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Cronache lisbonesi.

cronachelisbonesi

Oggi sono esattamente trentaquattro giorni che mi trovo a Lisbona. Da qualche parte ho letto che ci vogliono quaranta giorni prima che un’azione ripetuta diventi un’abitudine. Per ora ho stabilito la mia routine e dopo i primi disastri iniziali ho iniziato finalmente a sentirmi a casa.
Mi ci sono volute delle candele profumate da mettere in camera insieme ad una lanterna in ferro battuto, una stufa, delle coperte nuove, una polaroid e un catalogo intero da sfogliare e risfogliare per decidere come arredare la mia stanza. Eravamo due sconosciute, io e la stanza. Ci siamo guardate in cagnesco per un po’, ma ora stiamo entrambe collaborando. E ogni giorno ha un pezzo in più di me, e non solo i miei vestiti.
Casa mia è in un viale alberato e c’è un momento della giornata, intorno alle cinque, quando il cielo è ancora azzurro, ma si vedono già le prime ombre, ecco in quel momento si stagliano i contorni dei rami contro il cielo. Sono così definiti, fieri, orgogliosi di stare là, nudi e scuri. In rari momenti di bellezza il sole punge i rami e crea un gioco d’ombre con le foglie rosse. In quel momento Lisbona è casa mia.
In quel momento camera mia è mia. In quel momento ce la posso fare.
In quel momento sono un pezzo di Portogallo.
E in questo pezzo di Portogallo ho dei nuovi amici. Strano a dirsi, ma una delle persone con cui ho stretto di più ha cinquant’anni. Si chiama Pedro (come la metà dei portoghesi), ed è così taciturno che all’inizio pensavo di non piacergli.
Poi abbiamo iniziato a chiacchierare, prima osservandoci da lontano, quasi come a capire se l’altro fosse innocuo o meno. Finché un giorno mi ha presa sotto la sua ala protettrice e ha iniziato a raccontarmi la storia della sua vita attraverso Google Maps. Ogni posto un ricordo, ogni ricordo una storia, ogni storia una lingua diversa.
Pedro parla tra i denti, non articola troppo le parole, credo sia perché non è abituato a parlare. L’ho osservato per un po’, se ne sta nel suo angolino e tutti pensano che non ami la compagnia.
Ah, quanto si sbagliano.
E così io e Pedro siamo nello stesso angolo, ci sono entrata anche io per fargli vedere com’è andare fuori.
Lui mi parla di Lisbona, delle cose che devo mangiare, vedere, vivere. Io gli parlo dell’Italia, di questo o quel disguido con la commessa, della mia coinquilina.
Stiamo uscendo dal guscio, in maniera diversa.

E Lisbona è questo: alberi, colori, foglie, un adulto con la sua storia, un negozio di libri dove scappare in pausa pranzo. Sto uscendo dal guscio, Lisbona. Come il tuo sole quando passa tra le foglie.

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La primavera dell’autunno.

autumn

Ogni stagione ha la sua nascita, anche se è comune pensare che la primavera sia la regina delle nascite. In effetti la primavera colpisce i sensi con i suoi boccioli e il suo timido e inesorabile rigoglio, ma ultimamente sto sviluppando un’affinità per l’autunno. Ho una lista di cose che amo di questa stagione:
– il rumore delle foglie secche quando il vento le muove o quando vengono calpestate
– l’odore della pioggia sulla terra bagnata
– le sciarpe
– il giallo che si perde nell’arancione che a sua volta si smarrisce nel rosso
– il fatto che per la prima volta, in autunno, non ho un piano
– comprare il tè in un posto bellissimo con tante giare tutte verdi. Ogni tè ha la sua etichetta, e puoi odorare tutti quelli che vuoi, perderti negli aromi e nelle tazzine di porcellana e solo dopo scegliere tu la quantità e il tipo che preferisci. Attualmente il mio preferito si chiama Elizabeth.
– il calore di casa

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october

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Autunno.

Avrei voluto scegliere un titolo più particolare, ma niente eguaglia il suono di questa parola: autunno. Il solo pronunciarla mi ricorda di foglie rosse, arancioni e gialle sparse in un grande tappeto mobile per le strade della città. Mi sono sempre identificata con questa stagione, nonostante sia nata in primavera. E proprio ieri, mentre passeggiavo con Giulia, pensavo alle meraviglie di questa stagione. Ogni mese ha la sua bellezza, è vero, ma ad alcune stagioni saprei rinunciare, a questa no. Sono nata per riempirmi gli occhi dei colori degli ombrelli che si aprono alle prime piogge, per sentire il leggero pizzicore della lana delle sciarpe sul collo, per odorare il terreno dopo una lunga pioggia. Sono fatta a misura dei piccoli piaceri dell’autunno: le tazze bollenti di tè, il freddo presente ma non prepotente, l’atmosfera dell’attesa. L’attesa del Natale, dell’inverno, della neve, delle vacanze. L’autunno è il grande sabato del villaggio in cui si pregusta ciò che sarà, si immaginano le tavolate in famiglia piene di cibo e dolci di tutti i tipi, quelle in cui ti riprometti sempre di mangiare di meno, quelle che ti aprono il cuore e ti fanno fare propositi per il nuovo anno. Credo di amare quest’attesa perché posso caricarla a modo mio, saturarla di sogni fino a farla scoppiare.
L’unica cosa che ho da aggiungere è una canzone che descrive perfettamente il senso di questo post: “La pluie- Zaz”.
Vi lascio qualche foto scattata in giro da Giulia per le strade della mia città.

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Momento libri, parte terza.

Il profumo

Sto per parlarvi di un libro che è arrivato a me per caso. Grazie alla santa signora del quarto piano che me ne ha parlato estasiata.
“Il profumo delle foglie di limone” di Clara Sànchez è un libro che non ti aspetti. Dal titolo già immaginavo scenari idilliaci e amori giovanili. E invece no, mi ritrovo a leggere di un covo di ex nazisti, di una ragazza incinta e di un vecchietto con una missione. Il linguaggio è semplice, ma ad effetto e la narrazione è così coinvolgente che non potevo fare a meno di leggere, anche se avevo altre cose da fare, o stava bruciando qualcosa sul fuoco, o morivo dal sonno. Insomma, maneggiatelo con cura. Come al solito in Italia arriviamo in ritardo. Da noi è arrivato nel 2011, mentre in Spagna era un caso letterario già dal 2010.
La cosa più affascinante, per me, è stata leggerlo sapendo che quei nazisti erano realmente esistiti e continuano ad esistere nascosti chissà dove. Un ritorno al passato, ma non troppo. Un libro che insegna ad osservare, a carpire gli sguardi, ad avere sospetti, a fare ipotesi.
Non entro nei dettagli della storia perché credo che leggerlo “al buio” sia meglio. Sicuramente lo consiglio. E sicuramente sarà intenso anche per chi di voi deciderà di leggerlo. Tutto d’un fiato. Con gli occhi sbarrati. Le dita pronte ad andare alla pagina successiva.
Un’avventura che vi farà dimenticare che non siete voi i protagonisti. O forse sì.

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