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Colazione di primavera.

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Mi sveglio alle 08:40 di questo sabato mattina e sento che il raffreddore sta avendo la meglio sulle mie difese immunitarie che cercano di resistergli, ma in compenso è una meravigliosa giornata di primavera. L’oro colato del sole bagna il mio letto, passando prepotente attraverso le doghe semichiuse della finestra. Ho gli occhi pesanti, poca voglia di alzarmi e un appuntamento per le dieci.
Mi trascino fuori dal letto e do inizio alla mia giornata. Lavo i capelli per poi scoprire di non aver preso il phon dall’altro bagno in cui è chiuso mio fratello. Cerco di asciugarli alla meno peggio, con scarsi risultati. Una volta finite tutte le operazioni necessarie decido che è il momento di truccarmi, ma poi realizzo che anche il fondotinta è nel bagno occupato. Mi maledico per non averci pensato prima. Mi do un’occhiata allo specchio e indosso il mio foulard color corallo, nella speranza che la gente distolga così l’attenzione da tutto il resto che è un disastro.
Sono in ritardo. Mi precipito in strada e cammino a passo svelto mentre mi muovo inconsapevolmente a ritmo della canzone di turno nelle mie orecchie. Finalmente la vedo, Marta, occhi azzurri e due guance da prendere morsi.
Ancor prima di dire “Ciao”, la domanda è:”Allora da dove cominciamo?”
“Dal principio”.
E così il fiume delle parole staripa. Continua a fluire mentre siamo in giro, mentre siamo sedute, anche mentre siamo in silenzio.
Con certe persone puoi condividere il silenzio con la stessa naturalezza con cui condividi le parole. E con le stesse persone puoi condividere mille inverni che si trasformano in primavere dilaganti.
Oggi è proprio primavera. Ecco un altro motivo per sorridere per oggi.

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Riflessi di luce.

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“Allora tesoro alzati in piedi che taglio i capelli. Quanto devo tagliare?”
“Facciamo due, tre dita perché ho già avuto la mia esperienza con i tagli drastici. Circa due anni fa. Per oggi mi basta una spuntatina, e me li asciughi mossi”.
“Tesoro, ma allora hai una ricrescita velocissima”.
Il parrucchiere tagliava mentre discuteva con una cliente del suo desiderio di conoscere il marito di Bélen. Accanto a me un uomo, perfettamente acconciato come una donna, si faceva aggiungere extensions rosse ai suoi capelli corvino.
“Ma che bei capelli che hai, tesoro”. Ho mentalmente annotato il fatto che in questo salone nessuno chiamasse l’altro con il proprio nome, o con un appellativo che non fosse confidenziale.

Giovedì, 17 ottobre. L’aula è ancora chiusa. Inizia a farsi una piccola folla di studentesse che aspettano nel corridoio. Individuo le prime facce conosciute, mi avvicino e saluto tutte, sorridendo.
“Ma come fai a sorridere sempre? Ti dovevano chiamare Gioia, o Allegra!”
E questa esclamazione diventa il mio cucchiaino di zucchero quotidiano.

Prendo un dolce particolare in mattinata, l’occhio di bue, con dello zucchero sopra e la nutella nel mezzo. Lo assaporo piano, leccando i polpastrelli che si sporcano di zucchero. Parlo con Sarah e Silvio, loro hanno preso una meringa.
Decidiamo di visitare una chiesa proprio lì vicino. I mosaici sui rosoni di vetro ci catturano, ci allietano i sensi e lasciano degli incantevoli riflessi blu e gialli sul pavimento di pietra. C’è silenzio e riverenza ovunque. Una piccola cappella privata in disparte ha l’odore dell’incenso. Chiudo gli occhi, stando dritta sul riflesso di luce blu, con un raggio di sole tra i capelli. Inspiro profondamente il silenzio carico di preghiere e di meraviglia e prendo nota anche di questo.
Usciamo, di nuovo in mezzo al rumore. Niente più mosaici colorati. O forse sì, centinaia di mosaici colorati che camminano per la strada. Centinaia di occhi colorati, e bocche, e sciarpe, e borse, e sorrisi.
Centinaia di opere d’arte.

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