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Tre caffè.

tre caffè

Ieri sono arrivata alla conclusione che non importa dove ci troviamo, tutto si riduce alle cose semplici della vita. In questo caso tutto si riduce a tre caffè e tre ragazze che srotolano paure e storie nella caffetteria di fianco all’università. E mentre fuori fa buio dentro c’è un po’ più di luce.
Due italiane e una montenegrina. Se è vero che la felicità si può considerare tale solo se condivisa, lo stesso senso di sollievo è applicabile anche alle paure quotidiane. Agli scheletri nell’armadio. A tutti i “se” e tutti “ma” dell’universo.
Sono bastati tre caffè per sciogliere le paure, per ridere di noi stesse, per sentire nostalgia e mancanza di casa, per drammatizzare storie per poi sdrammatizzarne il doppio.
Tre caffè e una musica jazz di sottofondo. I sentimenti sono universali, e anche la voglia di prendere le nostre vite e farne una cosa bella, un unico, esteso atto di bellezza.
Uno di quegli atti intrepidi, coraggiosi, sentimentali, dolorosi, con violini di sottofondo, rumore degli aerei che decollano, rumore di risate soffocate e poi esplose.
Rumore di baci che si attaccano alla pelle, si perdono nei capelli e sulle ciglia.
Forse è solo questo che ci affanniamo a raggiungere.
E i tre caffè ci hanno fatto parlare come fossero vino.
E alla fine della sbornia era già buio fuori. Il petto più leggero, gli auricolari già nelle orecchie, i progetti già scritti a metà nella testa.

Anche le matasse più confuse si riducono alle cose semplici.

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Fermo immagine.

breakfast

Fermo immagine. È sabato mattina, sono nel sud del Portogallo, in un posto abitato da pescatori e gente umile. Gente semplice, che sa tutto della vita, tutto quello che davvero bisogna sapere. Gente di mare, con le rughe sul viso, i calli sulle mani, che ha visto turisti andare e venire, pezzi di cuore andare lontano, partire verso la città, mentre il loro dolore e la loro nostalgia restavano. È sabato mattina e sento che sono nel posto giusto, al momento giusto. Sono le dieci e mezzo e condivido un tavolo pieno di ogni sorta di ben di Dio con sei persone e due bambini. La casa ha le pareti bianche, l’erba finta che abbraccia i bordi della casa, una piscina gonfiabile sul retro, e la musica arriva dolce dal salotto.
Gregory Porter racconta le sue storie, le canta all’altoparlante dello stereo, mentre spalmo la marmellata sulla mia fetta di brioche.
Il mondo è in pace.
Parliamo di Parigi, del Jazz, della Germania, della neve, del Natale. Delle sorprese. Di “quella volta in cui…”. Guardo il bambino giocare, i capelli biondi, così biondi da fare invidia agli angeli. E magari gli angeli non sono biondi, magari non hanno nemmeno capelli, ma i suoi sono dorati, come io immagino gli angeli.
Ha la pelle chiara, e salta, e gioca, e parla, e canta, e stringe la mano della sorellina. Ed è felice. E il mondo è in pace. La sorellina ha i capelli rossi, il naso all’insù e gli occhi come lapislazzuli chiari, ma più profondi, più quieti. Due oasi piene di misteri già risolti. Ed il mondo è in pace. Ha un bel pancino, come tutti i bambini paffuti, e sorride come se non conoscesse altra azione, come se tutto il mondo fosse fatto per vederla sorridere.
Prendo un pezzo di pane caldo, morbido, la mollica è soffice, e io penso ai panettieri del mondo. A quell’odore di vita, di storia, di buono che si portano attaccatto alla reputazione.
E il mondo è così in pace che esco fuori a prendere il sole.
Gregory continua a cantare. Ognuno continua a parlare.
È un giorno come un altro, un Sud come un altro, un punto nel mondo come un altro, ma qui ed ora, il mondo è del colore della pace.

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Vi porto a… mangiare choco frito!

kayak

Ci sono fine settimana in cui tutto quello che ho bisogno di fare è restare a letto a sentire i miei muscoli oziare mentre mi crogiolo nel più sacrosanto dolce far niente. In quei tre giorni mi riservo la possibilità di essere una completa ameba senza sentirmi minimamente in colpa. Ma, per fortuna, sento anche il bisogno di fare qualcosa di diverso. In questo caso una di quelle cose che mentre la fai dici a te stesso “mai più”, ma poi quando completi la grande missione ti senti rinato (molto metaforicamente parlando, il tuo corpo in realtà vuole solo tornare a fare l’ameba).
Per farvela breve, ieri sono andata a fare kayak a Setubal, per la prima volta nella mia vita. Nessuno ti dice che ci vuole un training apposta per l’occasione, e così tu, come me, inizi pieno di fiducia e speranza la traversata di 3 kilometri e mezzo che ti separa dall’altra riva del fiume. Il vento nei capelli, il sole sulle gambe ancora chiare, le mani strette intorno a quel remo. Tutto pronto. Si parte.
Prendere il ritmo richiede un po’ di tempo, almeno se il vostro livello di partenza è zero come il mio. A metà strada vi sembrerà già di aver attraversato l’Oceano Atlantico e avrete un forte desiderio di lanciarvi dal kayak e raggiungere a nuoto, magari anche solo galleggiando, l’altra riva. Ma questo non è possibile, nel caso ve lo stiate chiedendo, e la vostra guida non ve lo permetterà. Ad un certo punto, ingenuamente, chiederete come si chiama la città sull’altra sponda. “Troia”. “Sorry?!” “Troia”. Sì, la città si chiama Troia e altre quindici persone che remano al tuo fianco gridano emozionate “Estamos quase à Troia!”
Ridere mentre si cerca di remare non è una buona idea.
Finalmente terra, sabbia, insomma un luogo in cui non si deve più remare. La sabbia chiara, il sole non troppo prepotente, una palla e quattro chiacchiere in un mix di lingue.
“Avete mezz’ora, poi si torna indietro”.
Ok, mi dico, mezz’ora per lasciar riposare le braccia. Non può essere così difficile il ritorno. E mentre questo pensiero nasce timido nella mia mente, un vento si alza ed increspa le onde del fiume. E così i nemici diventano due: le onde da combattere e il tuo corpo che vuole abbandonare la corsa già dopo venti minuti. Ed è stato in quel momento che ho pensato a me stessa come all’ultima sopravvissuta nel mezzo di una tempesta. L’unico modo per salvarmi è remare, portarsi a riva. Lo so, è stupido, ma la mia mente aveva bisogno di stimoli surreali.
Scorgo le prime persone a riva, vedo la sabbia, le case. Ci siamo. Mi trascino fuori dal kayak e mi lancio sotto la prima doccia mentre commento con gli altri le nostre più o meno scarse doti.
E che si fa ora?
Ma naturalmente si va a mangiare. E cosa mangi a Setubal? Semplice: choco frito. In due parole, seppie impanate e fritte da mangiare con qualche goccia di limone e patate fritte. Ma non pensate alle nostre seppie, piccole, carine, quelle con cui condiamo anche la pasta. No, questo choco è enorme e, di conseguenza, ogni pezzo è bello consistente e, secondo il mio gusto, saporito. Da quanto ho capito mangiare choco frito a Setubal è un must. Se non lo fai non sei nessuno e il tuo viaggio fin lì è stato inutile. Questo spiega perché la cameriera, appena ci vede seduti domanda:”Quindi choco frito per tutti?”
Come se qualche pazzo potesse ordinare qualcosa di diverso. E tu di certo non vuoi essere quel pazzo.
E l’ambiente è così alla mano: un tavolo enorme ricavato al momento unendo tanti tavolini, tovaglia di carta a quadretti bianchi e rossi, cameriere con la spilla “I love choco frito”, e sedici tra ragazzi e ragazze con i capelli umidi, un asciugamano addosso e le braccia stanche.
Lo consiglio? Decisamente sì. Tutto, il sudore, i muscoli che si ribellano, gli stimoli surreali, la contentezza di essere andati a Troia, il cibo, le conversazioni con perfetti sconosciuti.

Ed ora che siete venuti con me a mangiare choco frito, dove ce ne andiamo?

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Vino bianco e ciglia finte.

wine

Farsi degli amici è difficile, avere dei conoscenti è molto semplice. E per scoprire a che punto sei con una persona devi lasciarti un po’ andare. E così venerdì sera sono stata invitata a cena da una collega: chioma bruna, minuta, gusto impeccabile nel vestire. E ci siamo trovate così, per caso, dalla cucina incolore dell’ufficio al delicato soggiorno di casa sua, a raccontarci pezzi di vita tradotti un po’ in inglese, un po’ in portoghese. Ad insegnarci espressioni intraducibili, a fare congetture su cose, persone, intenzioni. Chi ha il cuore rotto non può fare a meno di analizzare, di pensare, di rimuginare. E alla fine di ogni frase ripete a sé stesso che bisogna andare avanti. Come a ricordarsi che il capitolo va chiuso, andrebbe chiuso, ma non quel giorno. E uno magari si immagina che le confidenze avvengano in un momento speciale, come se qualcosa dovesse sancire i momenti speciali, come se ci fossero delle regole non dette, ma che tutti conoscono.

E, invece, venerdì le confessioni sono arrivate mentre pasticciavamo con ciglia finte e rossetto, mentre sorseggiavamo vino bianco pensando al passato e al futuro pur restando nel presente. Forse è così che si diventa amici, mostrando all’altro le ferite, aspettando il sollievo momentaneo. Forse non esistono i momenti perfetti, esistono solo i momenti. E sta a noi renderli degni di nota, anche se succede mentre ti colori la faccia.

Un’altra storia che mi porto sulle spalle, leggera. Un’altra storia che mi hanno affidato. Lisbona mi regala momenti, persone, io le regalo un paio di orecchie. E ora vediamo cosa succede.

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Due uova, quattro cucchiai di farina e due di zucchero.

teacrepes

Finalmente oggi ho sentito l’autunno per la prima volta. Le temperature si sono abbassate e la mia voglia di fare la donnina di casa si è alzata. E cosa fa una brava massaia in questi casi?
Ovviamente prepara crêpes con impasto al cioccolato guarnite di Nutella da accompagnare con un tè ai frutti rossi.
Lo so, lo so, mio marito sarà grasso e felice. La cucina era illuminata da un sole prezioso, mai prepotente, e il cielo aveva un non so che di particolarmente cristallino.
Mischiavo farina, uova, zucchero e cacao amaro mentre parlavo con mamma del futuro. E giravo le crêpes in padella pensando a dove sarò tra qualche mese. La domanda è “ma si sa dove sarò?”
E attualmente nessuno ha una risposta.
Una mia amica ha fatto un paragone bellissimo: mi ha detto che fino ad ora ho guidato un treno, andavo veloce, ma i binari guidavano il sentiero, erano due linee guida belle nette; oggi invece guido un aereo, sono soggetta a turbolenze, non vedo binari, ma sto prendendo quota per andare più lontano.
E forse l’incertezza è la parte più bella di ogni sogno che prende forma. Qualcosa arriverà prima o poi, nel frattempo faccio dolci e dolcetti, vi scrivo e vi leggo. Mi raccontate di come i vostri aerei hanno preso quota o lo stanno facendo o lo faranno? Mi raccontate di come state plasmando i vostri sogni?
Mando una crêpe a tutti voi.

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Granita al melone.

granitaallimone

Un pomeriggio d’estate un ragazzo e due ragazze si riuniscono in un caffè della città. Tre granite al melone.
Parlano come chi sa che sta per perdere l’uso della parola e decide di approfittare di ogni singola parola rimasta. Parlano e si sorridono, si lanciano sguardi affini, testimoni di esperienze passate. Conoscono la luce dei loro occhi così bene che sembra tutto così naturale, ogni parola, persino ogni paura.
Ed è tutto fuori dalla città, fuori dal tempo. I loro racconti sono sospesi da qualche parte tra l’Irlanda, il Belgio e chissà dove.
Le granite sono finite, ma la compagnia non lascia il liscio tavolo di legno che traballa sotto il peso dei gomiti che si poggiano sulla superficie.
Il cielo è azzurro, le nuvole bianche scorrono lente e non esiste più niente, come se quell’attimo dovesse allungarsi e prolungarsi, senza mai diventare futuro.
Alcuni pomeriggi vanno così, l’essenziale consuma la durata, gli attimi si rincorrono frenetici e lasciano uno strano senso di nostalgia, una sorta di malinconia edulcorata.
“In bocca al lupo, Claudio”. E i ragazzi si abbracciano, si scambiano auguri, benedizioni, incoraggiamenti che si concretizzano solo a mezz’aria, quando iniziano a crederci un po’ tutti.
Inizia a soffiare un po’ di vento. Chissà da dove viene, chissà dove se ne va.

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Ci vediamo al solito posto.

girls

“Sto arrivando” digito velocemente sullo schermo del mio cellulare. L’appuntamento è per le dieci davanti al solito fioraio. La vedo camminare verso di me, un visino dolce e un sorriso che mi scalda già da lontano. Ci abbracciamo e facciamo un rapido calcolo del tempo trascorso dall’ultima volta che ci siamo viste, circa un mese e mezzo prima. Ci rimproveriamo, abbracciandoci e dandoci delle piccole spinte.
Il nostro bar ci aspetta, anche se i cornetti al cioccolato bianco sono finiti. Sorseggio il cappuccino mentre la ascolto parlare, mentre progettiamo insieme.
Condividiamo dall’ultimo libro letto al futuro più lontano possibile.
Camminiamo vicine, il passo quasi simile che ci porta in giro a disperdere ricordi e chiacchiere come fossero bolle di sapone che in fretta si dirigono verso il cielo.
E mi sento leggera, come se in quel momento tutta la vita fosse piena e al posto giusto. E ridiamo anche delle situazioni meno felici, ridiamo anche per le volte in cui abbiamo sofferto. E la città non sembra più una piccola pozzanghera dove la gente rimane impantanata nelle abitudini di sempre, la luce sembra persino nuova.
E le sorrido. E mi sorride. Creiamo e distruggiamo distanze in pochissimi minuti, conscie del fatto che esistono sempre aerei e treni per chi vuole vedersi.
Ed è confortante avere sempre un solito posto, una solita colazione, un solito appuntamento. Ecco, in queste abitudini mi ci impantanerei volentieri, perché più che impantanarsi in una pozzanghera fangosa è come immergersi in un bagno caldo.

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