale e quasi seria. Detto questo inizio con le mie considerazioni su “La bisbetica domata” di William Shakespeare.
Caro Shakespeare,
il tuo modo di scrivere è davvero, ma davvero eccelso. Insomma le tue metafore, le immagini suggestive che sai ricreare e tutto il resto…un vero maestro. Però non sei realistico. Un uomo non può struggersi, non può perire per una donna che ha visto di sfuggita mentre era nascosto dietro un albero. Davvero, questo non puoi chiamarlo amore. E per giunta pure amore struggente e passionale.
Mi dispiace caro, non te lo vorrei dire in quanto ti stimo, ma in questo caso hai toppato. Mi dirai “Ma chi sei tu per dirmelo?” E in tutta onestà hai ragione da vendere. Io sono solo Angela. Però in quanto tua lettrice che, tra l’altro, dovrà discutere di te e delle tue opere al suo esame te lo dovevo dire.
Poco sviluppo. Perdi più tempo a far travestire i personaggi che a farli innamorare. Troppe parole e pochi fatti.
Così non sei credibile.
Io lo dico per te, eh, hai una certa reputazione. Insomma.

Shakespeare2

26 commenti

Archiviato in Estate, Lettura, Libri, Opinioni, Recensioni, Riflessioni, Storie, Studio, Uncategorized, Università

Sgobbamento.

Le mie vacanze sono già un po’ finite. Ebbene sì, da oggi ho iniziato di nuovo a studiare per i due esami in vista a settembre. Stamattina è stato il turno di Shakespeare e della Bisbetica domata. Tutto davvero molto interessante, non c’è ombra di dubbio, ma il 12 agosto dovrebbe essere un abominio parlare di studio.
Sul serio.
Spero davvero che questi sacrifici un giorno mi ricompenseranno. Soprattutto perché non ne posso più di vedere ovunque foto di cosce e piedi stesi al sole ad abbronzarsi. Io capisco l’impellente bisogno delle persone di comunicare al mondo che sono in vacanza a godersi la vita. Lo capisco e lo rispetto, però fateci vedere il mare, l’acqua, la sabbia, i paesaggi, i tramonti, non la pancia palesemente tirata (rigorosamente mentre si è stesi) e il pezzo di sotto del costume. Ve ne prego. Io vi posso far vedere il mio quadernino e le prime righe dei miei appunti su Shakespeare, se vi interessano.
Oggi, non so per quale motivo particolare, mi è venuta voglia di scrivere e ricevere lettere. Le e-mail sono molto più veloci e comode, una grande invenzione, ma mi è sempre piaciuto aprire le lettere, osservare la grafia, comprare i francobolli, imbucare le lettere di risposta.
Meraviglioso. Peccato si sia persa l’abitudine.
Vi lascio con un interrogativo: cosa ne pensate della vecchia corrispondenza a mano? E, soprattutto, per quanti di voi stanno studiando: avete qualche rimedio per il caldo e la voglia latitante?

quaderno

Shakespeare

15 commenti

Archiviato in Estate, Libri, Riflessioni, Studio, Uncategorized, Università, Vita