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La vita segreta di noi comuni mortali.

walter

Ieri, oltre ad aver dormito quattordici ore ho anche visto diversi film. Mi sono concessa una giornata di pura, beata, brillante nullafacenza. La camera in penombra, dei film, un letto che mi ha vista andar via troppo presto la mattina e un tè ai frutti rossi.
Tra i film che mi hanno fatto compagnia c’è “La vita segreta di Walter Mitty”. L’intero film è centrato sulla vita di un comunissimo impiegato, Walter Mitty, che ha una vivace immaginazione ma che, purtroppo, non riesce a trasformare in azione, finché un pretesto lo spingerà a viaggiare come mai aveva fatto e a trovare il coraggio di rischiare.
Ecco, il coraggio di rischiare. Spesso, almeno io, penso a questo coraggio come all’abilità di fare di qualcosa di pazzesco, folle, senza precedenti. Qualcosa di epico. Ma c’è davvero bisogno di fare qualcosa di epico se poi nella vita di tutti i giorni rimaniamo i soliti abitudinari, noiosi, senza sorriso?
Cambiare vita implica anche un cambiamento piccolo, ma ripetuto, voluto, sentito. Alzarsi alle cinque del mattino, abbracciare il freddo del mattino ed essere sorridenti, questo può già essere un gesto rivoluzionario.
Però non ci pensiamo, è solo un sorriso, solo un po’ di buonumore, non fa mica differenza.
E invece. Se solo potessimo vedere da fuori l’intera catena di eventi in cui siamo impigliati. Le conseguenze che i nostri gesti possono provocare.
Una citazione tratta dal film recita “Beautiful things don’t ask for attention”.
Ed anche io la penso così. Le cose belle, ed importanti, sono così silenziose che spesso le sorpassiamo aspettando il famoso ed eroico gesto di coraggio che cambierà la nostra vita.
Ma se nell’attesa avessimo già perso tanti altri minuscoli, ma eroici atti di coraggio?

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Cronache lisbonesi.

cronachelisbonesi

Oggi sono esattamente trentaquattro giorni che mi trovo a Lisbona. Da qualche parte ho letto che ci vogliono quaranta giorni prima che un’azione ripetuta diventi un’abitudine. Per ora ho stabilito la mia routine e dopo i primi disastri iniziali ho iniziato finalmente a sentirmi a casa.
Mi ci sono volute delle candele profumate da mettere in camera insieme ad una lanterna in ferro battuto, una stufa, delle coperte nuove, una polaroid e un catalogo intero da sfogliare e risfogliare per decidere come arredare la mia stanza. Eravamo due sconosciute, io e la stanza. Ci siamo guardate in cagnesco per un po’, ma ora stiamo entrambe collaborando. E ogni giorno ha un pezzo in più di me, e non solo i miei vestiti.
Casa mia è in un viale alberato e c’è un momento della giornata, intorno alle cinque, quando il cielo è ancora azzurro, ma si vedono già le prime ombre, ecco in quel momento si stagliano i contorni dei rami contro il cielo. Sono così definiti, fieri, orgogliosi di stare là, nudi e scuri. In rari momenti di bellezza il sole punge i rami e crea un gioco d’ombre con le foglie rosse. In quel momento Lisbona è casa mia.
In quel momento camera mia è mia. In quel momento ce la posso fare.
In quel momento sono un pezzo di Portogallo.
E in questo pezzo di Portogallo ho dei nuovi amici. Strano a dirsi, ma una delle persone con cui ho stretto di più ha cinquant’anni. Si chiama Pedro (come la metà dei portoghesi), ed è così taciturno che all’inizio pensavo di non piacergli.
Poi abbiamo iniziato a chiacchierare, prima osservandoci da lontano, quasi come a capire se l’altro fosse innocuo o meno. Finché un giorno mi ha presa sotto la sua ala protettrice e ha iniziato a raccontarmi la storia della sua vita attraverso Google Maps. Ogni posto un ricordo, ogni ricordo una storia, ogni storia una lingua diversa.
Pedro parla tra i denti, non articola troppo le parole, credo sia perché non è abituato a parlare. L’ho osservato per un po’, se ne sta nel suo angolino e tutti pensano che non ami la compagnia.
Ah, quanto si sbagliano.
E così io e Pedro siamo nello stesso angolo, ci sono entrata anche io per fargli vedere com’è andare fuori.
Lui mi parla di Lisbona, delle cose che devo mangiare, vedere, vivere. Io gli parlo dell’Italia, di questo o quel disguido con la commessa, della mia coinquilina.
Stiamo uscendo dal guscio, in maniera diversa.

E Lisbona è questo: alberi, colori, foglie, un adulto con la sua storia, un negozio di libri dove scappare in pausa pranzo. Sto uscendo dal guscio, Lisbona. Come il tuo sole quando passa tra le foglie.

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Sorry, du iu spik inglisch?

tourists

Si sa la noia ingegna, talvolta fa fare cose davvero stupide, altre volte fa fare cose geniali. Lascio a voi la decisione finale. E così io e Anna abbiamo deciso di fare un esperimento: andare per le strade della mia città chiedendo informazioni come se fossimo turiste.
Specifico che non sono proprio il prototipo di italiana, soprattutto del sud. Ho tratti un po’ nordici, e spesso vengo scambiata per svedese o olandese, il che ha reso il nostro esperimento ancora più credibile. Ecco ciò che è accaduto per circa due ore nel pieno centro della città.
Fermiamo due ragazzi chiedendo, in inglese, dove si trova un monumento. Alla domanda “Do you speak English?” il ragazzo ci risponde, in italiano, “un poco”. Questa è la prima caratteristica che abbiamo riscontrato in tutti, o quasi, i passanti: si ostinano a rispondere in italiano. Per fortuna il ragazzo che gli stava accanto aveva qualche conoscenza in più, e così è riuscito a darci qualche informazione in inglese, mentre il suo amico gli proponeva di accompagnarci, tra una risata e l’altra. Ringraziamo e salutiamo.
Caso secondo. Fermiamo due ragazze, chiediamo loro le stesse informazioni. Una di loro, particolarmente emozionata, ci dice che studia lingue e che è un piacere parlare con delle straniere. Ci dice anche che di solito parla meglio, ma che ora si sta facendo prendere dall’ansia. Cerco di rassicurarla, mentre tra me e me penso che se solo sapesse la verità perderebbe tutto l’interesse. Ci chiede da dove veniamo e alla risposta “From U.S, Virginia”, cambia di nuovo espressione, come se fossimo dei piccoli Babbo Natale in procinto di distribuire i suoi sogni. Ci dice che vuole andare in Australia quando finirà di studiare.
Insomma in quindici minuti diventiamo la sua storia della serata, quella da raccontare il giorno dopo ai compagni di corso. E riflettevo su quanto cambia la percezione che gli altri hanno di noi. Lo straniero, quando non è considerato in maniera negativa, è sempre più bello, più affascinante, più, più, di più.
Caso terzo. Chiediamo ad un ragazzo dove trovare delle cartoline. Ecco, lui è stato il più gentile e negato di tutti. Continua a risponderci sempre in italiano, alternando qualche parola del tipo no English, my problem. Però, riconoscendo i suoi limiti, ci indica la strada e si assicura che trovassimo il negozio giusto. In un modo o nell’altro gli Italiani si fanno capire, anche se è un peccato per la comunicazione, si potrebbero conoscere molte più persone con un po’ di inglese.
Caso quarto. Stessa domanda a due ragazzi: “do you speak English? Stessa risposta in italiano. Ci chiedono di ripetere, un orecchio quasi appoggiato alle mie labbra. Il ragazzo capisce la domanda e ci indica il posto, mescolando l’inglese all’italiano, ai gesti, al “Look there”.
La mia conclusione è che il livello medio di inglese è un po’ bassino, e anche la convinzione di farsi capire attraverso i gesti è un po’ pretenziosa, ma alla fine, in un modo o nell’altro, la gentilezza e la disponibilità supera la barriera linguistica e il turista riesce a raggiungere il suo scopo.
Per ora è tutto, vi terrò aggiornati nel caso qualcuno mi riconosca mentre parlo in italiano. In quel caso “I learn fast”, imparo in fretta.

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Profumo di pane.

profumodipane

Prima di iniziare a leggere consiglio vivamente di ascoltare “Falling Slowly” di Glen Hansard e Marketa Irglova, tratta dal film Once. Vi prego spendete questi trenta secondi per cercarla e poi continuate a leggere. Grazie!

Ho vissuto con i miei nonni per circa dieci anni. Dieci anni fatti di prime volte: prime pappe, prime cadute, primi tuffi, prime ginocchia sbucciate, primi giorni di scuola, prime feste di compleanno, primi denti che cadono e ricrescono, prime interrogazioni, primi giocattoli. E non importa se ora viviamo in città diverse, non importa mai quando si è condivisa una fetta così importante di vita. Ci pensavo mentre ero affacciata al loro balcone, in questo tardo pomeriggio autunnale. La bellezza dell’affetto che si protrae negli anni, l’eternità di legami come questo mi lasciano sempre avvolta in una nuvoletta azzurrina di felicità. Non è euforia, quella è questione di un attimo, poi svanisce. Questo tipo di felicità è legato ad una certezza, e quindi non scolorisce mai.
Ci pensavo mentre l’aria si riempiva del profumo di pane sfornato dalla panetteria sotto casa. E gli odori si mischiavano ai cieli rosa e arancio, all’aria impregnata di un autunno ancora senza pioggia, al profumo della pastiera fatta in casa.
Qualcuno ha detto che sono complessa e io non so dargli torto. A volte ho certi gomitoli conficcati al centro del petto e faccio fatica a spiegarli a me stessa, figuriamoci a qualcun altro. Ma in quella casa, con quel cielo, quel profumo, sentivo di essere così semplice. Semplice da leggere, da capire. Semplice.
Non importa la vita, non importa il futuro, non importano più i luoghi. Certi posti saranno sempre casa. Certe persone saranno sempre i miei posti.

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Nostalgia, amica mia.

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Stasera non ho tanta fantasia, e quindi il titolo l’ho buttato così, senza pensarci troppo. Ascolto delle vecchie canzoni francesi mentre ho deciso di fare un gesto estremamente masochista poco fa: leggere tutte le mail, lettere, bigliettini, ogni cosa che mi ricordasse un amore passato. Non è stato un gesto intenzionale, o meglio l’intenzione di continuare ovviamente c’è stata, ma non quella di iniziare. Mi sono ritrovata nel vortice dei ricordi, e quando entri in un vortice sei trasportato, ti lasci fluttuare, poi prima o poi vai a sbattere contro qualcosa e ti maledici per esserti fatta prendere da questo sentimento senza nome.
Io e la nostalgia siamo vecchie amiche, la trovo molto dolce a volte, poetica quanto basta, dolorosa ma senza sangue. Stasera invece è una nostalgia diversa, un po’ più consapevole, come a dire “non c’è tempo per le lacrime da ragazzina”, e quindi mi lascia gli occhi velati, carichi di ricordi che giacciono nel profondo senza prendere la polvere.
Sono gelosa di ognuno di loro. Me li tengo tutti stretti, anche quelli che sono stati lame. Con il tempo si smussano gli angoli, non tagliano più, luccicano di una brillantezza pericolosa, quella propria di chi un tempo era abituato a tagliare. E non so come si fa a lasciare andare. Non l’ho mai imparato per bene, a un certo punto era solo una questione di sopravvivenza.
Ognuno di quei biglietti è il fermo immagine di una persona che non esiste più. Non in quei termini, in quei modi. Sono oggetti sacri, hanno troppa vita appesa addosso. Una vita non più mia, ma pur sempre vita.
E doveva andar così. E la nostalgia non è poi tanto male. E neanche le canzoni francesi. E nemmeno io che penso che vorrei guardare le stelle. Ah, le stelle.

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Dall’altro lato dello specchio.

Mirror

Spesso mi domando come sarebbe vivere dall’altro lato dello specchio. Vedermi dall’altro lato, intendo. Cosa potrebbe succedere? Potrei essere meno severa con me stessa, potrei capire che certi pensieri sono solo nella mia testa e, chissà, potrei persino voler essere me.
Cosa si prova ad essere il supereroe di se stessi? Cosa si prova a pensare sempre di potersi tirare fuori dai guai?
Così quando sta per arrivare l’ultimo minuto e non è ancora successo nulla si sa che non si deve aspettare nessuno, se non se stessi. E saremmo tutti a prova di criptonite, a prova del nostro buio, a prova degli altri.
Che si prova ad avere un costume cucito addosso, con uno stemma scintillante sul petto e la coroncina da Wonder Woman? Però non so se l’assenza di paura mi renderebbe migliore. Spesso è stata la paura il pulsare della mia crescita. Grazie al buio mi sono seduta a gambe incrociate sul pavimento pensando alla luce. Bisogna essere così schifosamente umani per capire di che materiale può essere il nostro costume.
Le imperfezioni sono il motore, i limiti evidenti sono dei post-it attaccati alla fronte che ci ricordano da dove veniamo e dove vogliamo andare.
E questo messaggio è per tutti quelli che vorrebbero stare dall’altra parte dello specchio per un po’, per quelli che hanno perso (momentaneamente) il loro super potere.

C’è un’espressione inglese che recita: hang in there e significa “animo, coraggio, stai su”. Vi regalo questo post-it. Ora attaccatevelo alla fronte.

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La primavera dell’autunno.

autumn

Ogni stagione ha la sua nascita, anche se è comune pensare che la primavera sia la regina delle nascite. In effetti la primavera colpisce i sensi con i suoi boccioli e il suo timido e inesorabile rigoglio, ma ultimamente sto sviluppando un’affinità per l’autunno. Ho una lista di cose che amo di questa stagione:
– il rumore delle foglie secche quando il vento le muove o quando vengono calpestate
– l’odore della pioggia sulla terra bagnata
– le sciarpe
– il giallo che si perde nell’arancione che a sua volta si smarrisce nel rosso
– il fatto che per la prima volta, in autunno, non ho un piano
– comprare il tè in un posto bellissimo con tante giare tutte verdi. Ogni tè ha la sua etichetta, e puoi odorare tutti quelli che vuoi, perderti negli aromi e nelle tazzine di porcellana e solo dopo scegliere tu la quantità e il tipo che preferisci. Attualmente il mio preferito si chiama Elizabeth.
– il calore di casa

breakfast

october

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