Archivi categoria: Uncategorized

Una donna

aec946fdd3b37fa9265b078ba45f799a

 

Ho dormito poco e ho bevuto solo un caffè stamattina. Il rito del caffè, scuro e dolce, profumato come una promessa. Non lo bevevo prima, poi non ho potuto fare a meno di soccombere al fascino sociale della bevanda. Quell’oro liquido che da bambina non potevo toccare e che adesso, solo a stringere la tazzina tra le dita, mi fa sentire già un po’ più donna.

Una festa di laurea, ieri. Ho messo il vestito lungo a fiori, l’eyeliner, un bicchiere di vino bianco in una mano e una consapevolezza diversa nell’altra. Sto imparando lentamente a stare al mondo. A modo mio, s’intende, ma non mi spaventa più esserci, occupare uno spazio, ascoltarmi mentre faccio delle domande.

Forse è questo che significa essere giovani adulti: piantare i piedi a terra e familiarizzare con lo spazio occupato dal proprio corpo, dai propri pensieri, dall’aria che si sposta mentre gesticoliamo, accarezziamo, articoliamo parole sulla punta della lingua, sulla superficie delle labbra. Forse essere adulti significa non nascondersi più perché hai già imparato che non ne vale la pena, che alla fine ti trovano sempre.

C’erano delle lucine colorate nella terrazza del locale, proiettavano colori freddi su vestiti a fantasia, gambe scoperte, tacchi, bicchieri di vetro, vassoi d’acciaio. Il mondo degli adulti si dipanava morbido, senza sforzi in Piazza Bellini, a Napoli.

Forse, ma solo forse, l’età adulta è una consapevolezza che va e viene, per questo non si è adulti per sempre. Si alternano tutte le età in un solo giorno e finiamo per nasconderci, anche se sappiamo che ci troveranno.

Mi piace pensare che, almeno per una sera, a quella festa c’era una donna con un abito lungo e non una ragazza. Non so per quanti giorni ancora questa giovane donna si farà viva così: sicura, piena di cose da dire, ma il fatto di averla intravista mi fa sorridere.

Chissà se anche qualcun altro altro ci ha fatto caso.

 

Annunci

4 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Uncategorized

Ritorni

van

Ieri ho ritrovato il mio blog. Come un lettore qualsiasi che legge un blog qualunque, a differenza del fatto che io sapevo già il finale. Sono passati cinque anni dal giorno in cui ho aperto questo pezzettino di vita al mondo e non scrivevo da troppo tempo.

Ho riletto delle mie paure, di quando ho preso l’aereo e mi sono trasferita, di quando passeggiavo ed ero felice. Una felicità semplice, ma che mi faceva sempre pensare. Provo tenerezza per la ragazza di qualche anno fa, vorrei accarezzarla e dirle che quel lavoro che non sapeva fare, quello che poi ha addirittura insegnato agli altri e poi odiato tanto, non c’è più.

Ora ha un nuovo lavoro, interessante, dinamico. Ancora non ci capisce niente, ma sembra promettente. Le direi anche che l’università l’ha finita. Sì, pure se lavorava e si sentiva sola durante le lezioni del sabato. Le direi che ha una famiglia adesso a Lisbona, che le cose vanno bene e che può andarne fiera.

Poi la rimprovererei. Perché non scrivi più? Perché non hai scritto per tutto questo tempo?

Ho smesso di scrivere perché ho pensato che non interessasse a nessuno, nemmeno a me, che i sentimenti non fossero sempre universali e che forse andassero vissuti così, senza parole. Ho avuto paura di non saper descrivere questi battiti incerti, di tremare davanti al giudizio, di non riconoscere le emozioni. Da qualche parte ho letto che si ritorna sempre dove siamo stati bene. Io oggi ritorno, senza orari, senza scadenze, senza promesse. Torno con le parole, le amiche di una vita, tradite, messe da parte, bistrattate in malo modo in nome di una realtà più pragmatica che va sempre di corsa.

Ritorno alle origini. Spero non mi manchino più le parole da oggi in poi.

15 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Uncategorized

La vita segreta di noi comuni mortali.

walter

Ieri, oltre ad aver dormito quattordici ore ho anche visto diversi film. Mi sono concessa una giornata di pura, beata, brillante nullafacenza. La camera in penombra, dei film, un letto che mi ha vista andar via troppo presto la mattina e un tè ai frutti rossi.
Tra i film che mi hanno fatto compagnia c’è “La vita segreta di Walter Mitty”. L’intero film è centrato sulla vita di un comunissimo impiegato, Walter Mitty, che ha una vivace immaginazione ma che, purtroppo, non riesce a trasformare in azione, finché un pretesto lo spingerà a viaggiare come mai aveva fatto e a trovare il coraggio di rischiare.
Ecco, il coraggio di rischiare. Spesso, almeno io, penso a questo coraggio come all’abilità di fare di qualcosa di pazzesco, folle, senza precedenti. Qualcosa di epico. Ma c’è davvero bisogno di fare qualcosa di epico se poi nella vita di tutti i giorni rimaniamo i soliti abitudinari, noiosi, senza sorriso?
Cambiare vita implica anche un cambiamento piccolo, ma ripetuto, voluto, sentito. Alzarsi alle cinque del mattino, abbracciare il freddo del mattino ed essere sorridenti, questo può già essere un gesto rivoluzionario.
Però non ci pensiamo, è solo un sorriso, solo un po’ di buonumore, non fa mica differenza.
E invece. Se solo potessimo vedere da fuori l’intera catena di eventi in cui siamo impigliati. Le conseguenze che i nostri gesti possono provocare.
Una citazione tratta dal film recita “Beautiful things don’t ask for attention”.
Ed anche io la penso così. Le cose belle, ed importanti, sono così silenziose che spesso le sorpassiamo aspettando il famoso ed eroico gesto di coraggio che cambierà la nostra vita.
Ma se nell’attesa avessimo già perso tanti altri minuscoli, ma eroici atti di coraggio?

7 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Opinioni, Riflessioni, Uncategorized, Vita

Cronache lisbonesi.

cronachelisbonesi

Oggi sono esattamente trentaquattro giorni che mi trovo a Lisbona. Da qualche parte ho letto che ci vogliono quaranta giorni prima che un’azione ripetuta diventi un’abitudine. Per ora ho stabilito la mia routine e dopo i primi disastri iniziali ho iniziato finalmente a sentirmi a casa.
Mi ci sono volute delle candele profumate da mettere in camera insieme ad una lanterna in ferro battuto, una stufa, delle coperte nuove, una polaroid e un catalogo intero da sfogliare e risfogliare per decidere come arredare la mia stanza. Eravamo due sconosciute, io e la stanza. Ci siamo guardate in cagnesco per un po’, ma ora stiamo entrambe collaborando. E ogni giorno ha un pezzo in più di me, e non solo i miei vestiti.
Casa mia è in un viale alberato e c’è un momento della giornata, intorno alle cinque, quando il cielo è ancora azzurro, ma si vedono già le prime ombre, ecco in quel momento si stagliano i contorni dei rami contro il cielo. Sono così definiti, fieri, orgogliosi di stare là, nudi e scuri. In rari momenti di bellezza il sole punge i rami e crea un gioco d’ombre con le foglie rosse. In quel momento Lisbona è casa mia.
In quel momento camera mia è mia. In quel momento ce la posso fare.
In quel momento sono un pezzo di Portogallo.
E in questo pezzo di Portogallo ho dei nuovi amici. Strano a dirsi, ma una delle persone con cui ho stretto di più ha cinquant’anni. Si chiama Pedro (come la metà dei portoghesi), ed è così taciturno che all’inizio pensavo di non piacergli.
Poi abbiamo iniziato a chiacchierare, prima osservandoci da lontano, quasi come a capire se l’altro fosse innocuo o meno. Finché un giorno mi ha presa sotto la sua ala protettrice e ha iniziato a raccontarmi la storia della sua vita attraverso Google Maps. Ogni posto un ricordo, ogni ricordo una storia, ogni storia una lingua diversa.
Pedro parla tra i denti, non articola troppo le parole, credo sia perché non è abituato a parlare. L’ho osservato per un po’, se ne sta nel suo angolino e tutti pensano che non ami la compagnia.
Ah, quanto si sbagliano.
E così io e Pedro siamo nello stesso angolo, ci sono entrata anche io per fargli vedere com’è andare fuori.
Lui mi parla di Lisbona, delle cose che devo mangiare, vedere, vivere. Io gli parlo dell’Italia, di questo o quel disguido con la commessa, della mia coinquilina.
Stiamo uscendo dal guscio, in maniera diversa.

E Lisbona è questo: alberi, colori, foglie, un adulto con la sua storia, un negozio di libri dove scappare in pausa pranzo. Sto uscendo dal guscio, Lisbona. Come il tuo sole quando passa tra le foglie.

7 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Amici, Uncategorized, Viaggi, Vita

Sorry, du iu spik inglisch?

tourists

Si sa la noia ingegna, talvolta fa fare cose davvero stupide, altre volte fa fare cose geniali. Lascio a voi la decisione finale. E così io e Anna abbiamo deciso di fare un esperimento: andare per le strade della mia città chiedendo informazioni come se fossimo turiste.
Specifico che non sono proprio il prototipo di italiana, soprattutto del sud. Ho tratti un po’ nordici, e spesso vengo scambiata per svedese o olandese, il che ha reso il nostro esperimento ancora più credibile. Ecco ciò che è accaduto per circa due ore nel pieno centro della città.
Fermiamo due ragazzi chiedendo, in inglese, dove si trova un monumento. Alla domanda “Do you speak English?” il ragazzo ci risponde, in italiano, “un poco”. Questa è la prima caratteristica che abbiamo riscontrato in tutti, o quasi, i passanti: si ostinano a rispondere in italiano. Per fortuna il ragazzo che gli stava accanto aveva qualche conoscenza in più, e così è riuscito a darci qualche informazione in inglese, mentre il suo amico gli proponeva di accompagnarci, tra una risata e l’altra. Ringraziamo e salutiamo.
Caso secondo. Fermiamo due ragazze, chiediamo loro le stesse informazioni. Una di loro, particolarmente emozionata, ci dice che studia lingue e che è un piacere parlare con delle straniere. Ci dice anche che di solito parla meglio, ma che ora si sta facendo prendere dall’ansia. Cerco di rassicurarla, mentre tra me e me penso che se solo sapesse la verità perderebbe tutto l’interesse. Ci chiede da dove veniamo e alla risposta “From U.S, Virginia”, cambia di nuovo espressione, come se fossimo dei piccoli Babbo Natale in procinto di distribuire i suoi sogni. Ci dice che vuole andare in Australia quando finirà di studiare.
Insomma in quindici minuti diventiamo la sua storia della serata, quella da raccontare il giorno dopo ai compagni di corso. E riflettevo su quanto cambia la percezione che gli altri hanno di noi. Lo straniero, quando non è considerato in maniera negativa, è sempre più bello, più affascinante, più, più, di più.
Caso terzo. Chiediamo ad un ragazzo dove trovare delle cartoline. Ecco, lui è stato il più gentile e negato di tutti. Continua a risponderci sempre in italiano, alternando qualche parola del tipo no English, my problem. Però, riconoscendo i suoi limiti, ci indica la strada e si assicura che trovassimo il negozio giusto. In un modo o nell’altro gli Italiani si fanno capire, anche se è un peccato per la comunicazione, si potrebbero conoscere molte più persone con un po’ di inglese.
Caso quarto. Stessa domanda a due ragazzi: “do you speak English? Stessa risposta in italiano. Ci chiedono di ripetere, un orecchio quasi appoggiato alle mie labbra. Il ragazzo capisce la domanda e ci indica il posto, mescolando l’inglese all’italiano, ai gesti, al “Look there”.
La mia conclusione è che il livello medio di inglese è un po’ bassino, e anche la convinzione di farsi capire attraverso i gesti è un po’ pretenziosa, ma alla fine, in un modo o nell’altro, la gentilezza e la disponibilità supera la barriera linguistica e il turista riesce a raggiungere il suo scopo.
Per ora è tutto, vi terrò aggiornati nel caso qualcuno mi riconosca mentre parlo in italiano. In quel caso “I learn fast”, imparo in fretta.

21 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Storie, Uncategorized, Vita

Profumo di pane.

profumodipane

Prima di iniziare a leggere consiglio vivamente di ascoltare “Falling Slowly” di Glen Hansard e Marketa Irglova, tratta dal film Once. Vi prego spendete questi trenta secondi per cercarla e poi continuate a leggere. Grazie!

Ho vissuto con i miei nonni per circa dieci anni. Dieci anni fatti di prime volte: prime pappe, prime cadute, primi tuffi, prime ginocchia sbucciate, primi giorni di scuola, prime feste di compleanno, primi denti che cadono e ricrescono, prime interrogazioni, primi giocattoli. E non importa se ora viviamo in città diverse, non importa mai quando si è condivisa una fetta così importante di vita. Ci pensavo mentre ero affacciata al loro balcone, in questo tardo pomeriggio autunnale. La bellezza dell’affetto che si protrae negli anni, l’eternità di legami come questo mi lasciano sempre avvolta in una nuvoletta azzurrina di felicità. Non è euforia, quella è questione di un attimo, poi svanisce. Questo tipo di felicità è legato ad una certezza, e quindi non scolorisce mai.
Ci pensavo mentre l’aria si riempiva del profumo di pane sfornato dalla panetteria sotto casa. E gli odori si mischiavano ai cieli rosa e arancio, all’aria impregnata di un autunno ancora senza pioggia, al profumo della pastiera fatta in casa.
Qualcuno ha detto che sono complessa e io non so dargli torto. A volte ho certi gomitoli conficcati al centro del petto e faccio fatica a spiegarli a me stessa, figuriamoci a qualcun altro. Ma in quella casa, con quel cielo, quel profumo, sentivo di essere così semplice. Semplice da leggere, da capire. Semplice.
Non importa la vita, non importa il futuro, non importano più i luoghi. Certi posti saranno sempre casa. Certe persone saranno sempre i miei posti.

1 Commento

Archiviato in A spasso nella mia vita, Riflessioni, Uncategorized, Vita

Nostalgia, amica mia.

nostalgia2

Stasera non ho tanta fantasia, e quindi il titolo l’ho buttato così, senza pensarci troppo. Ascolto delle vecchie canzoni francesi mentre ho deciso di fare un gesto estremamente masochista poco fa: leggere tutte le mail, lettere, bigliettini, ogni cosa che mi ricordasse un amore passato. Non è stato un gesto intenzionale, o meglio l’intenzione di continuare ovviamente c’è stata, ma non quella di iniziare. Mi sono ritrovata nel vortice dei ricordi, e quando entri in un vortice sei trasportato, ti lasci fluttuare, poi prima o poi vai a sbattere contro qualcosa e ti maledici per esserti fatta prendere da questo sentimento senza nome.
Io e la nostalgia siamo vecchie amiche, la trovo molto dolce a volte, poetica quanto basta, dolorosa ma senza sangue. Stasera invece è una nostalgia diversa, un po’ più consapevole, come a dire “non c’è tempo per le lacrime da ragazzina”, e quindi mi lascia gli occhi velati, carichi di ricordi che giacciono nel profondo senza prendere la polvere.
Sono gelosa di ognuno di loro. Me li tengo tutti stretti, anche quelli che sono stati lame. Con il tempo si smussano gli angoli, non tagliano più, luccicano di una brillantezza pericolosa, quella propria di chi un tempo era abituato a tagliare. E non so come si fa a lasciare andare. Non l’ho mai imparato per bene, a un certo punto era solo una questione di sopravvivenza.
Ognuno di quei biglietti è il fermo immagine di una persona che non esiste più. Non in quei termini, in quei modi. Sono oggetti sacri, hanno troppa vita appesa addosso. Una vita non più mia, ma pur sempre vita.
E doveva andar così. E la nostalgia non è poi tanto male. E neanche le canzoni francesi. E nemmeno io che penso che vorrei guardare le stelle. Ah, le stelle.

7 commenti

Archiviato in A spasso nella mia vita, Riflessioni, Uncategorized, Vita