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Cough Syrup.

picnic

C’è questa canzone dei Young the Giant “Cough Syrup” che mi è entrata in testa e la canticchio e la fischietto da stamattina, forse perché ho una tosse tremenda e il mio subconscio sente una certa affinità con il titolo.
Ieri ho scoperto di essere molto competitiva e di amare alla follia il gioco di Taboo. Per chi non lo conoscesse bisogna far capire alla propria squadra una determinata parola senza usare altre parole elencate nella stessa tessera. Non si può imitare la parola misteriosa e c’è un certo limite di tempo. Ho inventato gli esempi più assurdi, fatto collegamenti più impensabili per far capire parole come “silenziatore”, o la parola “beauty case” senza poter nominare le parole “cosmetici”, “donne” e “prodotti”. I componenti della mia squadra hanno affermato che ero molto esaltata durante la competizione, io ricordo solo i granelli della clessidra scendere veloci e io che gesticolavo come una forsennata.
Insomma, anche se il gioco fosse stato odiato, ho fatto divertire un po’ di gente con il mio spettacolino. La vita è bella anche per questo, perché ti perdi in un gioco, perché ti sdrai su una panchina in un prato e senti il sole sciogliere le tue paure, perché la tua migliore amica si arrabbia se non metti la felpa visto che tossisci già da un po’, perché quando mettono i dolci a tavola tutti ti guardano, immaginando già la tua faccia.
E mi piace avere delle cose a cui tutti mi accomunano: i dolci, ad esempio, o i fiori, o l’azzurro, il mio colore preferito. O i libri. Mi piace che la gente che mi conosce mi pensi quando si imbatte in oggetti di questa natura.
Viviamo molto di più nei dettagli che nei ricordi veri e propri, perché i dettagli si rigenerano, si ripetono, si rigenerano. Forse è per questo che faccio caso alle cose piccole, insignificanti, storte, al modo in cui qualcuno si tocca i capelli, ai nei, all’incavo tra il collo e la spalla, a come si gesticola, come si racconta, ai tic, alle imperfezioni.
Sono le cose belle, quelle che ci riportano ad altri luoghi, altre vite, altre persone.

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“Chi è la sposa?”

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Ebbene sì, una delle mie più care amiche si sposa tra un anno. Ho sempre immaginato i matrimoni come qualcosa di lontano, delle belle feste a cui partecipare, un paio di tacchi da indossare, una bella sposa da ammirare, tanti fiori e qualche sogno che si perde nel tempo. Invece il matrimonio ti entra in casa in un mercoledì mattina, quando ti ritrovi una riccia esplosiva con un sorriso da incorniciare che ti annuncia la data delle sue nozze, nel maggio del 2015. Allora il matrimonio diventa un avvenimento straordinario che sancisce un’assenza, una crescita, e migliaia di sogni che senti anche un po’ tuoi, perché li pronunciano una bocca e un paio d’occhi con cui hai condiviso una vita. Ti entrano in casa il conto alla rovescia, i modelli dell’abito, il trucco, gli appartamenti, le sale dei ristoranti, i fiori, i colori, il fotografo, i confetti.
Poi, negli attimi di quiete, ti entra in casa quella che sarà la mancanza. “E se la vita separerà le nostre strade?” mi dice. Le rispondo che la vita le dividerà materialmente, geograficamente, ma non può cambiare cose che si ha l’intenzione di far durare. E non parlo di visioni adolescenziali dell’amore, anche se ho attraversato quella fase, ma ho avuto la mia dose di cuori infranti. Ho imparato che certi per sempre esisteranno comunque, a volte abbiamo solo bisogno di riadattarne il senso, cucirli su misura alla nostra vita. Lei è uno dei miei per sempre e quel giorno avrà la mia benedizione, ovunque la vita la porterà, ovunque l’Amore e i fiori d’arancio la prenderanno per mano.
Il fotografo ci guarda, ci chiede chi è la sposa, io guardo nella sua direzione e le sorrido, immaginando il confronto con quell’appellativo. E migliaia di foto sono davanti a noi, centinaia di volti felici, corpi fasciati di bianco, riso sospeso nell’aria, fedi che brillano prepotenti al dito. Migliaia di promesse digitali.
La osservo mentre discute dei dettagli e mi sento una mamma, sento una strana consapevolezza addosso.
La guardo e immagino la lunga camminata verso l’altare. I nostri sguardi che si incrociano. Il mio sorriso che si fa più largo quando sto per piangere.
Il matrimonio ti piomba in casa dettaglio dopo dettaglio. E io le regalo un sorriso per ogni riccio.
A certe promesse ci credo ancora. E spero che lo faccia anche lei, questo è il mio augurio.

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Raccontami una storia.

magic

Più leggo i vostri blog più mi rendo conto di quanto possa essere straordinaria la vita. Insomma, leggere scorci delle vostre vite, riflessioni, pezzetti di ricordi, di esperienze quotidiane…
Sia benedetto WordPress.
Ho riso leggendo qualche post, mi sono emozionata leggendone qualche altro, mi sono sentita profondamente capita leggendone un altro ancora. Altre volte avrei voluto saltare nello schermo e abbracciare chi aveva scritto altre parole. Questo post si chiama “Raccontami una storia” perché mi piacerebbe conoscervi un po’.
Raccontatemi un po’ di voi: la vostra canzone preferita, il vostro libro preferito, il ricordo più bello, la cosa che usate più spesso ultimamente, la vostra paura più grande.
Il vostro sogno più grande.
Insomma non importa cosa, ma raccontatemi un po’ di ciò che siete.
Raccontatemi una storia.

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