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Sto nuotando.

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Tra un mese esatto sarà un anno, un anno da quando ho messo vestiti, paure, speranze e una buona dose di incoscienza nella valigia e sono partita con un biglietto di sola andata.
Oggi piove e Lisbona è tutta vestita di grigio, è una pioggia testarda e costante ma senza rumore, senza tuoni, nè lampi. Anche la furia del cielo non è invadente, aspetta paziente che guardi alla finestra per accorgermi che lei c’è, che preferisce che io sia in casa, sotto le coperte, con un computer in grembo a scrivervi delle mie paure e dei sogni nel cassetto. Un cassetto che continuo ad aprire e a chiudere.
Oggi mi sento un po’ come a Capodanno, con la stessa nostalgia e voglia di fare, lo stesso cocktail micidiale che ci fa fare la lista dei buoni propositi e ci fa automaticamente redigere un resoconto di tutto ciò che è successo durante l’anno che sta per andarsene.
Il 25 novembre 2014 una ragazzina è atterrata all’aeroporto di Lisbona, pochissime certezze e quintali di interrogativi sulle spalle. L’eccitazione faceva spesso posto a delle lacrime timide che non avevano il coraggio di lasciare il posto dove nascono. Il posto dove nascono le lacrime. Chissà com’è, chissà dov’è, e non parlo del posto biologico. Me lo sono chiesta tante volte mentre ho socchiuso gli occhi pensando di non farcela.
Ho avuto e continuo ad avere alti e bassi completamente estremi. Nella stessa giornata potrei danzare libera su uno dei Miradouro con vista mozzafiato di Lisbona per poi tornare a letto e lasciarmi cullare da una tristezza viscerale.
Ho lasciato a casa l’equilibrio emotivo ed ora me ne vado in giro così, molto più vulnerabile, molto più sicura.
Continuo a non avere certezze, continuo a chiedermi se ce la farò, se riuscirò a mantenere la testa fuori dall’acqua. Continuo ad amare ciò che faccio e questo posto per poi sentire una fitta allo stomaco quando leggo delle insegne di ristoranti che si spacciano per italiani.
Continuo a non sapere la strada ma, a differenza di un anno fa, ora so che la strada la stanno facendo le mie scarpe. La sto percorrendo solo io.
E i miei quaderni pieni di appunti, fotocopie, frasi che risaltano qua e là, libri che implorano di essere letti sono tutti lì. E la sveglia suonerà presto, troppo presto. E avrò sonno presto, e anche domani mi stupirò di avercela fatta, di aver superato un altro giorno, di essere arrivata in fondo a quello che mi spaventa.
E forse la differenza è tutta qui. Novembre 2014 e ottobre 2015, non smuovo più la superficie dell’acqua gelata con la punta dell’alluce.
Ora mi tuffo. E ogni bracciata costa un po’ di fatica. E ogni secondo i polmoni lavorano di più. I muscoli si ribellano. Ma sto nuotando.

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Push it to the limits.

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Ormai devo prendere atto di una mia disposizione d’animo, una condizione imprescindibile del mio essere, un’affermazione che mi piacerebbe smentire, ma puntualmente me la ritrovo tra i piedi, ci inciampo dentro e alla fine mi ritrovo ad accarezzarla e ad annuire, rassegnata:non mi piacciono le cose semplici.
E così mi sono iscritta all’Università qui a Lisbona. Senza pensare neanche per un attimo a lasciare il lavoro.
Semplicemente pensando che ventiquattro ore in una giornata sono sufficienti per lavorare, studiare, cucinare, pulire, vivere e rilassarsi.
E con questa convinzione che soffocava tutte le mie ansie, tutti quei pensieri uccisi prima che prendessero forma, ho iniziato a seguire le prime lezioni. Una dei pochi pesci fuor d’acqua in una classe in cui tutti si conoscono. L’unica ad arrancare, a cercare di capire chi, come, dove, quando.
Ma, come ho imparato, i miei più grandi amori hanno avuto inizi difficili, c’è sempre una grande confusione intorno alle cose che mi appassionano. Ci sono giorni passati a leggere dispense, appunti, a fare ricerche, a leggere libri in tempi strettissimi solo perché tutto il resto della classe già sa, già ha studiato, già, già, già.
E tu sei la voce fuori dal coro, quella che è arrivata tardi. Quella che poi si ritrova con le lacrime agli occhi nel silenzio delle lenzuola e del cuscino.
E passo sei giorni tra sveglie malvagie, impietose, sveglie che godono del loro suono sgradevole, e scadenze che accorciano i tempi, mi accorciano il respiro. Sabato mattina in un’aula. Noi ed un proiettore, gli occhiali inforcati sul naso e gli occhi ridotti a due fessure.
Pensa, pensa, pensa.
E non ho ancora capito come nuotare fluidamente, per ora cerco di galleggiare, di non bere troppa acqua salata. Cerco un posticino. Perché, proprio quando ne avevo trovato uno, ho deciso di lanciarmi nell’Oceano di nuovo.
Non conosco i miei limiti, pensavo il limite fosse già adattarsi ad una nuova vita, e invece ho scoperto che si può aggiungere dell’altro. Correre un po’ di più.
Se mai la mia vita avesse dei capitoli titolati questo si chiamerebbe sicuramente “Push it to the limits”.
Mi sento come quando da piccola saltavo la corda. Solo che il ritmo non è più nelle mie mani.

Ci sono due opzioni: una rovinosa caduta o un’indipendente, fiera, maestosa, impavida vittoria.
Testa o croce?

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La paura che.

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Ho attaccato un post-it sul computer che ho a lavoro. C’è scritto “do one thing everyday that scares you”.
L’ho scritto a caratteri cubitali e ben visibili in modo da localizzare il punto: fai ogni giorno qualcosa che ti spaventa. Il punto è la paura, e questa frase raccoglie l’aspetto fondamentale e sacrosanto della questione, ovvero ammettere che la paura fa parte del nostro quotidiano. È inutile fare gli eroi impavidi che non sentono paura e dolore, il punto qui è come utilizziamo la nostra paura. Prendi una cosa che ti fa sentire nervoso, che ti solleva e ti scaraventa lontano anni luce dalla tua comfort zone e falla. È così che ho iniziato ad accettare gli inviti di persone che conosco poco, quelli in cui ti ritrovi a cenare con venti persone e ne conosci a malapena tre. Questa cosa mi spaventava, finché non ho deciso di seguire il consiglio del post-it. Una piccola impresa di coraggio, una sola, una al giorno.
E alla fine della serata conoscevo un po’ tutti, sapevo a memoria i nomi dei loro animali domestici, le storie raccontate dai loro tatuaggi, il sapore del vino dolce e di chi lo ha scelto. Una sfida al giorno.
Una sfida diversa al giorno, perché dopo il primo passo di coraggio quello che era un terreno sconosciuto diventa di casa, e davanti a te altro terreno fertile, altro lavoro, altro coltivare e annaffiare.
Un mattone alla volta.
E così ho preso in mano il telefono e ho iniziato a chiamare per gli annunci di alcune stanze. E il mio portoghese è ancora imperfetto, ma chi non ci prova ha già perso.
Guardo il post-it e penso a quante cose perdo se almeno non ci provo. A quante cose potrebbero potenzialmente piacermi o potrei potenzialmente odiare. E avere un’opinione riguardo cose, profumi, luoghi, esperienze, cibi, persone è molto meglio che scrollare le spalle e immaginare un giudizio.
E se ti spaventa l’immensità del cambiamento, la profondità del mare, affronta la complessità uno strato alla volta, come quando spacchetti i regali e strappi via carte da regalo, nastrini, scatole e imballaggi. Uno strato alla volta, sapendo che il cuore di ogni situazione non è altro che l’ennesima cosa da scomporre in pezzettini.
E quando ti manca il fiato, realizza che essere sopraffatto dalle emozioni è il sintomo più reale della tua esistenza, più del tuo respiro.
Questa non è una guida di sopravvivenza, non saprei mai farla, ma è una regola salva-vita. Una regola anti-pantano: smuoverà le acque, e le emozioni seppellite, il sudore freddo, le mani che tremano.

Una cosa sola. Solo una, ogni giorno.

Potete partire da un post-it sul computer.

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Fusione e adozione.

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Mi era mancato studiare, prendere appunti, fare domande, ripetere a casa, fare esercizi. Pensavo fosse impossibile dire una cosa del genere, e invece è proprio quello che mi ritrovo a pensare mentre sono a lezione di portoghese. E mi sento una bambina mentre leggo tutte le insegne dei negozi per esercitare la pronuncia, o mentre faccio i compiti a casa e poi chiedo conferma ai miei colleghi. Questa è la parte migliore: tutti possono correggerti, consigliarti, migliorarti, non hai bisogno di aspettare la prossima lezione perché sei così dentro il contesto che il processo di fusione diventa automatico.
Come una lenta adozione in cui si mischiano le cellule del cibo, della musica, dei tramonti, dei suoni nasali della lingua, degli artisti di strada. Un’adozione che si porta dietro tanti sentimenti, spesso contrastanti, spesso spaventosi, ma che ti dà l’impressione di muoverti, di camminare sulle tue gambe, seppur traballanti, senza gattonare più.
Immagino il coraggio sia un po’ questo, guardare indietro e accorgerti di aver fatto un salto nel buio. Forse il coraggio si realizza dopo, quando l’adrenalina evapora e ti ritrovi capovolto, strapazzato, vivo.
Forse per far diventare casa un posto devi iniziare a pensarlo come casa. E forse la paura del cambiamento è la paura più bella da sconfiggere, ma anche la più furba, perché si presenta ogni giorno e ogni giorno ha bisogno di essere sconfitta.

Queste righe sono piene di forse, ma cosa sarebbe la vita se avessimo già tutte le risposte prima di salpare le àncore?

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Nel mondo reale.

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Tra due settimane esatte mi laureo. Ok, questa cosa mi riempie di gioia e bla bla bla. Però, però, però. Visto che le cose non sono andate come volevo per il futuro, ho deciso di prendermi un anno sabbatico, un anno in cui fare esperienza professionale, in cui vedere un po’ il mondo e in cui confrontarmi con quello che c’è al di fuori. E così eccomi qui, con una tazza di tè tra le mani, gli occhiali e gli occhi arrossati dalla prolungata esposizione allo schermo del computer. I tirocini all’estero non hanno più segreti per me e ormai mando più curriculum vitae e cover letter che messaggi ai miei amici. Il punto è che solo quando stai per uscire da un ambiente piacevole come quello universitario ti rendi conto della giungla che c’è fuori. Un po’ tutti vogliono esperienza, ma se studi non hai molto tempo per guadagnarla. E dopo cinquecento mail perdi il senso della realtà, a volte anche un po’ del sogno, e non ricordi nemmeno più cosa stai cercando. E così in sere come questa mi perdo un po’ tra scadenze e login, questionari e compilazioni di ogni genere. Ho il terrore di rimanere ferma e vedere la vita scorrermi davanti. Vorrei fosse un anno in cui affrontare i miei limiti, le cose per le quali non mi ritengo all’altezza. Un anno in cui dimostrare a me stessa che a volte i piani devono essere cambiati per far accadere cose belle.
A volte anche dolorose, ma utili.
E non lo so se tra qualche mese porterò caffè sulla scrivania di qualcuno o sarò ancora a casa mia. Non so più nulla, però ho in mente quel detto good things come to those who wait. E io aspetto in silenzio, o meglio in un frenetico silenzio composto dal picchiettare delle mie dita sulla tastiera. Ogni giorno un mattoncino, ogni giorno un po’. E voi? Anche voi vi siete lanciati nella giungla? Avete qualche istruzione?
Nel frattempo, che la perfetta cover letter sia con noi e che la casella mail esploda di buone notizie!

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Siamo stati fatti per essere coraggiosi.

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Mi piace l’idea che siamo stati fatti per essere coraggiosi. Non per piangerci addosso, non per tormentarci con i pensieri e le supposizioni sbagliate, non per rimanere a terra. Una delle definizioni della parola “coraggio” è:
Capacità di affrontare con forza d’animo situazioni pericolose, difficili, penose.
Ho pensato sempre al coraggio come quella forza quasi magica, quasi come un incantesimo proveniente direttamente dalla bacchetta di Harry Potter, ignorando che già decidere di alzarsi ogni giorno richiede coraggio.
Non arrabbiarsi spesso richiede coraggio, così come arrabbiarci. Lottare con i piccoli dolori quotidiani, con le scadenze, con la voglia di piangere e di sentirsi sconfitti. Questo è coraggio.
Ho deciso di essere coraggiosa quando ho voltato una pagina, ho iniziato a scriverne altre. Il coraggio è già nelle cose da nulla, così come lo è la paura.
E a vent’anni non posso parlare di coraggio a chi si sente sconfitto a cinquanta, me ne rendo conto. Ne devo passare tante, e chissà quanta amarezza dovrò provare.
Ma ora, lasciatemelo dire, a te che hai venti, trenta, cinquant’anni: anche tu, come me, sei stato fatto per essere coraggioso.

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