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Boccioli.

blossom

Ci sono dei rari momenti in cui ogni cosa è perfettamente in equilibrio, perfettamente stabile, con un perfetto senso. Il cielo senza una nuvola ha il suo posto perfetto nel mondo, ma anche se avesse delle nuvole, anche se stesse trattenendo della pioggia, anche quello avrebbe un senso.
La mia prima lasagna fatta in casa, preparata seguendo scrupolosamente le istruzioni di mia mamma su whatsapp, è nel forno. Il mondo mi urla dolcemente che è sabato, che anche se tutti corressero io non dovrei farlo e che la vita è fatta di prime volte, primi sbagli. Primi piatti scotti, crudi, senza sale, un po’ bruciati. Prime volte che sono sempre infinite, milioni di prime volte, quando pensiamo di esser già grandi.
Pensavo a quanto potere abbiamo e a quanto lo sottovalutiamo. Potenzialmente ognuno di noi ha un potere curativo, un super potere intrinseco in ogni parola che possiamo pronunciare. Non succede sempre, ma a volte accade. Prendiamo delle parole, le offriamo come una carezza, e loro attecchiscono ad un cuore. Ne curano il terreno, lo rendono meno arido, meno acido, più aperto alla vita. Ai germogli. Alla primavera. Anche alla pioggia.
Ma lo dimentichiamo troppo facilmente. Ce ne ricordiamo solo quando usiamo le parole come pugnali, quando vogliamo lanciarle per ferire, quando speriamo che attecchiscano ad un cuore come la lama fa con le superfici morbide.
Non siamo più abituati a dare e ricevere gentilezze. E quando riceviamo una parola fragile, delicata, luccicante, tutto quello che sappiamo fare è commuoverci. Siamo impreparati, colti alla sprovvista. Non abbiamo parole per ricambiare.
E mi domando come sarebbe il mondo se sapessimo donare carezze così, anche agli sconosciuti. Attraverso i libri. Una mano che diventa reale, che trasforma i caratteri in grassetto in un movimento dolce e sinuoso che arriva dritto alla guancia del lettore. Come sarebbe il mondo così?
Come sarebbero le nostre labbra se potessimo pronunciare solo cose belle? Se potessimo solo muoverle in movimenti eleganti e flessuosi, se potessimo usare le mani solo per amare, e gli occhi solo per riempirli di bellezza, e di colori, e di gesti che si ripetono all’infinito ogni volta che la memoria ci tradisce.
Un mondo dove ogni cosa fosse sempre al suo posto, con il sole e con la pioggia.
Con il profumo della prima lasagna nel forno.
Come?

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Far splendere.

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Sono le 18:43 in questo angolo di mondo e dalla finestra lascio entrare uno spicchio di sole, di polvere, di luce, di rumori esterni. Acchiappo l’energia e la conservo per la settimana che sarà. E mi incanto a guardare la polvere che fluttua nell’aria, che si muove disinvolta ed elegante, eppure nessuno le ha mai insegnato a danzare. E penso che dovremmo imparare ad ispirarci a vicenda. Dovremmo avere cura di splendere e di far splendere. Perché tutti conosciamo fin troppo bene la prima parte della frase, ce la ricordiamo quando siamo al buio, quando brancoliamo perdendo il senso dell’orientamento, nell’attesa che le nostre dita sfiorino un interruttore.

Ma nessuno prende sul serio, nessuno si carica sulle spalle il senso della seconda parte della frase. Far splendere. Come fai splendere una persona se a malapena sai se stai emettendo una qualche luce? La fai splendere quando si illumina con quello che puoi dire o fare. A volte abbiamo il potere degli specchi, e non lo sappiamo.

Possiamo metterci lì, di fronte ad una persona, e ricordarle quello che ha perso nel buio. Essere il riflesso, quello con il sole. Ed è triste sapere che un potere così forte è sprecato, stropicciato, pestato e lasciato andare così. Ci piace di più il gossip spicciolo, ci fa sentire superiori, migliori, più in gamba. Ci soddisfa. Far splendere richiede più coraggio, più anima.

Un raggio di sole mi ha rubato una ciocca di capelli, e ne vedo il riflesso nello specchio. Ora è più chiara, e così i miei occhi, che assorbono la luce. E lui ancora non lo sa, ma mi sta mettendo di buonumore, mi sta facendo rivalutare quel riflesso nello specchio. Anche se sono metà in tuta e metà in piagiama, anche se ho un’opinione diversa di me stessa.

Oggi, domenica, è primavera. E io vi auguro di essere il raggio di sole che faccia splendere. Perché a brillare si finisce per illuminare.

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I’m a fighter.

fighter

La quotidianità, la routine, le stesse azioni ripetute giorno dopo giorno, la noia che inevitabilmente fa capolino alla soglia dei nostri venti, trenta, cinquanta o sessant’anni che siano, spesso ci lascia dubitare dei nostri sogni. O meglio, ci lascia dubitare della loro realizzazione. Soprattutto la mia generazione vive in un clima di incertezza generale, tutti fratelli sotto lo stesso motto “vediamo come va”. E così ci ritroviamo a rinunciare alle nostre aspirazioni per un po’ di sicurezza, un po’ di autonomia, pensando che così va il mondo, e così andiamo pure noi. Ma a ventidue anni, e non solo, non si possono uccidere i sogni. A ventidue anni ti devi buttare e imparare a nuotare. D’altronde è solo mentre cadi a picco che vedi, senti, percepisci il dolore, il prurito delle ali che spuntano. E così, sono, siamo, siete dei guerrieri che custodiscono i sogni. Che sia a casa dopo il lavoro, che sia per farne un lavoro, che sia per lasciare un’eredità di storie a chi sarà. Noi siamo guerrieri.
E da oggi sto imparando a considerare la domanda “perché no?” molto più spesso dei “ma se poi…”
Ed è una sensazione terrificante ed elettrizzante. Ma fare i guerrieri quando c’è tanto spazio per sognare è un compito più facile, è avere già il terreno più spianato.
Proteggere i sogni, annaffiarli, creargli un giardinetto privato dove non arrivano i problemi di tutti i giorni, quello è un miracolo. Così come guardare fuori e vedere che è primavera, sentire quasi il peso dei rami che si sfiorano, che si amano, che fanno l’amore regalando germogli.
Sentire il pulsare della vita, prenderla a piene mani e mettersela nel cuore, addosso. A ventidue anni non si può non essere guerrieri.

Che abbiate già le ali o vi stiano crescendo, ricordatevi sempre di usarle.

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La primavera dell’autunno.

autumn

Ogni stagione ha la sua nascita, anche se è comune pensare che la primavera sia la regina delle nascite. In effetti la primavera colpisce i sensi con i suoi boccioli e il suo timido e inesorabile rigoglio, ma ultimamente sto sviluppando un’affinità per l’autunno. Ho una lista di cose che amo di questa stagione:
– il rumore delle foglie secche quando il vento le muove o quando vengono calpestate
– l’odore della pioggia sulla terra bagnata
– le sciarpe
– il giallo che si perde nell’arancione che a sua volta si smarrisce nel rosso
– il fatto che per la prima volta, in autunno, non ho un piano
– comprare il tè in un posto bellissimo con tante giare tutte verdi. Ogni tè ha la sua etichetta, e puoi odorare tutti quelli che vuoi, perderti negli aromi e nelle tazzine di porcellana e solo dopo scegliere tu la quantità e il tipo che preferisci. Attualmente il mio preferito si chiama Elizabeth.
– il calore di casa

breakfast

october

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Titolo attualmente non disponibile.

sunflower

Stavo pensando ad un titolo da dare a questo post ma, senza giri di parole, non ne ho proprio idea. Credo succeda quando non ho un ordine preciso con cui dire quello che sto per scrivere. Amo il sabato mattina, la sensazione di pigrizia e di lentezza che mi entra nelle ossa, la sveglia finalmente muta, le lenzuola calde, il sole che filtra gentile dalle doghe senza disturbarmi.
Mi piace prendere il mio tempo per fare colazione, per gustare i Pan di Stelle, per stiracchiarmi, per sbadigliare senza ritegno, per farmi la doccia, per mettere il balsamo sui capelli, per spalmare la crema alla vaniglia, per mettere il profumo con calma, per scegliere cosa indossare, per fare una linea di eyeliner senza correre.
Mi piace scendere in strada senza una meta, solo per il gusto di assaporare la primavera, per riempirmi gli occhi di rosa, arancione e azzurro.
Ascolto la canzone di Zaz- Port Coton, e immagino cosa possa pensare la gente di me. Intendo gli estranei, chi mi guarda distrattamente per strada, in metro, in treno, su un pullman, mentre cammino, mentre mangio, mentre sorrido cambiando canzone. Mi domando se l’immagine che ho di me coincida con quella riflessa negli occhi degli altri. Quasi mai sono la stessa cosa. Forse è per questo che faccio sempre tante domande. Io ci vivrei così, con gli occhi sulle storie della gente, sui loro segni. Li guardo come se trovare loro significasse trovare me, trovare le differenze, i tratti in comune. Non so se sia sbagliato o meno, come se poi esistesse una cosa completamente giusta o completamente sbagliata. Come se non fossimo strani a modo nostro.
La verità è che alla fine di ogni giornata, pigra o frenetica che sia, con o senza sole, vorremmo solo essere rassicurati.
Ci servono i sussurri, i baci della buonanotte, le certezze. Ci serve la consapevolezza di sapere che, se vogliamo, possiamo anche essere deboli.

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Colazione di primavera.

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Mi sveglio alle 08:40 di questo sabato mattina e sento che il raffreddore sta avendo la meglio sulle mie difese immunitarie che cercano di resistergli, ma in compenso è una meravigliosa giornata di primavera. L’oro colato del sole bagna il mio letto, passando prepotente attraverso le doghe semichiuse della finestra. Ho gli occhi pesanti, poca voglia di alzarmi e un appuntamento per le dieci.
Mi trascino fuori dal letto e do inizio alla mia giornata. Lavo i capelli per poi scoprire di non aver preso il phon dall’altro bagno in cui è chiuso mio fratello. Cerco di asciugarli alla meno peggio, con scarsi risultati. Una volta finite tutte le operazioni necessarie decido che è il momento di truccarmi, ma poi realizzo che anche il fondotinta è nel bagno occupato. Mi maledico per non averci pensato prima. Mi do un’occhiata allo specchio e indosso il mio foulard color corallo, nella speranza che la gente distolga così l’attenzione da tutto il resto che è un disastro.
Sono in ritardo. Mi precipito in strada e cammino a passo svelto mentre mi muovo inconsapevolmente a ritmo della canzone di turno nelle mie orecchie. Finalmente la vedo, Marta, occhi azzurri e due guance da prendere morsi.
Ancor prima di dire “Ciao”, la domanda è:”Allora da dove cominciamo?”
“Dal principio”.
E così il fiume delle parole staripa. Continua a fluire mentre siamo in giro, mentre siamo sedute, anche mentre siamo in silenzio.
Con certe persone puoi condividere il silenzio con la stessa naturalezza con cui condividi le parole. E con le stesse persone puoi condividere mille inverni che si trasformano in primavere dilaganti.
Oggi è proprio primavera. Ecco un altro motivo per sorridere per oggi.

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07:35

sfida

Vi assicuro che sono viva, esisto, anche se sto scrivendo pochissimo. Non credo sia un blocco dello scrittore, o cose simili, ho semplicemente smesso di condividere per un po’. Ad essere sincera non riesco a trovare un unico motivo, credo siano stati tanti cambiamenti piccoli e grandi che si sono affacciati nella mia vita, o forse i milioni di pensieri che si sono riversati improvvisamente nella mia mente senza saper uscire dalle mani.
Ad ogni modo ora sono qui, ho voglia di scrivere e di scrivervi, di raccontarmi e di leggervi. Sono le 07:35 e piove a dirotto, ho aspettato il pullman che avrebbe dovuto portarmi alla stazione, invano. Sono tornata a casa starnutendo e pensando che la primavera si sta facendo desiderare più del dovuto.
Vi scrivo mentre ascolto l’acqua scorrere all’interno della doccia e sperando che mio fratello non ci metta troppo a farsi bello e a portarmi in ufficio. No, non ho iniziato a lavorare, ma ho iniziato un tirocinio con un ente convenzionato dalla mia università. Andiamo in giro per le scuole a fare delle campagne per la sicurezza stradale in inglese, francese e italiano. Ho iniziato da troppo poco per potervi dire le mie impressioni, ma a breve raccoglierò tutti gli aneddoti più simpatici che già sto collezionando.
Oggi inizio una sfida, la sfida dei 100 giorni: per cento giorni bisogna trovare almeno una cosa che ci faccia sorridere e sentire bene. Non parliamo di felicità assoluta che ci isola dal mondo e ci fa volare a un metro da terra. Certo, se venisse anche quella sarebbe accettata a braccia aperte, ma per ora parliamo di dettagli, sorrisi rubati, pensieri felici. Per cento giorni.
Chi accetta la sfida?

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