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Fermo immagine.

breakfast

Fermo immagine. È sabato mattina, sono nel sud del Portogallo, in un posto abitato da pescatori e gente umile. Gente semplice, che sa tutto della vita, tutto quello che davvero bisogna sapere. Gente di mare, con le rughe sul viso, i calli sulle mani, che ha visto turisti andare e venire, pezzi di cuore andare lontano, partire verso la città, mentre il loro dolore e la loro nostalgia restavano. È sabato mattina e sento che sono nel posto giusto, al momento giusto. Sono le dieci e mezzo e condivido un tavolo pieno di ogni sorta di ben di Dio con sei persone e due bambini. La casa ha le pareti bianche, l’erba finta che abbraccia i bordi della casa, una piscina gonfiabile sul retro, e la musica arriva dolce dal salotto.
Gregory Porter racconta le sue storie, le canta all’altoparlante dello stereo, mentre spalmo la marmellata sulla mia fetta di brioche.
Il mondo è in pace.
Parliamo di Parigi, del Jazz, della Germania, della neve, del Natale. Delle sorprese. Di “quella volta in cui…”. Guardo il bambino giocare, i capelli biondi, così biondi da fare invidia agli angeli. E magari gli angeli non sono biondi, magari non hanno nemmeno capelli, ma i suoi sono dorati, come io immagino gli angeli.
Ha la pelle chiara, e salta, e gioca, e parla, e canta, e stringe la mano della sorellina. Ed è felice. E il mondo è in pace. La sorellina ha i capelli rossi, il naso all’insù e gli occhi come lapislazzuli chiari, ma più profondi, più quieti. Due oasi piene di misteri già risolti. Ed il mondo è in pace. Ha un bel pancino, come tutti i bambini paffuti, e sorride come se non conoscesse altra azione, come se tutto il mondo fosse fatto per vederla sorridere.
Prendo un pezzo di pane caldo, morbido, la mollica è soffice, e io penso ai panettieri del mondo. A quell’odore di vita, di storia, di buono che si portano attaccatto alla reputazione.
E il mondo è così in pace che esco fuori a prendere il sole.
Gregory continua a cantare. Ognuno continua a parlare.
È un giorno come un altro, un Sud come un altro, un punto nel mondo come un altro, ma qui ed ora, il mondo è del colore della pace.

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Boccioli.

blossom

Ci sono dei rari momenti in cui ogni cosa è perfettamente in equilibrio, perfettamente stabile, con un perfetto senso. Il cielo senza una nuvola ha il suo posto perfetto nel mondo, ma anche se avesse delle nuvole, anche se stesse trattenendo della pioggia, anche quello avrebbe un senso.
La mia prima lasagna fatta in casa, preparata seguendo scrupolosamente le istruzioni di mia mamma su whatsapp, è nel forno. Il mondo mi urla dolcemente che è sabato, che anche se tutti corressero io non dovrei farlo e che la vita è fatta di prime volte, primi sbagli. Primi piatti scotti, crudi, senza sale, un po’ bruciati. Prime volte che sono sempre infinite, milioni di prime volte, quando pensiamo di esser già grandi.
Pensavo a quanto potere abbiamo e a quanto lo sottovalutiamo. Potenzialmente ognuno di noi ha un potere curativo, un super potere intrinseco in ogni parola che possiamo pronunciare. Non succede sempre, ma a volte accade. Prendiamo delle parole, le offriamo come una carezza, e loro attecchiscono ad un cuore. Ne curano il terreno, lo rendono meno arido, meno acido, più aperto alla vita. Ai germogli. Alla primavera. Anche alla pioggia.
Ma lo dimentichiamo troppo facilmente. Ce ne ricordiamo solo quando usiamo le parole come pugnali, quando vogliamo lanciarle per ferire, quando speriamo che attecchiscano ad un cuore come la lama fa con le superfici morbide.
Non siamo più abituati a dare e ricevere gentilezze. E quando riceviamo una parola fragile, delicata, luccicante, tutto quello che sappiamo fare è commuoverci. Siamo impreparati, colti alla sprovvista. Non abbiamo parole per ricambiare.
E mi domando come sarebbe il mondo se sapessimo donare carezze così, anche agli sconosciuti. Attraverso i libri. Una mano che diventa reale, che trasforma i caratteri in grassetto in un movimento dolce e sinuoso che arriva dritto alla guancia del lettore. Come sarebbe il mondo così?
Come sarebbero le nostre labbra se potessimo pronunciare solo cose belle? Se potessimo solo muoverle in movimenti eleganti e flessuosi, se potessimo usare le mani solo per amare, e gli occhi solo per riempirli di bellezza, e di colori, e di gesti che si ripetono all’infinito ogni volta che la memoria ci tradisce.
Un mondo dove ogni cosa fosse sempre al suo posto, con il sole e con la pioggia.
Con il profumo della prima lasagna nel forno.
Come?

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Far splendere.

large

Sono le 18:43 in questo angolo di mondo e dalla finestra lascio entrare uno spicchio di sole, di polvere, di luce, di rumori esterni. Acchiappo l’energia e la conservo per la settimana che sarà. E mi incanto a guardare la polvere che fluttua nell’aria, che si muove disinvolta ed elegante, eppure nessuno le ha mai insegnato a danzare. E penso che dovremmo imparare ad ispirarci a vicenda. Dovremmo avere cura di splendere e di far splendere. Perché tutti conosciamo fin troppo bene la prima parte della frase, ce la ricordiamo quando siamo al buio, quando brancoliamo perdendo il senso dell’orientamento, nell’attesa che le nostre dita sfiorino un interruttore.

Ma nessuno prende sul serio, nessuno si carica sulle spalle il senso della seconda parte della frase. Far splendere. Come fai splendere una persona se a malapena sai se stai emettendo una qualche luce? La fai splendere quando si illumina con quello che puoi dire o fare. A volte abbiamo il potere degli specchi, e non lo sappiamo.

Possiamo metterci lì, di fronte ad una persona, e ricordarle quello che ha perso nel buio. Essere il riflesso, quello con il sole. Ed è triste sapere che un potere così forte è sprecato, stropicciato, pestato e lasciato andare così. Ci piace di più il gossip spicciolo, ci fa sentire superiori, migliori, più in gamba. Ci soddisfa. Far splendere richiede più coraggio, più anima.

Un raggio di sole mi ha rubato una ciocca di capelli, e ne vedo il riflesso nello specchio. Ora è più chiara, e così i miei occhi, che assorbono la luce. E lui ancora non lo sa, ma mi sta mettendo di buonumore, mi sta facendo rivalutare quel riflesso nello specchio. Anche se sono metà in tuta e metà in piagiama, anche se ho un’opinione diversa di me stessa.

Oggi, domenica, è primavera. E io vi auguro di essere il raggio di sole che faccia splendere. Perché a brillare si finisce per illuminare.

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High Hopes.

highhopes

Le note dei Kodaline mi fanno compagnia e muovo la testa, piano, secondo il loro ritmo. La voce vellutata del cantante mi muove le dita partendo dal petto. Fuori il sole splende e dalla finestra spuntano dei ciliegi in fiore. Se fosse per me passerei la vita tra universi di carta ed inchiostro. Mi è successo ieri alla Feltrinelli, mentre annusavo, toccavo, sfogliavo e rigiravo libri tra le mani.
Milioni di vite impilate o esposte su scaffali bianchi. E hanno un potere così specifico, uno di quelli che va dritto al cuore, perché sono fermamente convinta che ognuno di noi colga solo quello di cui ha bisogno nei libri. Un po’ come al supermercato: c’è tutta la merce esposta, ma ognuno si dirige dove deve, dove può.
Penso alle strade della mia città, alcune piene di sanpietrini scomodi e sconnessi, percorse e ripercorse con sandali, Converse, ballerine, stivali e tacchi. Penso ai posti che ho visto e che mi hanno vista, penso alla mia storia su di loro. Una storia che non fa più male.
Penso al ragazzo della gelateria che mi regala sempre un piccolo cono con la Nutella che appoggia in cima alla panna montata, come se non fosse abbastanza.
Penso al lungomare di Napoli, a Castel dell’Ovo, al mare. Penso ai miei posti, i miei lividi, le mie Polaroid mentali. I percorsi del cuore e della città si confondono in un groviglio di corpi e di risate.
E penso alle grandi speranze, quelle che ti fanno avvilire e ti danno forza nello stesso momento. Qualcuno mi ha detto che la differenza tra un sogno e un progetto è una data.Io ho la mia.

But I’ve got high hopes, it takes me back to when we started
High hopes, when you let it go, go out and start again
High hopes, when it all comes to an end
But the world keeps spinning around

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Come il sole con la polvere.

Il sole rivela i difetti di tutto e di tutti. O meglio, ne rivela la natura, poi siamo noi ad individuarne i difetti. La luce ci fa vedere la polvere, le brutture, le asimmetrie, le discromie.
Così esistono delle persone che hanno su di noi lo stesso effetto del sole. E noi ci sentiamo messi a nudo, vulnerabili e pieni di polvere.
E a volte capita di scappare. Dobbiamo subito trovare un posto sicuro all’ombra.
Altre volte capita di restare. E può succedere che finiamo per migliorarci, per trovarci belli nonostante le asimmetrie.
A volte succede.

Raggio di sole

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Qui ed ora.

wind

Sono qui a fissare lo schermo bianco, con il bisogno di scrivere, ma senza parole. Un po’ come un pianto senza lacrime, una risata senza suono. Accostamenti abbastanza insoliti. Tutto è tranquillo, il campo di grano di fronte casa mia è dorato, maturo, pieno di vita. Sano. La luce del sole entra prepotente, ma non mi disturba. La musica balla con gli altoparlanti del pc, quasi come se vivesse di vita propria.
Bevo e una goccia d’acqua fredda mi cade dalle labbra. Scivola sul collo, ma non sento il bisogno di asciugarla. E sono senza pensieri, ma non perché non ne abbia, ma perché la somma di tutti è il bianco.
E il bianco è un bel colore.
Ogni tanto è bello semplicemente lasciarsi dondolare un po’ dal vento. Giusto un po’.

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