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Vi porto a… mangiare choco frito!

kayak

Ci sono fine settimana in cui tutto quello che ho bisogno di fare è restare a letto a sentire i miei muscoli oziare mentre mi crogiolo nel più sacrosanto dolce far niente. In quei tre giorni mi riservo la possibilità di essere una completa ameba senza sentirmi minimamente in colpa. Ma, per fortuna, sento anche il bisogno di fare qualcosa di diverso. In questo caso una di quelle cose che mentre la fai dici a te stesso “mai più”, ma poi quando completi la grande missione ti senti rinato (molto metaforicamente parlando, il tuo corpo in realtà vuole solo tornare a fare l’ameba).
Per farvela breve, ieri sono andata a fare kayak a Setubal, per la prima volta nella mia vita. Nessuno ti dice che ci vuole un training apposta per l’occasione, e così tu, come me, inizi pieno di fiducia e speranza la traversata di 3 kilometri e mezzo che ti separa dall’altra riva del fiume. Il vento nei capelli, il sole sulle gambe ancora chiare, le mani strette intorno a quel remo. Tutto pronto. Si parte.
Prendere il ritmo richiede un po’ di tempo, almeno se il vostro livello di partenza è zero come il mio. A metà strada vi sembrerà già di aver attraversato l’Oceano Atlantico e avrete un forte desiderio di lanciarvi dal kayak e raggiungere a nuoto, magari anche solo galleggiando, l’altra riva. Ma questo non è possibile, nel caso ve lo stiate chiedendo, e la vostra guida non ve lo permetterà. Ad un certo punto, ingenuamente, chiederete come si chiama la città sull’altra sponda. “Troia”. “Sorry?!” “Troia”. Sì, la città si chiama Troia e altre quindici persone che remano al tuo fianco gridano emozionate “Estamos quase à Troia!”
Ridere mentre si cerca di remare non è una buona idea.
Finalmente terra, sabbia, insomma un luogo in cui non si deve più remare. La sabbia chiara, il sole non troppo prepotente, una palla e quattro chiacchiere in un mix di lingue.
“Avete mezz’ora, poi si torna indietro”.
Ok, mi dico, mezz’ora per lasciar riposare le braccia. Non può essere così difficile il ritorno. E mentre questo pensiero nasce timido nella mia mente, un vento si alza ed increspa le onde del fiume. E così i nemici diventano due: le onde da combattere e il tuo corpo che vuole abbandonare la corsa già dopo venti minuti. Ed è stato in quel momento che ho pensato a me stessa come all’ultima sopravvissuta nel mezzo di una tempesta. L’unico modo per salvarmi è remare, portarsi a riva. Lo so, è stupido, ma la mia mente aveva bisogno di stimoli surreali.
Scorgo le prime persone a riva, vedo la sabbia, le case. Ci siamo. Mi trascino fuori dal kayak e mi lancio sotto la prima doccia mentre commento con gli altri le nostre più o meno scarse doti.
E che si fa ora?
Ma naturalmente si va a mangiare. E cosa mangi a Setubal? Semplice: choco frito. In due parole, seppie impanate e fritte da mangiare con qualche goccia di limone e patate fritte. Ma non pensate alle nostre seppie, piccole, carine, quelle con cui condiamo anche la pasta. No, questo choco è enorme e, di conseguenza, ogni pezzo è bello consistente e, secondo il mio gusto, saporito. Da quanto ho capito mangiare choco frito a Setubal è un must. Se non lo fai non sei nessuno e il tuo viaggio fin lì è stato inutile. Questo spiega perché la cameriera, appena ci vede seduti domanda:”Quindi choco frito per tutti?”
Come se qualche pazzo potesse ordinare qualcosa di diverso. E tu di certo non vuoi essere quel pazzo.
E l’ambiente è così alla mano: un tavolo enorme ricavato al momento unendo tanti tavolini, tovaglia di carta a quadretti bianchi e rossi, cameriere con la spilla “I love choco frito”, e sedici tra ragazzi e ragazze con i capelli umidi, un asciugamano addosso e le braccia stanche.
Lo consiglio? Decisamente sì. Tutto, il sudore, i muscoli che si ribellano, gli stimoli surreali, la contentezza di essere andati a Troia, il cibo, le conversazioni con perfetti sconosciuti.

Ed ora che siete venuti con me a mangiare choco frito, dove ce ne andiamo?

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