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Fusione e adozione.

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Mi era mancato studiare, prendere appunti, fare domande, ripetere a casa, fare esercizi. Pensavo fosse impossibile dire una cosa del genere, e invece è proprio quello che mi ritrovo a pensare mentre sono a lezione di portoghese. E mi sento una bambina mentre leggo tutte le insegne dei negozi per esercitare la pronuncia, o mentre faccio i compiti a casa e poi chiedo conferma ai miei colleghi. Questa è la parte migliore: tutti possono correggerti, consigliarti, migliorarti, non hai bisogno di aspettare la prossima lezione perché sei così dentro il contesto che il processo di fusione diventa automatico.
Come una lenta adozione in cui si mischiano le cellule del cibo, della musica, dei tramonti, dei suoni nasali della lingua, degli artisti di strada. Un’adozione che si porta dietro tanti sentimenti, spesso contrastanti, spesso spaventosi, ma che ti dà l’impressione di muoverti, di camminare sulle tue gambe, seppur traballanti, senza gattonare più.
Immagino il coraggio sia un po’ questo, guardare indietro e accorgerti di aver fatto un salto nel buio. Forse il coraggio si realizza dopo, quando l’adrenalina evapora e ti ritrovi capovolto, strapazzato, vivo.
Forse per far diventare casa un posto devi iniziare a pensarlo come casa. E forse la paura del cambiamento è la paura più bella da sconfiggere, ma anche la più furba, perché si presenta ogni giorno e ogni giorno ha bisogno di essere sconfitta.

Queste righe sono piene di forse, ma cosa sarebbe la vita se avessimo già tutte le risposte prima di salpare le àncore?

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Saudade.

Saudade è una parola portoghese intraducibile ed indica quel senso di malinconia, quella nostalgia legata al passato, una di quelle che si porta dietro un dolore sordo che non fa più male, assomiglia ad uno strascico di poesia. La saudade è uno stato d’animo che nella mia mente assume la forma, il colore e il peso della neve che cade sui tetti: non puoi sentirla, ma il mattino dopo fai fatica a farti strada. Di tutte queste cose è pieno il Portogallo, una delle terre più belle che abbia mai visto. Una delle più piacevoli scoperte, un prepotente successo che la terra ha rivendicato sul mio immaginario che lo aveva sempre lasciato ai margini.

Da Lisbona a Lagos sono quattro ore di pullman e le immagini che si srotolano davanti agli occhi sono tutte giallo ocra e blu. Sono terre incolte che si mescolano con casupole di pietra e distese d’acqua. Sono una cadenza armonica e musicale piena di “s” dolci che si pronunciano “sh”, quasi come se gli abitanti volessero dire ai turisti di tacere e restare a guardare. E il cielo è di un azzurro più chiaro, predilige le sfumature rosa e lilla. E lo stesso cielo del viaggio, ma più carico, più vivo, più pieno dei miei pensieri e delle mie sensazioni è quello che guarda Lagos. Per me è stato amore a prima vista, sarà che ho un’affinità elettiva con i porti e le città di mare. L’oceano sembra verde e giallo, a volte di un punto di blu quasi elettrico e si confonde con l’orizzonte, così perfetto e così lontano. Si tinge di un rosa così naturale che non credo sia stato mai ricreato in laboratorio. E la sabbia è chiarissima, di un beige che si perde nelle sue sfumature più chiare. Lo stesso colore è ripreso dalle rocce che si conficcano nel mezzo dell’Oceano. Sono imponenti, ti fanno stare tutto il giorno con il naso all’insù, mentre la guida sulla barca ti spiega che ognuna ha la sua storia, la sua forma, il suo nomignolo. E guardo le grotte mentre l’acqua salata mi cade sui pantaloni e mi brucia le labbra. E il vento è così buono che evita alla pelle il fastidio del sole cocente, e così a fine giornata ti ritrovi colorato e con un sacco di immagini nuove dietro agli occhi, dietro al collo, nelle mani. E il corpo racconta questa terra, i suoi sanpietrini bianchi, i suoi tavolini per le strade, le lingue che si mescolano in suoni che sono di tutti e di nessuno.

I cappelli di paglia si poggiano su teste giovani e meno giovani, fanno amicizia con sorrisi internazionali. E ho percorso un sentiero poco battuto, e ho spostato un po’ di sassi per arrivare su un’altura con una vista spettacolare nei pressi della playa de Dona Ana. E da lì non esistevano più voci, non esistevano scadenze, regole, futilità della vita dei piccoli. Da lì l’anima si eleva e non cerca più parole perché non ha bisogno di parlare. E sono stata ore ad ascoltare gli artisti di strada, a rubare avida le ultime luci del giorno, a intrappolare i profumi, a contare i passi.

E tra una pasteis de nata e l’altra sono entrata in possesso di me stessa. Ho aperto gli occhi al nuovo ridimensionando il vecchio, non prendendolo troppo sul serio. Lagos ha molte fontane, sembra quasi ti battezzino dentro, lavino via le paure per perderle nelle campagne color ocra. E se ognuno di noi ha un viaggio interiore, questo è stato definitivamente il mio.

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