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Fusione e adozione.

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Mi era mancato studiare, prendere appunti, fare domande, ripetere a casa, fare esercizi. Pensavo fosse impossibile dire una cosa del genere, e invece è proprio quello che mi ritrovo a pensare mentre sono a lezione di portoghese. E mi sento una bambina mentre leggo tutte le insegne dei negozi per esercitare la pronuncia, o mentre faccio i compiti a casa e poi chiedo conferma ai miei colleghi. Questa è la parte migliore: tutti possono correggerti, consigliarti, migliorarti, non hai bisogno di aspettare la prossima lezione perché sei così dentro il contesto che il processo di fusione diventa automatico.
Come una lenta adozione in cui si mischiano le cellule del cibo, della musica, dei tramonti, dei suoni nasali della lingua, degli artisti di strada. Un’adozione che si porta dietro tanti sentimenti, spesso contrastanti, spesso spaventosi, ma che ti dà l’impressione di muoverti, di camminare sulle tue gambe, seppur traballanti, senza gattonare più.
Immagino il coraggio sia un po’ questo, guardare indietro e accorgerti di aver fatto un salto nel buio. Forse il coraggio si realizza dopo, quando l’adrenalina evapora e ti ritrovi capovolto, strapazzato, vivo.
Forse per far diventare casa un posto devi iniziare a pensarlo come casa. E forse la paura del cambiamento è la paura più bella da sconfiggere, ma anche la più furba, perché si presenta ogni giorno e ogni giorno ha bisogno di essere sconfitta.

Queste righe sono piene di forse, ma cosa sarebbe la vita se avessimo già tutte le risposte prima di salpare le àncore?

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Un giorno a casaccio.

ungiornoacasaccio

Un’ora e mezza nel traffico per fare 40 km. La strada più lunga della mia vita con un’infinità di semafori. Piove, è una pioggia stizzosa, di quelle che ti fanno innervosire, niente a che fare con la pioggia che descriveva D’Annunzio. Ho la testa appoggiata al vetro del finestrino e socchiudo gli occhi mentre ascolto la radio. Penso alla giornata che mi aspetta, alla sfida dei cento giorni, ai bambini, alla folla che troverò in metro.
“Sicura che sia questo il palazzo?” Mio fratello mi sveglia, inconsapevolmente, dalle mie riflessioni diurne. Annuisco e apro la portiera districandomi tra l’ombrello e la borsa. Corro lungo la strada e mi precipito nell’ufficio del mio responsabile, aspettandomi un richiamo. Invece mi aspetta tranquillo insieme ad un’altra tirocinante.
“Piacere, Angela.” Le tendo la mano sfoderando il mio sorriso migliore.
“Piacere, io sono Domenica”. Ha un sorriso gentile, capelli corvini, bassina e prosperosa, occhi scuri e dolci. Mi piace fin da subito e le invidio la sua spontaneità, la sua risata cristallina, la sua sicurezza.
Iniziamo le solite chiacchiere tra persone che condividono la stessa università. Mi dice che ho un bel sorriso, che le piace come parlo, e in quel momento penso che le persone dovrebbero sempre dirsi cose belle, così scoprirebbero che ognuno invidia qualcosa all’altro. Parlo di invidia buona, quella che poi ti porta a fare complimenti, quella che ti porta ad evidenziare una cosa bella, non quella deleteria.
Ecco il primo motivo per sorridere. La sfida è iniziata bene.
Un’ora dopo siamo nella Scuola francese, in una quinta elementare di esserini perfettamente bilingue, eccetto tre di loro che non capiscono l’italiano. La maestra mi presenta Mattis, Édouard e Jeanne. È amore a prima vista, soprattutto per Mattis, dieci anni d’uomo, carnagione nera, riccioli stretti, naso largo e un sorriso di quelli delle pubblicità. Ecco il secondo motivo della giornata per sorridere. Mi insegnano delle parole in francese, poi una filastrocca, e io insegno loro qualcosina in italiano. Mi chiedono quando mi vedranno ancora, e sorridono ancora alla mia risposta.
E così tutto, il traffico, la sveglia, la pioggia, la metro, il mal di gola e le corse hanno senso.
Sorrisi che generano altri sorrisi. Ho un milione di motivi per non sorridere, a dire il vero, ma oggi no. Oggi metto tutto da parte. Me lo devo. Oggi non si rovina il mascara.

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Incontri, incontri, incontri.

coffee

Oggi niente corsi e, di conseguenza, niente corse. Nonostante ciò non ho dormito fino a tardi perché avevo un appuntamento in mattinata. Anzi, mi correggo, avevo l’appuntamento.
Chiacchierata con l’insegnante del liceo di cui ho già parlato in un post precedente. La mia ispirazione. Mi chiede di aspettarla fuori scuola in modo da poter approfittare della sua ora di spacco. Mentre la aspetto sento l’aria impregata di ricordi liceali. Le mie compagne di classe, i ragazzi carini che piacevano a turno un po’ a tutte, l’odore di pioggia che si respirava sui muretti di pietra in autunno. La fermata dell’autobus che serviva da riparo in caso di cattivo tempo. Ho chiuso gli occhi per un attimo e ho inspirato tutta quell’aria familiare. Aria di presente che sa ancora di passato.
Sorridevo ancora ai miei ricordi quando ho finalmente visto la prof.
Un metro e cinquanta, o poco più, di donna. Capelli corti castani, occhi vispi e incredibilmente acuti, un cappottino a fantasie scozzesi. Un sorriso dolce e premuroso. Ho iniziato a blaterare davanti ad un caffè mentre sputavo via le mie delusioni, i miei sogni, il mio presente, le mie abitudini. La mia vita, le mie persone.
Mi ascoltava attenta mentre sorseggiava il suo cappuccino. E poi ha iniziato a parlare lei: le sue passioni, la scuola, i viaggi, i consigli. Controllava l’orologio e mi chiedeva scusa se aveva poco tempo. Ed ero così felice insieme a lei. In pace con il mondo, senza sentire il peso di nulla.
Mi ha abbracciata nel cortile della scuola, mi ha augurato buona fortuna. Mi ha guardata come si guarda una promessa, un traguardo, un risultato, una cosa bella. E io ho pensato che lei nemmeno immagina l’influenza che ha avuto su di me.
Mi allontano dalla scuole e incrocio la mia ex insegnante di matematica. Colei che incuteva terrore e tremore a tutti noi. La più severa. L’ansia. Mi abbraccia anche lei, mi accarezza la guancia ed esordisce con un “Ti trovo benissimo”. Sono sconvolta. Mi invita a prendere un caffè insieme quando avrà un’ora di spacco.
Come cambiano le cose fuori dalla scuola, fuori dagli schemi, dalle relazioni imposte. Siamo tutti bellissimi esseri umani.
Questi incontri mi strappano più di un sorriso. Cammino leggera e fiduciosa verso casa, quando incontro un’altra persona: il mio ex ragazzo. Mi sorprende alle spalle e mi saluta affettuoso. Si toglie i rayban e si ferma a chiacchierare. Una conversazione piacevole, inaspettata e…strana. Non ho provato imbarazzo, ma era strano non potersi trattare da fidanzati, ma nemmeno da amici. Però nemmeno da conoscenti. Ci siamo trattati come due persone importanti che hanno condiviso tre anni della propria vita insieme. Ci siamo salutati. Ho continuato a camminare, ma lui era ritornato indietro per abbracciarmi. Un abbraccio lungo che voleva essere solo un abbraccio. Credo sia stato il suo modo per augurarmi buona vita. Lui che non è mai stato bravo con le parole. E così sono tornata a casa, con due abbracci addosso, una carezza e un caffè.
Non si torna mai, mai a casa esattamente come siamo usciti.

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Ispirazioni.

Words

Durante il mio triennio al liceo ho avuto la fortuna di incontrare un’insegnante che è diventata il mio mentore.
L’ho capito quando ci ha fatto fare il primo tema, quando ce lo ha consegnato, quando mi ha detto “Ti ho sentita in ogni parola, non smettere mai di scrivere”.
L’ho capito quando mi ha raccontato dei suoi viaggi intorno al mondo, della sua sterilità, delle sue letture, dei suoi sogni, delle sue passioni.
Non ho mai visto nessuno insegnare con così tanta passione. Gliela vedevo negli occhi, bucava il suo sguardo e ci riempiva le menti. Mi ha incoraggiato come non ha mai fatto nessuno.
Mi ha letta prima che mi rendessi conto che poteva farlo. Mi ha insegnato a diventare quello che voglio essere. Mi ha insegnato che chi merita va sempre avanti, in un modo o nell’altro.
Mi ha insegnato che si può sopravvivere alle ingiustizie, che si possono combattere.
Mi ha insegnato a camminare più decisa, a volare quando è necessario.
Persone così sono una benedizione. Un’ispirazione. Un’isola felice.
E magari un giorno anche io potrò esserlo per qualcun altro.
Fa bene al cuore.

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