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Ritorni

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Ieri ho ritrovato il mio blog. Come un lettore qualsiasi che legge un blog qualunque, a differenza del fatto che io sapevo già il finale. Sono passati cinque anni dal giorno in cui ho aperto questo pezzettino di vita al mondo e non scrivevo da troppo tempo.

Ho riletto delle mie paure, di quando ho preso l’aereo e mi sono trasferita, di quando passeggiavo ed ero felice. Una felicità semplice, ma che mi faceva sempre pensare. Provo tenerezza per la ragazza di qualche anno fa, vorrei accarezzarla e dirle che quel lavoro che non sapeva fare, quello che poi ha addirittura insegnato agli altri e poi odiato tanto, non c’è più.

Ora ha un nuovo lavoro, interessante, dinamico. Ancora non ci capisce niente, ma sembra promettente. Le direi anche che l’università l’ha finita. Sì, pure se lavorava e si sentiva sola durante le lezioni del sabato. Le direi che ha una famiglia adesso a Lisbona, che le cose vanno bene e che può andarne fiera.

Poi la rimprovererei. Perché non scrivi più? Perché non hai scritto per tutto questo tempo?

Ho smesso di scrivere perché ho pensato che non interessasse a nessuno, nemmeno a me, che i sentimenti non fossero sempre universali e che forse andassero vissuti così, senza parole. Ho avuto paura di non saper descrivere questi battiti incerti, di tremare davanti al giudizio, di non riconoscere le emozioni. Da qualche parte ho letto che si ritorna sempre dove siamo stati bene. Io oggi ritorno, senza orari, senza scadenze, senza promesse. Torno con le parole, le amiche di una vita, tradite, messe da parte, bistrattate in malo modo in nome di una realtà più pragmatica che va sempre di corsa.

Ritorno alle origini. Spero non mi manchino più le parole da oggi in poi.

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Tre caffè.

tre caffè

Ieri sono arrivata alla conclusione che non importa dove ci troviamo, tutto si riduce alle cose semplici della vita. In questo caso tutto si riduce a tre caffè e tre ragazze che srotolano paure e storie nella caffetteria di fianco all’università. E mentre fuori fa buio dentro c’è un po’ più di luce.
Due italiane e una montenegrina. Se è vero che la felicità si può considerare tale solo se condivisa, lo stesso senso di sollievo è applicabile anche alle paure quotidiane. Agli scheletri nell’armadio. A tutti i “se” e tutti “ma” dell’universo.
Sono bastati tre caffè per sciogliere le paure, per ridere di noi stesse, per sentire nostalgia e mancanza di casa, per drammatizzare storie per poi sdrammatizzarne il doppio.
Tre caffè e una musica jazz di sottofondo. I sentimenti sono universali, e anche la voglia di prendere le nostre vite e farne una cosa bella, un unico, esteso atto di bellezza.
Uno di quegli atti intrepidi, coraggiosi, sentimentali, dolorosi, con violini di sottofondo, rumore degli aerei che decollano, rumore di risate soffocate e poi esplose.
Rumore di baci che si attaccano alla pelle, si perdono nei capelli e sulle ciglia.
Forse è solo questo che ci affanniamo a raggiungere.
E i tre caffè ci hanno fatto parlare come fossero vino.
E alla fine della sbornia era già buio fuori. Il petto più leggero, gli auricolari già nelle orecchie, i progetti già scritti a metà nella testa.

Anche le matasse più confuse si riducono alle cose semplici.

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Sto nuotando.

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Tra un mese esatto sarà un anno, un anno da quando ho messo vestiti, paure, speranze e una buona dose di incoscienza nella valigia e sono partita con un biglietto di sola andata.
Oggi piove e Lisbona è tutta vestita di grigio, è una pioggia testarda e costante ma senza rumore, senza tuoni, nè lampi. Anche la furia del cielo non è invadente, aspetta paziente che guardi alla finestra per accorgermi che lei c’è, che preferisce che io sia in casa, sotto le coperte, con un computer in grembo a scrivervi delle mie paure e dei sogni nel cassetto. Un cassetto che continuo ad aprire e a chiudere.
Oggi mi sento un po’ come a Capodanno, con la stessa nostalgia e voglia di fare, lo stesso cocktail micidiale che ci fa fare la lista dei buoni propositi e ci fa automaticamente redigere un resoconto di tutto ciò che è successo durante l’anno che sta per andarsene.
Il 25 novembre 2014 una ragazzina è atterrata all’aeroporto di Lisbona, pochissime certezze e quintali di interrogativi sulle spalle. L’eccitazione faceva spesso posto a delle lacrime timide che non avevano il coraggio di lasciare il posto dove nascono. Il posto dove nascono le lacrime. Chissà com’è, chissà dov’è, e non parlo del posto biologico. Me lo sono chiesta tante volte mentre ho socchiuso gli occhi pensando di non farcela.
Ho avuto e continuo ad avere alti e bassi completamente estremi. Nella stessa giornata potrei danzare libera su uno dei Miradouro con vista mozzafiato di Lisbona per poi tornare a letto e lasciarmi cullare da una tristezza viscerale.
Ho lasciato a casa l’equilibrio emotivo ed ora me ne vado in giro così, molto più vulnerabile, molto più sicura.
Continuo a non avere certezze, continuo a chiedermi se ce la farò, se riuscirò a mantenere la testa fuori dall’acqua. Continuo ad amare ciò che faccio e questo posto per poi sentire una fitta allo stomaco quando leggo delle insegne di ristoranti che si spacciano per italiani.
Continuo a non sapere la strada ma, a differenza di un anno fa, ora so che la strada la stanno facendo le mie scarpe. La sto percorrendo solo io.
E i miei quaderni pieni di appunti, fotocopie, frasi che risaltano qua e là, libri che implorano di essere letti sono tutti lì. E la sveglia suonerà presto, troppo presto. E avrò sonno presto, e anche domani mi stupirò di avercela fatta, di aver superato un altro giorno, di essere arrivata in fondo a quello che mi spaventa.
E forse la differenza è tutta qui. Novembre 2014 e ottobre 2015, non smuovo più la superficie dell’acqua gelata con la punta dell’alluce.
Ora mi tuffo. E ogni bracciata costa un po’ di fatica. E ogni secondo i polmoni lavorano di più. I muscoli si ribellano. Ma sto nuotando.

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Push it to the limits.

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Ormai devo prendere atto di una mia disposizione d’animo, una condizione imprescindibile del mio essere, un’affermazione che mi piacerebbe smentire, ma puntualmente me la ritrovo tra i piedi, ci inciampo dentro e alla fine mi ritrovo ad accarezzarla e ad annuire, rassegnata:non mi piacciono le cose semplici.
E così mi sono iscritta all’Università qui a Lisbona. Senza pensare neanche per un attimo a lasciare il lavoro.
Semplicemente pensando che ventiquattro ore in una giornata sono sufficienti per lavorare, studiare, cucinare, pulire, vivere e rilassarsi.
E con questa convinzione che soffocava tutte le mie ansie, tutti quei pensieri uccisi prima che prendessero forma, ho iniziato a seguire le prime lezioni. Una dei pochi pesci fuor d’acqua in una classe in cui tutti si conoscono. L’unica ad arrancare, a cercare di capire chi, come, dove, quando.
Ma, come ho imparato, i miei più grandi amori hanno avuto inizi difficili, c’è sempre una grande confusione intorno alle cose che mi appassionano. Ci sono giorni passati a leggere dispense, appunti, a fare ricerche, a leggere libri in tempi strettissimi solo perché tutto il resto della classe già sa, già ha studiato, già, già, già.
E tu sei la voce fuori dal coro, quella che è arrivata tardi. Quella che poi si ritrova con le lacrime agli occhi nel silenzio delle lenzuola e del cuscino.
E passo sei giorni tra sveglie malvagie, impietose, sveglie che godono del loro suono sgradevole, e scadenze che accorciano i tempi, mi accorciano il respiro. Sabato mattina in un’aula. Noi ed un proiettore, gli occhiali inforcati sul naso e gli occhi ridotti a due fessure.
Pensa, pensa, pensa.
E non ho ancora capito come nuotare fluidamente, per ora cerco di galleggiare, di non bere troppa acqua salata. Cerco un posticino. Perché, proprio quando ne avevo trovato uno, ho deciso di lanciarmi nell’Oceano di nuovo.
Non conosco i miei limiti, pensavo il limite fosse già adattarsi ad una nuova vita, e invece ho scoperto che si può aggiungere dell’altro. Correre un po’ di più.
Se mai la mia vita avesse dei capitoli titolati questo si chiamerebbe sicuramente “Push it to the limits”.
Mi sento come quando da piccola saltavo la corda. Solo che il ritmo non è più nelle mie mani.

Ci sono due opzioni: una rovinosa caduta o un’indipendente, fiera, maestosa, impavida vittoria.
Testa o croce?

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Nella penombra.

nella penombra

Fondamentalmente sono una persona solitaria anche se so stare in mezzo alle persone. Ci pensavo oggi in ufficio e anche ora, mentre do un’occhiata alle verdure sul fuoco. Sono congelate, ora non vi impressionate e non pensate che abbia iniziato a cucinare davvero cose che richiedono abbastanza tempo. Sono solitaria per scelta, ma a volte anche per una necessità interiore. È come se avessi un timer, un orologio con il suo ritmo imperfetto dietro la nuca, come quei meccanismi usati per i carillon. Quando la corda si esaurisce bisogna lasciarlo un po’ a riposo,e così mi ritrovo da sola anche nel mezzo di una compagnia. Lo sguardo un po’ perso, concentrato altrove, come quando abbasso un po’ le persiane e mi godo la penombra. Ecco ogni tanto ho bisogno di stare all’ombra della mia anima, a pensare, a guardarmi, a guardare, a contare.

E all’ombra di me stessa ho visto tante persone andare e venire, e ho imparato a disconnettermi silenziosamente, a cercare di capirmi, a cercare di capire. E nella stessa penombra ho deciso di continuare gli studi, qui. Un’altra sfida. Lavorare e studiare cercando di continuare ad avere una vita. E non ho nemmeno mezza idea sul come farò, se ci riuscirò, se è una buona idea. Sono piena di se, ma d’altronde lo ero anche prima di partire. Ora sono solo diversi “se”. Ma il tempo sa giocare così bene, sa provocare. E così per scoprire la risposta devi solo stare alle sue regole e vivere. Tu decidi di vivere e lui decide di darti un altro frammento di risposta. Nulla di più, nulla di meno.

E ora, quale sarà la mia prossima mossa? Resto a guardare all’ombra di me stessa.

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Nel mondo reale.

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Tra due settimane esatte mi laureo. Ok, questa cosa mi riempie di gioia e bla bla bla. Però, però, però. Visto che le cose non sono andate come volevo per il futuro, ho deciso di prendermi un anno sabbatico, un anno in cui fare esperienza professionale, in cui vedere un po’ il mondo e in cui confrontarmi con quello che c’è al di fuori. E così eccomi qui, con una tazza di tè tra le mani, gli occhiali e gli occhi arrossati dalla prolungata esposizione allo schermo del computer. I tirocini all’estero non hanno più segreti per me e ormai mando più curriculum vitae e cover letter che messaggi ai miei amici. Il punto è che solo quando stai per uscire da un ambiente piacevole come quello universitario ti rendi conto della giungla che c’è fuori. Un po’ tutti vogliono esperienza, ma se studi non hai molto tempo per guadagnarla. E dopo cinquecento mail perdi il senso della realtà, a volte anche un po’ del sogno, e non ricordi nemmeno più cosa stai cercando. E così in sere come questa mi perdo un po’ tra scadenze e login, questionari e compilazioni di ogni genere. Ho il terrore di rimanere ferma e vedere la vita scorrermi davanti. Vorrei fosse un anno in cui affrontare i miei limiti, le cose per le quali non mi ritengo all’altezza. Un anno in cui dimostrare a me stessa che a volte i piani devono essere cambiati per far accadere cose belle.
A volte anche dolorose, ma utili.
E non lo so se tra qualche mese porterò caffè sulla scrivania di qualcuno o sarò ancora a casa mia. Non so più nulla, però ho in mente quel detto good things come to those who wait. E io aspetto in silenzio, o meglio in un frenetico silenzio composto dal picchiettare delle mie dita sulla tastiera. Ogni giorno un mattoncino, ogni giorno un po’. E voi? Anche voi vi siete lanciati nella giungla? Avete qualche istruzione?
Nel frattempo, che la perfetta cover letter sia con noi e che la casella mail esploda di buone notizie!

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Ci sono sempre due strade.

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Potrei iniziare questo post in due modi. Il primo sarebbe melodrammatico e sarebbe più o meno così:

“Piove. Piove così forte che sembra il cielo si sia arrabbiato. Butta giù lacrime di impotenza e frustrazione senza lasciare posto a lacrime di tristezza perché quelle sarebbero troppo dolci e senza forza. Forse il cielo mi ha preso a cuore e vuole tagliare la terra con lame d’acqua solo per farmi sentire meglio”.

Il secondo inizio sarebbe così:

“Non tutto ciò che ci accade può farci piacere, non tutto può lasciarci un gradevole sorriso attaccato al viso. Non tutto può incoraggiarci, ma tutto può forgiarci. Tutto può spingere i nostri passi verso una meta, e poco importa se ho cambiato meta. Un motivo ci sarà”.

Ecco, il punto centrale è il motivo. Immagino la mia vita come un puzzle, ne ho costruita una parte fino ad ora, ma ho davanti a me centinaia di pezzettini sparsi, tutti belli e colorati. Ne ho scelti un paio, ho provato a farli combaciare, ci ho sperato, ho aspettato, ma non sono voluti entrare. In un primo momento ho avuto un momento d’arresto, ho pensato al puzzle come un marchingegno malato, senza disegno. Poi ho capito che, semplicemente, ha bisogno di altri pezzi. Altrettanto colorati. Altrettanto utili, altrettanto fantasiosi. Ho scelto la seconda strada. Se vincessimo sempre non avremmo gambe abbastanza forti per rialzarci. Se vincessimo sempre non capiremmo mai chi è a terra e non sa chiedere aiuto.

Sono caduta, sono ancora a terra, ma a gambe incrociate, valutando il da farsi. Mi piace pensare che ogni porta si chiude perché sa già che preferisco i portoni.

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