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Far splendere.

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Sono le 18:43 in questo angolo di mondo e dalla finestra lascio entrare uno spicchio di sole, di polvere, di luce, di rumori esterni. Acchiappo l’energia e la conservo per la settimana che sarà. E mi incanto a guardare la polvere che fluttua nell’aria, che si muove disinvolta ed elegante, eppure nessuno le ha mai insegnato a danzare. E penso che dovremmo imparare ad ispirarci a vicenda. Dovremmo avere cura di splendere e di far splendere. Perché tutti conosciamo fin troppo bene la prima parte della frase, ce la ricordiamo quando siamo al buio, quando brancoliamo perdendo il senso dell’orientamento, nell’attesa che le nostre dita sfiorino un interruttore.

Ma nessuno prende sul serio, nessuno si carica sulle spalle il senso della seconda parte della frase. Far splendere. Come fai splendere una persona se a malapena sai se stai emettendo una qualche luce? La fai splendere quando si illumina con quello che puoi dire o fare. A volte abbiamo il potere degli specchi, e non lo sappiamo.

Possiamo metterci lì, di fronte ad una persona, e ricordarle quello che ha perso nel buio. Essere il riflesso, quello con il sole. Ed è triste sapere che un potere così forte è sprecato, stropicciato, pestato e lasciato andare così. Ci piace di più il gossip spicciolo, ci fa sentire superiori, migliori, più in gamba. Ci soddisfa. Far splendere richiede più coraggio, più anima.

Un raggio di sole mi ha rubato una ciocca di capelli, e ne vedo il riflesso nello specchio. Ora è più chiara, e così i miei occhi, che assorbono la luce. E lui ancora non lo sa, ma mi sta mettendo di buonumore, mi sta facendo rivalutare quel riflesso nello specchio. Anche se sono metà in tuta e metà in piagiama, anche se ho un’opinione diversa di me stessa.

Oggi, domenica, è primavera. E io vi auguro di essere il raggio di sole che faccia splendere. Perché a brillare si finisce per illuminare.

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Mille spilli.

Mille spilli

Mille spilli nell’incavo tra l’anima e il corpo. Mille spilli sulla spugna delle emozioni di cui sono piena.
Sento troppo, leggo troppo, ascolto troppo. Sento troppi silenzi e ci leggo righe e righe di storie abbandonate, riciclate, bruciate, spezzate. Ascolto i miei pensieri mentre riduco gli occhi a due fessure e sento gli spilli entrare più in profondità.
E mentre loro entrano, sento i pensieri uscire, prendere forma, invadere lo spazio esterno per rimanermi attaccati addosso come il sudore quando c’è afa.
E per ogni sguardo che mi dice più di quello che dovrebbe sento una fitta di dolore, perché non so come aiutare, non so come prendere per mano. Troppi spilli sulla mia sensibilità che mi dà in pasto agli squali, che dà potere ad ognuno che mi incrocia di uccidermi un po’, di farmi sentire più in colpa, più piccola, più manchevole.

Troppi spilli, troppo fuoco, troppi aghi che continuano a penetrare.

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Profumo di pane.

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Prima di iniziare a leggere consiglio vivamente di ascoltare “Falling Slowly” di Glen Hansard e Marketa Irglova, tratta dal film Once. Vi prego spendete questi trenta secondi per cercarla e poi continuate a leggere. Grazie!

Ho vissuto con i miei nonni per circa dieci anni. Dieci anni fatti di prime volte: prime pappe, prime cadute, primi tuffi, prime ginocchia sbucciate, primi giorni di scuola, prime feste di compleanno, primi denti che cadono e ricrescono, prime interrogazioni, primi giocattoli. E non importa se ora viviamo in città diverse, non importa mai quando si è condivisa una fetta così importante di vita. Ci pensavo mentre ero affacciata al loro balcone, in questo tardo pomeriggio autunnale. La bellezza dell’affetto che si protrae negli anni, l’eternità di legami come questo mi lasciano sempre avvolta in una nuvoletta azzurrina di felicità. Non è euforia, quella è questione di un attimo, poi svanisce. Questo tipo di felicità è legato ad una certezza, e quindi non scolorisce mai.
Ci pensavo mentre l’aria si riempiva del profumo di pane sfornato dalla panetteria sotto casa. E gli odori si mischiavano ai cieli rosa e arancio, all’aria impregnata di un autunno ancora senza pioggia, al profumo della pastiera fatta in casa.
Qualcuno ha detto che sono complessa e io non so dargli torto. A volte ho certi gomitoli conficcati al centro del petto e faccio fatica a spiegarli a me stessa, figuriamoci a qualcun altro. Ma in quella casa, con quel cielo, quel profumo, sentivo di essere così semplice. Semplice da leggere, da capire. Semplice.
Non importa la vita, non importa il futuro, non importano più i luoghi. Certi posti saranno sempre casa. Certe persone saranno sempre i miei posti.

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Nostalgia, amica mia.

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Stasera non ho tanta fantasia, e quindi il titolo l’ho buttato così, senza pensarci troppo. Ascolto delle vecchie canzoni francesi mentre ho deciso di fare un gesto estremamente masochista poco fa: leggere tutte le mail, lettere, bigliettini, ogni cosa che mi ricordasse un amore passato. Non è stato un gesto intenzionale, o meglio l’intenzione di continuare ovviamente c’è stata, ma non quella di iniziare. Mi sono ritrovata nel vortice dei ricordi, e quando entri in un vortice sei trasportato, ti lasci fluttuare, poi prima o poi vai a sbattere contro qualcosa e ti maledici per esserti fatta prendere da questo sentimento senza nome.
Io e la nostalgia siamo vecchie amiche, la trovo molto dolce a volte, poetica quanto basta, dolorosa ma senza sangue. Stasera invece è una nostalgia diversa, un po’ più consapevole, come a dire “non c’è tempo per le lacrime da ragazzina”, e quindi mi lascia gli occhi velati, carichi di ricordi che giacciono nel profondo senza prendere la polvere.
Sono gelosa di ognuno di loro. Me li tengo tutti stretti, anche quelli che sono stati lame. Con il tempo si smussano gli angoli, non tagliano più, luccicano di una brillantezza pericolosa, quella propria di chi un tempo era abituato a tagliare. E non so come si fa a lasciare andare. Non l’ho mai imparato per bene, a un certo punto era solo una questione di sopravvivenza.
Ognuno di quei biglietti è il fermo immagine di una persona che non esiste più. Non in quei termini, in quei modi. Sono oggetti sacri, hanno troppa vita appesa addosso. Una vita non più mia, ma pur sempre vita.
E doveva andar così. E la nostalgia non è poi tanto male. E neanche le canzoni francesi. E nemmeno io che penso che vorrei guardare le stelle. Ah, le stelle.

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Tutto può cambiare.

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Andare al cinema da soli può essere la cosa più bella del mondo. Ti siedi lì e per centoventiminuti non devi dar conto a nessuno dei possibili singhiozzi che ti scapperanno. E stasera ero in una sala con altre sei persone a vedere un film che mi ha lasciata quel senso di meraviglia addosso anche molto dopo la fine. Il film si chiama “Tutto può cambiare”, in inglese “Begin Again” che secondo me rende molto di più l’idea di ciò di cui si parla. La pellicola parla delle opportunità della vita, delle batoste e delle cose belle, di come ci si cura tutti a vicenda, ci si lecca le ferite cercando di tenerci tutti in piedi. Parla anche di dignità, quella che entra in gioco solo quando si è pienamente e completamente consapevoli di se stessi.
E mi fa ridere come, alla fine dei conti, sia sempre il più rotto di tutti a cercare di aggiustare gli altri. E una delle canzoni presenti nel film è As time goes by di Frank Sinatra, e io penso subito ai film in bianco e nero, a Audrey Hepburn e alle luci per le strade. Penso a tutte le anime che ci sono dietro le luci accese che vedo ritornando a casa. E torno a casa proprio con questa canzone in testa, fortuna che ce l’ho sull’mp3.
E spero che anche la mia vita sia così imprevedibile, spero anche io di essere una stella persa e poi ritrovata. Questo film è per chi non si aspetta più niente, per chi se ne vuole andare.
E poi diciamoci la verità, insieme al biglietto noi compriamo sempre anche un pezzo di sogno, quella sensazione che speriamo di portarci addosso anche dopo. E ce l’ho ancora tra i capelli, sugli auricolari, sulle labbra.
Mi aspetto un colpo di scena. E sarà anche un po’ scemo, anzi sicuramente, ma chi decide cosa è da film e cosa è da vita vera?
Stasera mischio le carte e spero gli elementi si mescolino talmente bene da vincere l’equivalente dell’Oscar nella vita vera.

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Saudade.

Saudade è una parola portoghese intraducibile ed indica quel senso di malinconia, quella nostalgia legata al passato, una di quelle che si porta dietro un dolore sordo che non fa più male, assomiglia ad uno strascico di poesia. La saudade è uno stato d’animo che nella mia mente assume la forma, il colore e il peso della neve che cade sui tetti: non puoi sentirla, ma il mattino dopo fai fatica a farti strada. Di tutte queste cose è pieno il Portogallo, una delle terre più belle che abbia mai visto. Una delle più piacevoli scoperte, un prepotente successo che la terra ha rivendicato sul mio immaginario che lo aveva sempre lasciato ai margini.

Da Lisbona a Lagos sono quattro ore di pullman e le immagini che si srotolano davanti agli occhi sono tutte giallo ocra e blu. Sono terre incolte che si mescolano con casupole di pietra e distese d’acqua. Sono una cadenza armonica e musicale piena di “s” dolci che si pronunciano “sh”, quasi come se gli abitanti volessero dire ai turisti di tacere e restare a guardare. E il cielo è di un azzurro più chiaro, predilige le sfumature rosa e lilla. E lo stesso cielo del viaggio, ma più carico, più vivo, più pieno dei miei pensieri e delle mie sensazioni è quello che guarda Lagos. Per me è stato amore a prima vista, sarà che ho un’affinità elettiva con i porti e le città di mare. L’oceano sembra verde e giallo, a volte di un punto di blu quasi elettrico e si confonde con l’orizzonte, così perfetto e così lontano. Si tinge di un rosa così naturale che non credo sia stato mai ricreato in laboratorio. E la sabbia è chiarissima, di un beige che si perde nelle sue sfumature più chiare. Lo stesso colore è ripreso dalle rocce che si conficcano nel mezzo dell’Oceano. Sono imponenti, ti fanno stare tutto il giorno con il naso all’insù, mentre la guida sulla barca ti spiega che ognuna ha la sua storia, la sua forma, il suo nomignolo. E guardo le grotte mentre l’acqua salata mi cade sui pantaloni e mi brucia le labbra. E il vento è così buono che evita alla pelle il fastidio del sole cocente, e così a fine giornata ti ritrovi colorato e con un sacco di immagini nuove dietro agli occhi, dietro al collo, nelle mani. E il corpo racconta questa terra, i suoi sanpietrini bianchi, i suoi tavolini per le strade, le lingue che si mescolano in suoni che sono di tutti e di nessuno.

I cappelli di paglia si poggiano su teste giovani e meno giovani, fanno amicizia con sorrisi internazionali. E ho percorso un sentiero poco battuto, e ho spostato un po’ di sassi per arrivare su un’altura con una vista spettacolare nei pressi della playa de Dona Ana. E da lì non esistevano più voci, non esistevano scadenze, regole, futilità della vita dei piccoli. Da lì l’anima si eleva e non cerca più parole perché non ha bisogno di parlare. E sono stata ore ad ascoltare gli artisti di strada, a rubare avida le ultime luci del giorno, a intrappolare i profumi, a contare i passi.

E tra una pasteis de nata e l’altra sono entrata in possesso di me stessa. Ho aperto gli occhi al nuovo ridimensionando il vecchio, non prendendolo troppo sul serio. Lagos ha molte fontane, sembra quasi ti battezzino dentro, lavino via le paure per perderle nelle campagne color ocra. E se ognuno di noi ha un viaggio interiore, questo è stato definitivamente il mio.

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Troppo di troppo.

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Se dovessi definire questo periodo della mia vita con una sola parola, credo che sceglierei la parola saturazione. Mi sento satura, piena fino all’orlo di sensazioni, pensieri e impulsi nervosi che hanno continuato a bruciare la mia pelle come mozziconi di sigaretta.
Sento troppo di tutto, come se la realtà intorno a me avesse iniziato ad amplificare gli avvenimenti, i minuti, i secondi, le pagine dei libri, le parole, le smorfie, i sorrisi, i baci mancati, le immagini allo specchio, le telefonate, i campanelli, i clacson, la pioggia, il rumore del vento, i ritardi, il tempismo, l’insonnia, il cibo, i cinque sensi.
Troppo di tutto. E così mi ritrovo costantemente in all’erta o, peggio ancora, mi scopro tremendamente apatica.
Attenta ai passanti fuori ad un bar mentre ad un tavolo due giovani donne mi stanno raccontando le loro vite. Anche i miei respiri sono diventati più svelti, più strozzati, meno fluidi. Corro e rallento, rallento e corro.
E sono piena di cose che mi hanno lasciato addosso, non ricordo più quali ho preso io, quali ho raccolto, quali mi hanno gettato sulla schiena e quali ho perso.
Il tempo di restringe e si dilata. E non voglio più il controllo.
Troppo di tutto, troppo di tutto.

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