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Tre caffè.

tre caffè

Ieri sono arrivata alla conclusione che non importa dove ci troviamo, tutto si riduce alle cose semplici della vita. In questo caso tutto si riduce a tre caffè e tre ragazze che srotolano paure e storie nella caffetteria di fianco all’università. E mentre fuori fa buio dentro c’è un po’ più di luce.
Due italiane e una montenegrina. Se è vero che la felicità si può considerare tale solo se condivisa, lo stesso senso di sollievo è applicabile anche alle paure quotidiane. Agli scheletri nell’armadio. A tutti i “se” e tutti “ma” dell’universo.
Sono bastati tre caffè per sciogliere le paure, per ridere di noi stesse, per sentire nostalgia e mancanza di casa, per drammatizzare storie per poi sdrammatizzarne il doppio.
Tre caffè e una musica jazz di sottofondo. I sentimenti sono universali, e anche la voglia di prendere le nostre vite e farne una cosa bella, un unico, esteso atto di bellezza.
Uno di quegli atti intrepidi, coraggiosi, sentimentali, dolorosi, con violini di sottofondo, rumore degli aerei che decollano, rumore di risate soffocate e poi esplose.
Rumore di baci che si attaccano alla pelle, si perdono nei capelli e sulle ciglia.
Forse è solo questo che ci affanniamo a raggiungere.
E i tre caffè ci hanno fatto parlare come fossero vino.
E alla fine della sbornia era già buio fuori. Il petto più leggero, gli auricolari già nelle orecchie, i progetti già scritti a metà nella testa.

Anche le matasse più confuse si riducono alle cose semplici.

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Conversazioni sterili.

adele

“Cosa vi porto ragazze?”
“Per me un succo di frutta alla pesca”
“Per me un caffè”.
Ha avuto inizio così la conversazione più sterile della mia vita, una conversazione tra ragazze che non vedevo l’ora finisse. Ci sono alcune persone, e ora parlo di ragazze in particolare, che si incastrano alla perfezione, che parlano seguendo un continuo fluire che fa le capriole tra argomenti seri e del tutto frivoli. Sono quelle conversazioni che fanno bene all’anima, che dopo ti fanno sentire piena, con le idee più chiare.
E poi ci sono conversazioni come queste. Io la definisco conoscente, lei mi definisce amica, credo ignorando molto del significato della parola. Una di quelle chiacchierate in cui puoi anche tacere, tanto per l’altra persona fa lo stesso. Sterile è il termine giusto. Non c’era il fluire, guardavo l’orologio così spesso che rischiavo di disintegrarlo con gli occhi.
“E quindi sto scrivendo la tesi…”
La guardo appoggiando il mento sul palmo della mia mano, la ascolto, ma in realtà solo un parte di me la sta realmente ascoltando. Guardo gli uomini con il giornale dietro di lei, ridono ad alta voce, indicano il di dietro della cameriera. Mi viene da strabuzzare gli occhi, li riduco a due fessure e penso alle loro mogli, alle loro figlie, magari della stessa età della cameriera.
Lei continua a parlare, non mi fa domande. La osservo. Bionda, occhi azzurri, occhiali, un portamento austero. Cammina così dritta che sospetto abbia portato il busto per anni ed ora ha la sua forma impressa addosso a caldo. Rimane in superficie. E le vorrei dire questo “Con me rimani in superficie”. Abbiamo tutti un mare dentro e tu consideri ognuno come pozzanghera, quindi non chiedi, non ti interessa, non ti immergi.
Gli uomini continuano a ridere, io continuo a pensare.
Invento una scusa, devo andare, devo disintossicarmi.
La saluto, le do le spalle e penso a disintossicarmi, penso a non diventare sterile anche io.
Chissà come si sente ora, lei.

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Titolo attualmente non disponibile.

sunflower

Stavo pensando ad un titolo da dare a questo post ma, senza giri di parole, non ne ho proprio idea. Credo succeda quando non ho un ordine preciso con cui dire quello che sto per scrivere. Amo il sabato mattina, la sensazione di pigrizia e di lentezza che mi entra nelle ossa, la sveglia finalmente muta, le lenzuola calde, il sole che filtra gentile dalle doghe senza disturbarmi.
Mi piace prendere il mio tempo per fare colazione, per gustare i Pan di Stelle, per stiracchiarmi, per sbadigliare senza ritegno, per farmi la doccia, per mettere il balsamo sui capelli, per spalmare la crema alla vaniglia, per mettere il profumo con calma, per scegliere cosa indossare, per fare una linea di eyeliner senza correre.
Mi piace scendere in strada senza una meta, solo per il gusto di assaporare la primavera, per riempirmi gli occhi di rosa, arancione e azzurro.
Ascolto la canzone di Zaz- Port Coton, e immagino cosa possa pensare la gente di me. Intendo gli estranei, chi mi guarda distrattamente per strada, in metro, in treno, su un pullman, mentre cammino, mentre mangio, mentre sorrido cambiando canzone. Mi domando se l’immagine che ho di me coincida con quella riflessa negli occhi degli altri. Quasi mai sono la stessa cosa. Forse è per questo che faccio sempre tante domande. Io ci vivrei così, con gli occhi sulle storie della gente, sui loro segni. Li guardo come se trovare loro significasse trovare me, trovare le differenze, i tratti in comune. Non so se sia sbagliato o meno, come se poi esistesse una cosa completamente giusta o completamente sbagliata. Come se non fossimo strani a modo nostro.
La verità è che alla fine di ogni giornata, pigra o frenetica che sia, con o senza sole, vorremmo solo essere rassicurati.
Ci servono i sussurri, i baci della buonanotte, le certezze. Ci serve la consapevolezza di sapere che, se vogliamo, possiamo anche essere deboli.

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Incontri, incontri, incontri.

coffee

Oggi niente corsi e, di conseguenza, niente corse. Nonostante ciò non ho dormito fino a tardi perché avevo un appuntamento in mattinata. Anzi, mi correggo, avevo l’appuntamento.
Chiacchierata con l’insegnante del liceo di cui ho già parlato in un post precedente. La mia ispirazione. Mi chiede di aspettarla fuori scuola in modo da poter approfittare della sua ora di spacco. Mentre la aspetto sento l’aria impregata di ricordi liceali. Le mie compagne di classe, i ragazzi carini che piacevano a turno un po’ a tutte, l’odore di pioggia che si respirava sui muretti di pietra in autunno. La fermata dell’autobus che serviva da riparo in caso di cattivo tempo. Ho chiuso gli occhi per un attimo e ho inspirato tutta quell’aria familiare. Aria di presente che sa ancora di passato.
Sorridevo ancora ai miei ricordi quando ho finalmente visto la prof.
Un metro e cinquanta, o poco più, di donna. Capelli corti castani, occhi vispi e incredibilmente acuti, un cappottino a fantasie scozzesi. Un sorriso dolce e premuroso. Ho iniziato a blaterare davanti ad un caffè mentre sputavo via le mie delusioni, i miei sogni, il mio presente, le mie abitudini. La mia vita, le mie persone.
Mi ascoltava attenta mentre sorseggiava il suo cappuccino. E poi ha iniziato a parlare lei: le sue passioni, la scuola, i viaggi, i consigli. Controllava l’orologio e mi chiedeva scusa se aveva poco tempo. Ed ero così felice insieme a lei. In pace con il mondo, senza sentire il peso di nulla.
Mi ha abbracciata nel cortile della scuola, mi ha augurato buona fortuna. Mi ha guardata come si guarda una promessa, un traguardo, un risultato, una cosa bella. E io ho pensato che lei nemmeno immagina l’influenza che ha avuto su di me.
Mi allontano dalla scuole e incrocio la mia ex insegnante di matematica. Colei che incuteva terrore e tremore a tutti noi. La più severa. L’ansia. Mi abbraccia anche lei, mi accarezza la guancia ed esordisce con un “Ti trovo benissimo”. Sono sconvolta. Mi invita a prendere un caffè insieme quando avrà un’ora di spacco.
Come cambiano le cose fuori dalla scuola, fuori dagli schemi, dalle relazioni imposte. Siamo tutti bellissimi esseri umani.
Questi incontri mi strappano più di un sorriso. Cammino leggera e fiduciosa verso casa, quando incontro un’altra persona: il mio ex ragazzo. Mi sorprende alle spalle e mi saluta affettuoso. Si toglie i rayban e si ferma a chiacchierare. Una conversazione piacevole, inaspettata e…strana. Non ho provato imbarazzo, ma era strano non potersi trattare da fidanzati, ma nemmeno da amici. Però nemmeno da conoscenti. Ci siamo trattati come due persone importanti che hanno condiviso tre anni della propria vita insieme. Ci siamo salutati. Ho continuato a camminare, ma lui era ritornato indietro per abbracciarmi. Un abbraccio lungo che voleva essere solo un abbraccio. Credo sia stato il suo modo per augurarmi buona vita. Lui che non è mai stato bravo con le parole. E così sono tornata a casa, con due abbracci addosso, una carezza e un caffè.
Non si torna mai, mai a casa esattamente come siamo usciti.

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Sto ancora dormendo.

Sleep

Sono le 8:30 del mattino quando apro gli occhi. Mia mamma mi rivolge la parola come se fossi già sveglia e funzionante quando ho palesemente gli occhi ancora chiusi. Li apro con sforzo immenso e le do ascolto. Poi li richiudo. Il cellulare vibra. Lo ignoro. Vibra ancora. Voglio dormire. Il telefono di casa squilla. Mio fratello litiga con la sua ragazza, una lite a 0.40 cent al minuto in diretta da Londra.
Mi copro il viso con il lenzuolo. Voglio solo dormire. Il cellulare vibra ancora. Sarà qualcosa di urgente. Mi alzo. Ho gli occhi semiaperti e sono incosciente. Leggo i numerosi messaggi di whatsapp. Messaggi di buongiorno, richieste di aiuto, richieste di consigli, richieste di stendere i panni (ovviamente questa è mia mamma). Tutto sommato non mi sono svegliata per nulla. C’è anche un sms di un’amica che mi fa partecipe di un momento importante. E quello mi fa sorridere.
Ora che ho visto tutto potrei anche riaddormentarmi, ma mio fratello irrompe in camera esordendo con “Che devo fare con lei? Cioè se tu fossi nei miei panni…”
Io sono solo in pigiama, ma lui mi guarda come se le mie parole gli avrebbero cambiato la giornata.
Così mi metto a sedere, strizzo gli occhi e gli dico: “Raccontami tutto mentre vado in cucina a farmi un caffè”.
Deduco mi sia svegliata abbastanza adesso, più o meno volontariamente.
Buongiorno!

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Hey now we’re bleeding for nothing.

Thoughts

Ho questa canzone degli Augustana in mente e sono particolarmente nostalgica stasera. Anche se il caldo mi si spalma addosso, purtroppo non sortisce nessun effetto sui pensieri. Nessuna anestesia. Rimangono intatti e vivi peggio di una mitragliatrice piena di colpi. Penso al caffè macchiato di oggi pomeriggio, alle tre bustine di zucchero che ho avuto il coraggio di buttarci dentro. Perché con due era amaro, ma con tre era troppo dolce.
E mica lo sapevo prima. Mica si sa prima di prendere delle mezze misure. E ho bevuto il caffè troppo dolce, ho sorriso al barista con la maglia arancione, fin troppo allegro.
L’ho bevuto piano, leccando via la schiuma dalle labbra, i pensieri impastati di energia dagli occhi.
Mi son detta:
“Hey now you’re bleeding for nothing, it’s hard to breathe when you’re standing on your own
We’ll kill ourselves to find freedom
You’ll kill yourself to find anything at all”

E forse hanno pure ragione gli Augustana, ma certi pomeriggi devi lasciarti un po’ prendere, tormentare dai pensieri. Devi dargli un po’ di spazio, prima di rinchiuderli in soffitta. Altrimenti ti cadono addosso quando tu nemmeno sapevi di averli.
Ti abbraccio e i miei capelli si aggrovigliano sulle tue spalle. Ci mischiamo le anime. Ci mischiamo le ansie che non ci diciamo. Ti regalo la mia confusione e nemmeno lo sai.
Il caffè è finito. I pensieri quasi.
Torno a casa e sulla strada penso alla canzone di KT Tunstall “You’re the other side of the world to me”.
Sì, ma io da che lato del mondo sto?

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Non è la Mulino Bianco.

Mess

 

La mia vita, come molte altre suppongo, non assomiglia nemmeno un po’ a quella delle pubblicità. Anzi, forse un po’ si. Per certi aspetti potrei paragonarla a quelle situazioni imbarazzanti che ci propinano alla tv, quelle situazioni che verranno prontamente risolte dal prodotto pubblicizzato in questione. Ecco, un po’ così.

Io non mi sveglio nemmeno con i cannoni, figuriamoci con le Gocciole. Al mattino ho ancora gli occhi e i pensieri incollati e l’ultima cosa che voglio è lasciare il piumone o, dati i tempi, il condizionatore. La positività arriva dopo, dopo il caffè, forse. E a colazione nessuno di noi è sorridente e pieno di grinta e di vita. Siamo tutti scontrosi, vogliosi di cibo, ma troppo pigri per prepararcelo, e così finiamo per prenderci una cosa al volo, mentre corriamo perché se no perdo il treno, o perdo una qualsiasi coincidenza. E una volta svegliata non va mica sempre meglio. Non arrivo mai a destinazione nelle stesse condizioni in cui sono scesa di casa. Non lo dovete mai pensare. I miei capelli vivono di vita propria, così come il trucco. E se il treno che deve portarmi all’università può fare tardi, state certi che lo farà. E poi… avete presente quando non ci vedete più dalla fame? Ecco, la Fiesta è l’ultima cosa a cui penso. E se sono triste non mi passa con la mozzarella Santa Lucia, nemmeno se la prepari in maniera sfiziosa. E se mi metto questo o quel rossetto non sembro la modella della pubblicità. E se corro di brutto dopo non penso “Oh cielo, per fortuna ho messo Dove, sono a posto”. No.

Ma, in fondo, è così bello. Certe cose fanno ridere dopo, anzi altre non fanno ridere proprio, ma mi piace correre da un posto all’altro, inciampare in gente buffa, leggere come se i libri fossero la mia seconda casa, mangiare come se ogni cibo fosse un piatto che non mangerò mai più nella vita, vedere film, arrabbiarmi, ridere finché mi fanno male i muscoli del viso. Insomma, la mia giungla mi piace.

Sì, anche se non ci sono le Gocciole.

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