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Quotidianità

L’opinione più gettonata è che la quotidianità – potrei chiamarla routine, ma mi piace di più il nostro termine che rievoca un calore diverso – sia noiosa e quasi nociva.

Ci pensavo l’altro giorno, mentre mi preparavo un caffè alla solita ora, la casa solo per me e un mucchio di e-mail a cui rispondere. Io non definirei questo ripetersi ordinato di azioni noioso, lo chiamerei piuttosto rassicurante.

Dopo cinque settimane passate tra la mia vecchia cameretta e la meravigliosa Scozia ho capito quanto mi siano cari quei gesti ordinari a cui non diamo più peso. Forse è qui che sbagliamo, è questa la chiave che ci fa facilmente cadere in errore: non diamo peso a questa ciclicità.

Svegliarsi con l’odore del pane tostato, vedere la lucina della macchinetta che mi avvisa che posso scegliere l’intensità del caffè, accendere il pc per tuffarmi in una nuova giornata fatta di colleghi in giro per il mondo.

coffee

Chissà se anche loro rispondono alle mail con il respiro ancora caldo di sonno e il caffè in una mano. Casa. 

Possiamo disprezzare questo ripetitivo circolo, definirlo vizioso, ma in realtà lo cerchiamo. Anche in viaggio, mentre vediamo e respiriamo cose diverse, anche mentre ci sforziamo di parlare una lingua non nostra, in realtà non vediamo l’ora di chiedere le stesse cose per colazione, anche se le abbiamo assaggiate per la prima volta solo il giorno prima.

Siamo esseri che hanno bisogni di conforto, piccoli, intramutabili gesti ereditati da nonne, madri, antenati che non sapevamo neanche di avere.

Si riduce tutto a questo, a come nostra nonna faceva il caffè e a quanto familiare e antico sia il rumore del caffè che inizia a scendere cremoso lungo la torre in alluminio delle caffettiere tradizionali.

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I’m a fighter.

fighter

La quotidianità, la routine, le stesse azioni ripetute giorno dopo giorno, la noia che inevitabilmente fa capolino alla soglia dei nostri venti, trenta, cinquanta o sessant’anni che siano, spesso ci lascia dubitare dei nostri sogni. O meglio, ci lascia dubitare della loro realizzazione. Soprattutto la mia generazione vive in un clima di incertezza generale, tutti fratelli sotto lo stesso motto “vediamo come va”. E così ci ritroviamo a rinunciare alle nostre aspirazioni per un po’ di sicurezza, un po’ di autonomia, pensando che così va il mondo, e così andiamo pure noi. Ma a ventidue anni, e non solo, non si possono uccidere i sogni. A ventidue anni ti devi buttare e imparare a nuotare. D’altronde è solo mentre cadi a picco che vedi, senti, percepisci il dolore, il prurito delle ali che spuntano. E così, sono, siamo, siete dei guerrieri che custodiscono i sogni. Che sia a casa dopo il lavoro, che sia per farne un lavoro, che sia per lasciare un’eredità di storie a chi sarà. Noi siamo guerrieri.
E da oggi sto imparando a considerare la domanda “perché no?” molto più spesso dei “ma se poi…”
Ed è una sensazione terrificante ed elettrizzante. Ma fare i guerrieri quando c’è tanto spazio per sognare è un compito più facile, è avere già il terreno più spianato.
Proteggere i sogni, annaffiarli, creargli un giardinetto privato dove non arrivano i problemi di tutti i giorni, quello è un miracolo. Così come guardare fuori e vedere che è primavera, sentire quasi il peso dei rami che si sfiorano, che si amano, che fanno l’amore regalando germogli.
Sentire il pulsare della vita, prenderla a piene mani e mettersela nel cuore, addosso. A ventidue anni non si può non essere guerrieri.

Che abbiate già le ali o vi stiano crescendo, ricordatevi sempre di usarle.

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