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Specchi e finestrini.

station

Non capisco perché debba già esistere vita alle sei del mattino, quando le lenzuola sono calde e profumano di pelle e la nebbia abbraccia alberi e case allo stesso modo. Il treno diventa un giocattolaio magico che mi porta in giro, serpeggiando tra campagna e città mentre i pensieri si addormentano, esausti. E siamo improvvisamente tutti figli dello stesso sonno, della stessa sveglia e dello stesso sacrificio che ci apre le palpebre. Tanti sguardi più o meno vigili che rincorrono luci sfuggenti fuori dal finestrino. Il sole si alza, si infuoca e si dà forza mentre con le dita cerco il mio mp3 per cambiare canzone. Ho voglia di starmene lì, cullata da movimenti regolari e da rotaie di ferro ancora più regolari. Ho voglia di sapere a cosa stia pensando quell’uomo di fronte a me.
Appoggio la testa al finestrino e vedo il mio riflesso, insieme a quello di una donna seduta poco più avanti di me. Guardiamo entrambe i nostri riflessi e ci sorridiamo. Chiudo per un momento gli occhi e inspiro l’aria calda del treno. Sono contenta sia iniziata un’altra giornata, come ho scritto sull’agendina che porto sempre con me.
Una voce femminile annuncia che la corsa del treno è finita.
Un unico scatto automatico e le porte si aprono, portandomi lontana da riflessi, rotaie e finestrini.
I mezzi rumori addormentati lasciano posto a voci prepotenti e allegre che si ripetono in stralci infiniti di conversazioni.
Che lo spettacolo abbia inizio.

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It’s monday, I’m in love.

teacher

I The Cure cantano “It’s friday, i’m in love”, io ho cantato “it’s monday, i’m in love” mentre uscivo dall’aula dopo la lezione di Inglese III. Credo di essermi innamorata della prof. Abbiamo preso insieme l’ascensore, io non sapevo ancora che lei fosse la mia insegnante, quando questa donnina bionda avvolta in un ampio scialle ha iniziato a rivolgermi la parola. Le solite chiacchiere da ascensore, ma dette con un tono di voce così dolce che mi ha fatto subito pensare che sarebbe stato bello averla come docente.
Venti minuti dopo siamo tutti in aula con i nostri quaderni, in attesa della prima lezione del corso, pieni di congetture su cosa ci aspettasse. Poi entra lei, con un sorriso candido e un accento very british che mi ha fatta sciogliere. Si è presentata, ci ha raccontato un po’ della sua famiglia, dei suoi studi, dei suoi figli che hanno la nostra età. Conosce cinque lingue, è nata a Londra da madre spagnola e padre francese e, soprattutto, interagisce con noi. Mi aveva già stregata in ascensore, ma il colpo di grazia è stato quando l’ho sentita parlare in tono così appassionato di quello che fa, di come la lingua sia parte di noi, di come la lingua sia un mezzo per esprimere la nostra personalità. La ascolto con gli occhi a forma di cuore e le orecchie piene di delizia, mentre congelo a causa della finestra aperta. Credo che la mia espressione indicasse il fatto che avessi davvero freddo, ma avrei dovuto far spostare dieci persone per chiudere la finestra; è stato così che questa donnina magica mi ha guardata e ha esclamato “Oh my God, this girl in red is freezing here. Please close the window!”
Sono diventata dello stesso colore purpureo del mio maglioncino, ma mentalmente l’ho ringraziata cento volte.
È incredibile come una donna incontrata in ascensore si riveli il motivo di un sorriso dopo una lezione. È per persone così che sono ancora più felice di ciò che studio.
Spero abbiate avuto anche voi una canzoncina da fischiettare felici, un sorriso da condividere e una passione da cui tornare.

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Ja, oui…quoi?

Sleepy

Ho appena trovato quel minimo di lucidità che mi serve per scrivere e mettere insieme i pezzi di tutto quello che ho vissuto oggi. Tralascio i dettagli che fanno rabbrividire, come le attese, i pullman e il sonno imcombente, per passare direttamente al cuore della giornata. Sei ore, e dico sei, di tedesco. L’ultimo quarto d’ora non ero più sicura della mia identità o della lingua che sapessi parlare, ma questo non era ancora niente.
Dopo un pranzo eticamente sbagliato per la mia salute al McDonald sono corsa alla metropolitana per raggiungere l’istituto in cui avrei dovuto frequentare la mia prima lezione per la certificazione di francese.
Non prendevo un libro di francese in mano da circa tre anni. Non conoscevo nessuno dei ragazzi che avrebbe seguito il corso. Non sapevo dove si trovasse l’aula. Non ero sicura di saper tornare in metro, visto che non prendo mai quella linea, e vista la mia ormai nota imbranataggine. Venti minuti dopo.
Davanti al grande palazzo di tufo ho visto una ragazza, mora, intenta a fumare. Aveva la mia stessa faccia impaurita. Fare amicizia è stata questione di un momento, dopodiché ho conosciuto una sua amica che avrebbe frequentato il corso. E poi un’altra ragazza, e un’altra. Meglio di quanto mi aspettassi.
Le tre ore di lezione sono volate, non troppo, ma sono comunque corse. Mi sono sentita profondamente incapace quando ognuno di noi si è dovuto presentare e molti hanno raccontato di essere appena tornati da un Erasmus in Francia. Uno, addirittura, ci ha vissuto per tre anni!
L’insegnante non ha smesso di parlare per un attimo, ma devo ammettere che mi mancava tanto sentir parlare francese. Alla fine del corso, circa alle 19, non ero più sicura della mia identità e della mia lingua, ma ero contenta dell’impresa iniziata. La strada è lunga, molto lunga, ma porterà a qualcosa.
Ho preso la metro giusta al ritorno, e credo di non aver mai desiderato una doccia così ardentemente. Ma alla fine di questo giorno che mi è parso lunghissimo sono appagata.
In qualche modo si fa. E questo vale per tutti noi.

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Back to basics.

Letters

Qualche giorno fa ho inviato una lettera al mio nuovo pen friend americano. Un po’ tutti me l’hanno sconsigliato, dato che potremmo utilizzare internet, e che i tempi di spedizione sono molto lunghi.
Però nessuno ha considerato tutto il resto.
Aprire una lettera, osservare la scrittura dell’altra persona, il semplice gesto di imbucare la lettera nella sezione “Per tutte le altre destinazioni” mi ricorda tempi ormai andati. E ora aspetto una lettera. Una lettera che avrà fatto il giro di mezzo mondo e che spero sia lunga, lunga.
Mentre aspetto continuo a fare le cose di tutti i giorni, cose che ormai sapete anche voi. In particolare mi sto dedicando ad una traduzione, anche abbastanza specialistica, che mi sta facendo impazzire.
Inoltre sono usciti gli orari completi dei corsi e, stando ad essi, dovrei essere provvista del dono dell’ubiquità non una, ma svariate volte. Ma, nel bene e nel male, mi piace quello che faccio. Una soluzione si troverà.
Dalla settimana prossima sarò praticamente risucchiata nel vortice dei treni, della sveglia che suona e degli sbadigli costanti ma, come si dice in inglese, who cares.
In fin dei conti i vortici pieni di vita, di scadenze, e di vita mi sono sempre piaciuti.

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Ma chi l’ha detto “donna bagnata donna fortunata”?

Temporale

Come si reagisce quando il treno si ferma nel bel mezzo del nulla, a pochi metri dalla stazione centrale, e fuori inizia a piovere? E ovviamente io non avevo l’ombrello. Così è iniziata la mia giornata, con un temporale decisamente e autunnale e una povera sprovveduta, quale sarei io, che si ritrova a contrattare con un indiano per avere un ombrello che si romperà alla prima folata di vento. La ciliegina sulla torta sono state le Converse che, nei miei giorni buoni, ho la decenza di non mettere se so che il tempo potrebbe peggiorare.
Venti minuti dopo mi trovavo in un bar, vicino l’università, a sorseggiare cappuccino con Denise. Il barista mi guarda ed esclama “Finalmente sei arrivata!”
E io lo osservo, senza capire. Poi capisco che forse, avendo visto che la mia amica aspettava qualcuno, si sarà domandato chi fosse quel qualcuno e avrà fatto due più due.
Date le mie pessime condizioni fisiche ha ben pensato di consolarmi spargendo una doppia dose di cacao sul cappuccino. Grazie barista sconosciuto!
Appena entrata in aula ho trovato le mie amiche che chiacchieravano allegramente e, allarmate dalla mia vista, mi hanno intimato di togliermi la camicia zuppa. Dopo diversi rifiuti, me l’hanno direttamente tolta, “altrimenti ti ammali”, lasciandomi in canotta, fucsia tra l’altro. Queste situazioni mi imbarazzano sempre, nonostante loro fossero tante mammine deliziose e in ansia per me. Gianluca ha invaso il corridoio, asciuttissimo, e mi ha chiesto cosa avessi fatto ai capelli. “Gianluca piove, non so se hai visto”. In effetti lui non aveva un comune ombrello, ma direttamente l’ombrellone da spiaggia, quindi era evidente il perché del suo essere asciutto. Mi ha preso la camicia zuppa e l’ha messa all’aria, lontana dalla pioggia, con la speranza di farla asciugare.
“Ragazzi, però nel frattempo ho comunque freddo!”
Mi hanno concesso di rivestirmi dieci minuti dopo, anche se le condizioni della camicia erano pressoché immutate.
Due ore dopo ero di nuovo per strada, questa volta senza pioggia. Avevo voglia di dolci, come potete facilmente immaginare, ma ho resistito. Anche quando Giulia ha preso un bombolone alla nutella con un Pan di Stelle sopra. Mi sono sentita fiera di me.
Ed ora, svariate ore dopo, sono a casa con la gola in fiamme e saltuari starnuti a farmi compagnia.
Vorrei sapere chi ha detto che “sposa bagnata sposa fortunata”, o era donna? Insomma qualsiasi cosa sia, non aveva ragione.

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Cup cap’s coffee.

cupcakes fantastici

Ieri la mia sveglia ha suonato alle 06:00. Un orario barbaro che mi ha ricordato di buttarmi a capofitto nella vita. Lasciare il letto caldo è stata una delle prove di forza più dure della giornata, ma l’acqua fredda che mi ha lavato il viso mi ha aiutata. In realtà anche il vento che mi sferzava tutto il corpo mentre aspettavo l’autobus mi ha aiutata, a modo suo. In un modo molto meno gentile dell’acqua però. Il treno mi ha cullata fino a Napoli, mentre chiudevo gli occhi e pensavo alle parole della canzone di turno. I passeggeri che di volta in volta salivano mi ricordavano che non ero sola e, decisamente, non ero a letto.
L’unica lezione che dovevo seguire è stata più breve del solito, così ne ho approfittato per incontrare Sarah e Silvio.
Sarah è bassina, mingherlina e un concentrato di vita. La definirei il caffè delle mie giornate universitarie. Sempre a ridere, a scherzarci su o ad arrabbiarsi per cose che poi comunque la faranno ridere.
Silvio è un dolcissimo pugliese che ogni settimana ha una cotta per un ragazzo diverso. E ogni volta che ci vediamo mi consiglia delle ricette troppo articolate per me, ma lo lascio parlare perché vedo che si esalta tantissimo al pensiero di insegnarmi come cucinare.
Ci siamo visti in pieno centro storico e siamo andati in Piazza del Plebiscito. Ora farò pubblicità non occulta e spietata per questo posto, si chiama “Cup Cap’s coffee”. Si chiama così, ma io l’avrei chiamato anche paradiso. Decine e decine di tipi di cappuccino diversi. Al caramello, alla fragola, al cacao, caldo, freddo, ghiacciato, con la panna, all’americana, all’italiana. Di tutto. Colorati donuts spuntavano dalle teche di vetro, ripieni di ogni sorta di ben di Dio. E poi cheesecakes, torta agli oreo, muffins di tutte le dimensioni e gusti. Dopo aver provato un cappuccino degno di salire all’Olimpo dei cappuccini, ho mangiato una ciambellina con glassa al cioccolato e ripiena di nutella e crema. Un orgasmo culinario. Una di quelle cose che ti fa essere contento di essere vivo. E poi, non contenta, ho diviso una fetta di torta oreo con Silvio. A mia discolpa posso dire che era la mia colazione e il mio pranzo. A malincuore siamo usciti da quel paese dei balocchi e ci siamo diretti a Piazza del Gesù.
Tra pezzi di storia e turisti muniti di reflex abbiamo parlato della Poesia “Itaca” di Kavafis. Quella poesia è un inno alla vita e a tutto ciò che essa implica. Un inno al viaggio in tutte le sue forme.
Parlare con loro è stato distensivo, interessante, necessario, gratificante. Il sole ci baciava e le maniche lunghe iniziavano a dare fastidio. Mi mancherà tutto di questa città, dell’università, dell’odore di incenso per le strade, della bambina sul ciglio della strada che divorava un gelato, del chitarrista all’angolo che cantava dei pezzi suoi.
Ma non è questo il momento di pensarci. Li ho salutati con un sorriso quasi ingombrante, pieno di luce, e mi sono diretta di nuovo in stazione.
La vita è bella, bella, bella.

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Toxic city.

Ieri sera ho saputo di non essere tra i nove vincitori di un concorso letterario organizzato dalla mia università. Essere tra i finalisti mi aveva dato qualche speranza e, anche se avevo cercato di non alimentarla, in un modo o nell’altro comunque ci avevo creduto. Mi è rimasta addosso una sorta di tristezza, ma più leggera. Pesante come un rifiuto, ma non così pesante da deprimermi. Una sorta di peso che sei in grado di portare, ma non per questo ti dimentichi di averlo in mano. E stamattina mi sono svegliata così. Ho raccolto le mie cose e mi sono infilata sul treno, con ancora questi pensieri addosso. Un uomo di colore si è seduto di fronte a me e abbiamo iniziato il nostro viaggio. Mi fissava negli occhi, e anche io. Pensavo così intensamente da ritrovarmi a fissarlo senza ritegno. Una delle fermate del treno è stata Aversa, e così ho pensato a tutta la questione dei rifiuti tossici. I pensieri tossici partoriscono considerazioni tossiche. E così ho pensato ai rifiuti che ci mandano, che ci prendiamo, che mangiamo, che seppelliamo, che nascondiamo. Ho pensato ai soldi, alle coscienze compromesse, ai sensi di colpa mai avuti o abilmente messi a tacere da quelli coinvolti in questa storia. Una terra malata, stanca, sporca e martoriata.
Una terra che partorisce giovani già consapevoli, giovani che imparano molto presto a dire “Via da qui”.
E negli occhi di quell’uomo di colore vedevo la sua fuga da una terra tossica. Tossica perché senza speranza per lui. E anche io, come lui, vedo la mia terra contaminata, lercia, tradita.
Lentamente muore. I cervelli se ne vanno. Lentamente moriamo se non combattiamo.
Hanno costruito case su rifiuti mortali, e io non voglio fare come loro. Non posso costruire il mio mondo su certezze malate. Io resto e spero. Io sono figlia della mia terra malata, ma non la rinnego. Io sono di qui, anche quando la vita mi porterà altrove. Io sono figlia di chi ci ha imbrogliati, ma sono anche figlia di chi si è opposto. Nella mia terra vivono tenebre e luce.
Io ho scelto di essere luce. Ogni volta che faccio sacrifici. Ogni volta che non mi sporco le mani per imbrogliare, ma me le sporco se c’è da ripulire.
Sono arrivata a destinazione. Ho ancora pensieri pesanti sulle spalle, dietro la nuca, sulle mani, tra le labbra, ma non sono più tossica. Niente più radiazioni. Niente contaminazione.
Siamo luce.

toxic

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