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Quelli della long run, gli eroi.

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Cambiare paese, abitudini, orari e amici ha cambiato tante prospettive, tanti piccoli, invisibili modi di approcciare le cose, o le persone. Una delle cose che è cambiate è la mia percezione dell’eroico. Forse un anno fa avrei definito eroico qualcosa di estremo, insolito, qualcosa che includesse del pericolo, del rischio, magari anche qualche scontro.
Poi ho iniziato a lavorare qui e ho conosciuto quest’uomo. Quarantuno anni, moro, in perfetto stile portoghese e con due figlie splendide. Lo chiamo “o lobo”, il lupo, perché è sempre lì a scannerizzare ai raggi X qualche donna, sempre lì ad esprimere qualche apprezzamento, a gonfiare la voce come i sex symbol di Hollywood, a a parlare di quando era un giornalista, di quando scriveva del Tour de France, di quando ha intervistato la mamma di Ronaldo.
Una di quelle persone invincibili.
Poi un giorno la serratura che separava il lobo di Hollywood dal papà di famiglia ha ceduto un po’ e mi ha lasciata scivolare nel mezzo, seduta ad ascoltare le sue storie. Storie di dolore, di separazione, di sacrifici, di sveglie impostate troppo presto, di bambine da tirare dal letto, di bambine da far divertire anche quando senti il peso di millenni sulle spalle.
Storie di carriere interrotte, cambiamenti rumorosi, dolori palpabili che ti mettono al tappeto.
E dopo alcune di queste storie, io so che è invincibile. Ce l’ha scritto nei tatuaggi, nel modo di camminare, nel modo di sorridere, nel modo in cui mi indica la foto delle bambine.
È invincibile quando fa il super papà e la super mamma allo stesso tempo. Lava, cucina e stira. Pettina due principesse, le guarda crescere con goia e un pizzico di nostalgia che già cresce amaro. E forse non saprà fare le trecce, ma sa fare Superman.

Forse quello che ci sfugge, la vera essenza delle cose è tutta qui, nella semplicità. Gli eroi si vedono “on the long run”, come dicono gli inglesi. Li vedi nel futuro, li riconosci dagli sforzi prolungati, dalle parole spese in favore di qualcun altro. Non avranno il mantello di Superman, ma avranno sempre un sorriso in tasca e una ninna nanna pronta.

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Specchi e finestrini.

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Non capisco perché debba già esistere vita alle sei del mattino, quando le lenzuola sono calde e profumano di pelle e la nebbia abbraccia alberi e case allo stesso modo. Il treno diventa un giocattolaio magico che mi porta in giro, serpeggiando tra campagna e città mentre i pensieri si addormentano, esausti. E siamo improvvisamente tutti figli dello stesso sonno, della stessa sveglia e dello stesso sacrificio che ci apre le palpebre. Tanti sguardi più o meno vigili che rincorrono luci sfuggenti fuori dal finestrino. Il sole si alza, si infuoca e si dà forza mentre con le dita cerco il mio mp3 per cambiare canzone. Ho voglia di starmene lì, cullata da movimenti regolari e da rotaie di ferro ancora più regolari. Ho voglia di sapere a cosa stia pensando quell’uomo di fronte a me.
Appoggio la testa al finestrino e vedo il mio riflesso, insieme a quello di una donna seduta poco più avanti di me. Guardiamo entrambe i nostri riflessi e ci sorridiamo. Chiudo per un momento gli occhi e inspiro l’aria calda del treno. Sono contenta sia iniziata un’altra giornata, come ho scritto sull’agendina che porto sempre con me.
Una voce femminile annuncia che la corsa del treno è finita.
Un unico scatto automatico e le porte si aprono, portandomi lontana da riflessi, rotaie e finestrini.
I mezzi rumori addormentati lasciano posto a voci prepotenti e allegre che si ripetono in stralci infiniti di conversazioni.
Che lo spettacolo abbia inizio.

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