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Ritorni e partenze.

partenze

Tornare in Italia è sempre emotivamente più complicato di quello che immagino. Penso sempre sia semplice, mi immagino il soggiorno in patria come una piacevole vacanza dalla quale tornerò felice e riposata. E invece tornare a casa significa sempre ricordarsi ogni giorno cosa si lascia: il profumo di casa, la voce familiare della mamma, i luoghi del cuore, le amiche che condividono con te episodi incriminanti. E se tornare mi ricorda cosa ho di più bello, restare mi ricorda anche cosa non ho. Mi ricorda lo spazio che non ho per coltivare i sogni, per coltivare un po’ di futuro, qualche strumento in più. Coltivarmi una possibilità.
Ma tutte le motivazioni si sciolgono quando saluto i miei genitori in aeroporto. E non versiamo una lacrima, ma mamma si tradisce mentre faccio la fila per i controlli. Non avrei dovuto girarmi.
E i primi giorni sono i peggiori, sembra che tutta la routine costruita in sei mesi non regga più. Sembra tutta una farsa, una messa in scena, e tutto sembra urlarmi “ma perché non torni a casa?”
L’aria portoghese mi si rivolta contro con profumi diversi e io mi sento di nuovo estranea. Ma poi qualcosa succede. Qualcuno si accorge che sono triste. Qualcuno me lo chiede per poi rispondermi “But you have us” e allora un piccolo focolare si riaccende in mezzo al petto. Gli occhi riacquistano la capacità di riconoscere volti amici. La mente riacquista la capacità di fare piani, il cuore mette la scintilla dove ci sono solo scartoffie.
Ed è come un livido. Resta lì, ma poi cambia colore e non fa più male.
E penso alle parole di mia mamma sussuratemi all’orecchio:”Non sarà per sempre, vero?”

E me lo prometto silenziosamente con un appunto sul cuore. Non sarà per sempre salutarla dopo pochi giorni. Ma oggi no, oggi devo perdermi un po’, sguazzare nella nostalgia mentre conosco e mi conosco.
Ma no, non sarà per sempre. Come niente, del resto.

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Granita al melone.

granitaallimone

Un pomeriggio d’estate un ragazzo e due ragazze si riuniscono in un caffè della città. Tre granite al melone.
Parlano come chi sa che sta per perdere l’uso della parola e decide di approfittare di ogni singola parola rimasta. Parlano e si sorridono, si lanciano sguardi affini, testimoni di esperienze passate. Conoscono la luce dei loro occhi così bene che sembra tutto così naturale, ogni parola, persino ogni paura.
Ed è tutto fuori dalla città, fuori dal tempo. I loro racconti sono sospesi da qualche parte tra l’Irlanda, il Belgio e chissà dove.
Le granite sono finite, ma la compagnia non lascia il liscio tavolo di legno che traballa sotto il peso dei gomiti che si poggiano sulla superficie.
Il cielo è azzurro, le nuvole bianche scorrono lente e non esiste più niente, come se quell’attimo dovesse allungarsi e prolungarsi, senza mai diventare futuro.
Alcuni pomeriggi vanno così, l’essenziale consuma la durata, gli attimi si rincorrono frenetici e lasciano uno strano senso di nostalgia, una sorta di malinconia edulcorata.
“In bocca al lupo, Claudio”. E i ragazzi si abbracciano, si scambiano auguri, benedizioni, incoraggiamenti che si concretizzano solo a mezz’aria, quando iniziano a crederci un po’ tutti.
Inizia a soffiare un po’ di vento. Chissà da dove viene, chissà dove se ne va.

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Sul panico, sulla calma e sulle risate isteriche.

sessionestiva

Sono quasi sopravvissuta a questo mese tragico inserito in una cornice ancora più tragica chiamata sessione estiva. Se supero anche lunedì senza un graffio posso tirare un sospiro di sollievo fino alla seconda metà di luglio.
In questi anni ho sperimentato che gli esami sono sempre delle situazioni tragicomiche dove emergono le parti più inaspettate della nostra personalità. Io, ad esempio, mi sono riscoperta mamma chioccia, quella che rassicura tutti, che sorride come un’idiota e che si improvvisa istruttrice di training autogeno. Generalmente questo atteggiamento dovrebbe essere tipico delle persone tranquille di natura, e non credo sia il mio caso.
Quando si avvicina il mio turno il sangue si ritira dal mio corpo: sono bianca e fredda in stile defunto e posso avere due reazioni. La prima include una risata isterica, incontenibile fino alle lacrime, la seconda prevede il silenzio assoluto, tombale, spettrale, quasi sacro mentre contemplo il libro con sguardo spiritato.
Stamattina ero uno strano mix, non so quanto piacevole.
La parte più bella, quella che solo chi ha condiviso la lunga Via Crucis con te può capire, è arrivata nel momento in cui sono uscita da quell’aula. Un sospiro di sollievo, un sorriso e ho trovato i miei amici lì fuori a battermi le mani come tanti piccoli esaltati, felici.
La condivisione è la parte più bella, quella che ci rende studenti con teste pensanti, ansie parlanti, e opinioni scoppiettanti, e non matricole fatte di inchiostro e cifre.
E dopo ore di studio, e libri, e appunti, e prefazioni, e penne colorate, e tempo che stringeva, l’unico momento che ricorderò è quando Anna mi ha abbracciata e presa per il braccio, abbiamo sorriso tutte e in pace abbiamo capito che per oggi era finita.
Vi auguro questo momento di sollievo, vi auguro il riposo meritato del guerriero e, sopra ogni cosa, vi auguro persone capaci di condividere.

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Cough Syrup.

picnic

C’è questa canzone dei Young the Giant “Cough Syrup” che mi è entrata in testa e la canticchio e la fischietto da stamattina, forse perché ho una tosse tremenda e il mio subconscio sente una certa affinità con il titolo.
Ieri ho scoperto di essere molto competitiva e di amare alla follia il gioco di Taboo. Per chi non lo conoscesse bisogna far capire alla propria squadra una determinata parola senza usare altre parole elencate nella stessa tessera. Non si può imitare la parola misteriosa e c’è un certo limite di tempo. Ho inventato gli esempi più assurdi, fatto collegamenti più impensabili per far capire parole come “silenziatore”, o la parola “beauty case” senza poter nominare le parole “cosmetici”, “donne” e “prodotti”. I componenti della mia squadra hanno affermato che ero molto esaltata durante la competizione, io ricordo solo i granelli della clessidra scendere veloci e io che gesticolavo come una forsennata.
Insomma, anche se il gioco fosse stato odiato, ho fatto divertire un po’ di gente con il mio spettacolino. La vita è bella anche per questo, perché ti perdi in un gioco, perché ti sdrai su una panchina in un prato e senti il sole sciogliere le tue paure, perché la tua migliore amica si arrabbia se non metti la felpa visto che tossisci già da un po’, perché quando mettono i dolci a tavola tutti ti guardano, immaginando già la tua faccia.
E mi piace avere delle cose a cui tutti mi accomunano: i dolci, ad esempio, o i fiori, o l’azzurro, il mio colore preferito. O i libri. Mi piace che la gente che mi conosce mi pensi quando si imbatte in oggetti di questa natura.
Viviamo molto di più nei dettagli che nei ricordi veri e propri, perché i dettagli si rigenerano, si ripetono, si rigenerano. Forse è per questo che faccio caso alle cose piccole, insignificanti, storte, al modo in cui qualcuno si tocca i capelli, ai nei, all’incavo tra il collo e la spalla, a come si gesticola, come si racconta, ai tic, alle imperfezioni.
Sono le cose belle, quelle che ci riportano ad altri luoghi, altre vite, altre persone.

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Colazione di primavera.

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Mi sveglio alle 08:40 di questo sabato mattina e sento che il raffreddore sta avendo la meglio sulle mie difese immunitarie che cercano di resistergli, ma in compenso è una meravigliosa giornata di primavera. L’oro colato del sole bagna il mio letto, passando prepotente attraverso le doghe semichiuse della finestra. Ho gli occhi pesanti, poca voglia di alzarmi e un appuntamento per le dieci.
Mi trascino fuori dal letto e do inizio alla mia giornata. Lavo i capelli per poi scoprire di non aver preso il phon dall’altro bagno in cui è chiuso mio fratello. Cerco di asciugarli alla meno peggio, con scarsi risultati. Una volta finite tutte le operazioni necessarie decido che è il momento di truccarmi, ma poi realizzo che anche il fondotinta è nel bagno occupato. Mi maledico per non averci pensato prima. Mi do un’occhiata allo specchio e indosso il mio foulard color corallo, nella speranza che la gente distolga così l’attenzione da tutto il resto che è un disastro.
Sono in ritardo. Mi precipito in strada e cammino a passo svelto mentre mi muovo inconsapevolmente a ritmo della canzone di turno nelle mie orecchie. Finalmente la vedo, Marta, occhi azzurri e due guance da prendere morsi.
Ancor prima di dire “Ciao”, la domanda è:”Allora da dove cominciamo?”
“Dal principio”.
E così il fiume delle parole staripa. Continua a fluire mentre siamo in giro, mentre siamo sedute, anche mentre siamo in silenzio.
Con certe persone puoi condividere il silenzio con la stessa naturalezza con cui condividi le parole. E con le stesse persone puoi condividere mille inverni che si trasformano in primavere dilaganti.
Oggi è proprio primavera. Ecco un altro motivo per sorridere per oggi.

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Senzaunfilologico.

alone

Stamattina appena ho aperto gli occhi ho visto mia nonna accanto al mio letto, in piedi, che mi dava il buongiorno. Un metro e quarantanove di saggezza avvolta in una camicetta gialla e una gonna ampia. E la sua voce era rassicurante almeno quanto quella di mio nonno che mi diceva, dalla cucina, di avermi comprato i dolci. Mi ha portato anche le barrette kinder, ricordandomi di non essere poi così cambiata da quando avevo cinque anni. Lui mi dava dolci e la nonna immaginava il mio matrimonio. “Sempre se ci sarò ancora”.
E ho sentito una fitta allo stomaco fortissima e l’ho abbracciata, scacciando i brutti pensieri. E ho pensato che ci saranno in qualsiasi caso. In un modo o nell’altro ci saranno.
Nel pomeriggio Martina mi ha ricordato cosa si prova ad avere otto anni ed un’amica del cuore con cui condividere figurine e anelli di plastica, simboli d’amicizia. E i problemi erano tutti lì, un ginocchio sbucciato, o una capriola che non ti viene. E magari i miei genitori possono pensare che i miei problemi son tutti qui, qualche questione di cuore qua e là, magari anche qualche pressione, niente di più. E dalla loro prospettiva hanno ragione. Ma a vent’anni che ne voglio sapere dei problemi veri?
Però ora, in questo istante, so che le persone sono bravissime ad organizzare, a portarti fuori. E poi mille scuse quando chiedi semplicemente di venire da te. Se una ragazza ti chiede di venire a salutarla, di sabato sera, senza andare in nessun luogo preciso, soltanto per non pensare, e ridere, e passare un’ora a cambiare stazioni radio, ti sta dicendo “non farmi restare sola”. E quest’invito è più intimo del dire semplicemente “sì” al tuo invito perfetto, organizzato e studiato. Perché se ti chiede così di portarla fuori, allora ti sta chiedendo di portarla fuori dalle sue paure. Di tirarla fuori.
E si dovrebbe sempre correre, perché nessuno dovrebbe mai sentirsi solo e spaesato. Nessuno.

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Ma chi l’ha detto “donna bagnata donna fortunata”?

Temporale

Come si reagisce quando il treno si ferma nel bel mezzo del nulla, a pochi metri dalla stazione centrale, e fuori inizia a piovere? E ovviamente io non avevo l’ombrello. Così è iniziata la mia giornata, con un temporale decisamente e autunnale e una povera sprovveduta, quale sarei io, che si ritrova a contrattare con un indiano per avere un ombrello che si romperà alla prima folata di vento. La ciliegina sulla torta sono state le Converse che, nei miei giorni buoni, ho la decenza di non mettere se so che il tempo potrebbe peggiorare.
Venti minuti dopo mi trovavo in un bar, vicino l’università, a sorseggiare cappuccino con Denise. Il barista mi guarda ed esclama “Finalmente sei arrivata!”
E io lo osservo, senza capire. Poi capisco che forse, avendo visto che la mia amica aspettava qualcuno, si sarà domandato chi fosse quel qualcuno e avrà fatto due più due.
Date le mie pessime condizioni fisiche ha ben pensato di consolarmi spargendo una doppia dose di cacao sul cappuccino. Grazie barista sconosciuto!
Appena entrata in aula ho trovato le mie amiche che chiacchieravano allegramente e, allarmate dalla mia vista, mi hanno intimato di togliermi la camicia zuppa. Dopo diversi rifiuti, me l’hanno direttamente tolta, “altrimenti ti ammali”, lasciandomi in canotta, fucsia tra l’altro. Queste situazioni mi imbarazzano sempre, nonostante loro fossero tante mammine deliziose e in ansia per me. Gianluca ha invaso il corridoio, asciuttissimo, e mi ha chiesto cosa avessi fatto ai capelli. “Gianluca piove, non so se hai visto”. In effetti lui non aveva un comune ombrello, ma direttamente l’ombrellone da spiaggia, quindi era evidente il perché del suo essere asciutto. Mi ha preso la camicia zuppa e l’ha messa all’aria, lontana dalla pioggia, con la speranza di farla asciugare.
“Ragazzi, però nel frattempo ho comunque freddo!”
Mi hanno concesso di rivestirmi dieci minuti dopo, anche se le condizioni della camicia erano pressoché immutate.
Due ore dopo ero di nuovo per strada, questa volta senza pioggia. Avevo voglia di dolci, come potete facilmente immaginare, ma ho resistito. Anche quando Giulia ha preso un bombolone alla nutella con un Pan di Stelle sopra. Mi sono sentita fiera di me.
Ed ora, svariate ore dopo, sono a casa con la gola in fiamme e saltuari starnuti a farmi compagnia.
Vorrei sapere chi ha detto che “sposa bagnata sposa fortunata”, o era donna? Insomma qualsiasi cosa sia, non aveva ragione.

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