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La paura che.

move

Ho attaccato un post-it sul computer che ho a lavoro. C’è scritto “do one thing everyday that scares you”.
L’ho scritto a caratteri cubitali e ben visibili in modo da localizzare il punto: fai ogni giorno qualcosa che ti spaventa. Il punto è la paura, e questa frase raccoglie l’aspetto fondamentale e sacrosanto della questione, ovvero ammettere che la paura fa parte del nostro quotidiano. È inutile fare gli eroi impavidi che non sentono paura e dolore, il punto qui è come utilizziamo la nostra paura. Prendi una cosa che ti fa sentire nervoso, che ti solleva e ti scaraventa lontano anni luce dalla tua comfort zone e falla. È così che ho iniziato ad accettare gli inviti di persone che conosco poco, quelli in cui ti ritrovi a cenare con venti persone e ne conosci a malapena tre. Questa cosa mi spaventava, finché non ho deciso di seguire il consiglio del post-it. Una piccola impresa di coraggio, una sola, una al giorno.
E alla fine della serata conoscevo un po’ tutti, sapevo a memoria i nomi dei loro animali domestici, le storie raccontate dai loro tatuaggi, il sapore del vino dolce e di chi lo ha scelto. Una sfida al giorno.
Una sfida diversa al giorno, perché dopo il primo passo di coraggio quello che era un terreno sconosciuto diventa di casa, e davanti a te altro terreno fertile, altro lavoro, altro coltivare e annaffiare.
Un mattone alla volta.
E così ho preso in mano il telefono e ho iniziato a chiamare per gli annunci di alcune stanze. E il mio portoghese è ancora imperfetto, ma chi non ci prova ha già perso.
Guardo il post-it e penso a quante cose perdo se almeno non ci provo. A quante cose potrebbero potenzialmente piacermi o potrei potenzialmente odiare. E avere un’opinione riguardo cose, profumi, luoghi, esperienze, cibi, persone è molto meglio che scrollare le spalle e immaginare un giudizio.
E se ti spaventa l’immensità del cambiamento, la profondità del mare, affronta la complessità uno strato alla volta, come quando spacchetti i regali e strappi via carte da regalo, nastrini, scatole e imballaggi. Uno strato alla volta, sapendo che il cuore di ogni situazione non è altro che l’ennesima cosa da scomporre in pezzettini.
E quando ti manca il fiato, realizza che essere sopraffatto dalle emozioni è il sintomo più reale della tua esistenza, più del tuo respiro.
Questa non è una guida di sopravvivenza, non saprei mai farla, ma è una regola salva-vita. Una regola anti-pantano: smuoverà le acque, e le emozioni seppellite, il sudore freddo, le mani che tremano.

Una cosa sola. Solo una, ogni giorno.

Potete partire da un post-it sul computer.

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Fusione e adozione.

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Mi era mancato studiare, prendere appunti, fare domande, ripetere a casa, fare esercizi. Pensavo fosse impossibile dire una cosa del genere, e invece è proprio quello che mi ritrovo a pensare mentre sono a lezione di portoghese. E mi sento una bambina mentre leggo tutte le insegne dei negozi per esercitare la pronuncia, o mentre faccio i compiti a casa e poi chiedo conferma ai miei colleghi. Questa è la parte migliore: tutti possono correggerti, consigliarti, migliorarti, non hai bisogno di aspettare la prossima lezione perché sei così dentro il contesto che il processo di fusione diventa automatico.
Come una lenta adozione in cui si mischiano le cellule del cibo, della musica, dei tramonti, dei suoni nasali della lingua, degli artisti di strada. Un’adozione che si porta dietro tanti sentimenti, spesso contrastanti, spesso spaventosi, ma che ti dà l’impressione di muoverti, di camminare sulle tue gambe, seppur traballanti, senza gattonare più.
Immagino il coraggio sia un po’ questo, guardare indietro e accorgerti di aver fatto un salto nel buio. Forse il coraggio si realizza dopo, quando l’adrenalina evapora e ti ritrovi capovolto, strapazzato, vivo.
Forse per far diventare casa un posto devi iniziare a pensarlo come casa. E forse la paura del cambiamento è la paura più bella da sconfiggere, ma anche la più furba, perché si presenta ogni giorno e ogni giorno ha bisogno di essere sconfitta.

Queste righe sono piene di forse, ma cosa sarebbe la vita se avessimo già tutte le risposte prima di salpare le àncore?

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La vita segreta di noi comuni mortali.

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Ieri, oltre ad aver dormito quattordici ore ho anche visto diversi film. Mi sono concessa una giornata di pura, beata, brillante nullafacenza. La camera in penombra, dei film, un letto che mi ha vista andar via troppo presto la mattina e un tè ai frutti rossi.
Tra i film che mi hanno fatto compagnia c’è “La vita segreta di Walter Mitty”. L’intero film è centrato sulla vita di un comunissimo impiegato, Walter Mitty, che ha una vivace immaginazione ma che, purtroppo, non riesce a trasformare in azione, finché un pretesto lo spingerà a viaggiare come mai aveva fatto e a trovare il coraggio di rischiare.
Ecco, il coraggio di rischiare. Spesso, almeno io, penso a questo coraggio come all’abilità di fare di qualcosa di pazzesco, folle, senza precedenti. Qualcosa di epico. Ma c’è davvero bisogno di fare qualcosa di epico se poi nella vita di tutti i giorni rimaniamo i soliti abitudinari, noiosi, senza sorriso?
Cambiare vita implica anche un cambiamento piccolo, ma ripetuto, voluto, sentito. Alzarsi alle cinque del mattino, abbracciare il freddo del mattino ed essere sorridenti, questo può già essere un gesto rivoluzionario.
Però non ci pensiamo, è solo un sorriso, solo un po’ di buonumore, non fa mica differenza.
E invece. Se solo potessimo vedere da fuori l’intera catena di eventi in cui siamo impigliati. Le conseguenze che i nostri gesti possono provocare.
Una citazione tratta dal film recita “Beautiful things don’t ask for attention”.
Ed anche io la penso così. Le cose belle, ed importanti, sono così silenziose che spesso le sorpassiamo aspettando il famoso ed eroico gesto di coraggio che cambierà la nostra vita.
Ma se nell’attesa avessimo già perso tanti altri minuscoli, ma eroici atti di coraggio?

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Cronache lisbonesi.

cronachelisbonesi

Oggi sono esattamente trentaquattro giorni che mi trovo a Lisbona. Da qualche parte ho letto che ci vogliono quaranta giorni prima che un’azione ripetuta diventi un’abitudine. Per ora ho stabilito la mia routine e dopo i primi disastri iniziali ho iniziato finalmente a sentirmi a casa.
Mi ci sono volute delle candele profumate da mettere in camera insieme ad una lanterna in ferro battuto, una stufa, delle coperte nuove, una polaroid e un catalogo intero da sfogliare e risfogliare per decidere come arredare la mia stanza. Eravamo due sconosciute, io e la stanza. Ci siamo guardate in cagnesco per un po’, ma ora stiamo entrambe collaborando. E ogni giorno ha un pezzo in più di me, e non solo i miei vestiti.
Casa mia è in un viale alberato e c’è un momento della giornata, intorno alle cinque, quando il cielo è ancora azzurro, ma si vedono già le prime ombre, ecco in quel momento si stagliano i contorni dei rami contro il cielo. Sono così definiti, fieri, orgogliosi di stare là, nudi e scuri. In rari momenti di bellezza il sole punge i rami e crea un gioco d’ombre con le foglie rosse. In quel momento Lisbona è casa mia.
In quel momento camera mia è mia. In quel momento ce la posso fare.
In quel momento sono un pezzo di Portogallo.
E in questo pezzo di Portogallo ho dei nuovi amici. Strano a dirsi, ma una delle persone con cui ho stretto di più ha cinquant’anni. Si chiama Pedro (come la metà dei portoghesi), ed è così taciturno che all’inizio pensavo di non piacergli.
Poi abbiamo iniziato a chiacchierare, prima osservandoci da lontano, quasi come a capire se l’altro fosse innocuo o meno. Finché un giorno mi ha presa sotto la sua ala protettrice e ha iniziato a raccontarmi la storia della sua vita attraverso Google Maps. Ogni posto un ricordo, ogni ricordo una storia, ogni storia una lingua diversa.
Pedro parla tra i denti, non articola troppo le parole, credo sia perché non è abituato a parlare. L’ho osservato per un po’, se ne sta nel suo angolino e tutti pensano che non ami la compagnia.
Ah, quanto si sbagliano.
E così io e Pedro siamo nello stesso angolo, ci sono entrata anche io per fargli vedere com’è andare fuori.
Lui mi parla di Lisbona, delle cose che devo mangiare, vedere, vivere. Io gli parlo dell’Italia, di questo o quel disguido con la commessa, della mia coinquilina.
Stiamo uscendo dal guscio, in maniera diversa.

E Lisbona è questo: alberi, colori, foglie, un adulto con la sua storia, un negozio di libri dove scappare in pausa pranzo. Sto uscendo dal guscio, Lisbona. Come il tuo sole quando passa tra le foglie.

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A minha Lisboa.

Lisbon

Un uragano è passato nel bel mezzo della mia quotidianità e ora mi trovo da circa tre settimane a Lisbona ad imparare questo nuovo lavoro, ad imparare a vivere da sola, ad imparare il portoghese, ad imparare come si cucina e come si fa il bucato. Proprio così, un curriculum inviato quasi così, per gioco. Certo, con tutta la speranza del mondo, ma senza troppe aspettative che si sa, quelle in un modo o nell’altro vengono deluse.
E invece sono arrivate due telefonate, diversi test, un colloquio, e poi la chiamata: sei dei nostri, il primo dicembre inizi. E senza il tempo di pensare, senza il tempo di formulare gli arrivederci, mi sono trovata su un aereo con un biglietto di sola andata.
Sto imparando a gestire i miei spazi, le cose nuove, le persone sconosciute, un letto che non sento ancora mio, una lingua che ancora non mi appartiene. Sto imparando il sapore di questa nuova libertà presa di fretta e furia, per paura potesse scappare via.
E mi manca la cucina di mamma, forse la cosa più stupida da dire, o la più napoletana, non lo so. Ma la lontananza mette in prospettiva le cose, ti fa sentire grande e piccola allo stesso tempo.
Sto imparando a conoscere questa città piena di malinconia, mi ha conquistata con il sapore dei suoi dolci, mi ha rapita con le luci di Natale e mi ha dato il colpo di grazia con il colore dei suoi tramonti. E chissà cosa succederà nei prossimi giorni, chissà cosa mi regala Lisbona.
Ho un bel punto interrogativo tra le mani, e lo accarezzo aspettando mi dia delle risposte.

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Due uova, quattro cucchiai di farina e due di zucchero.

teacrepes

Finalmente oggi ho sentito l’autunno per la prima volta. Le temperature si sono abbassate e la mia voglia di fare la donnina di casa si è alzata. E cosa fa una brava massaia in questi casi?
Ovviamente prepara crêpes con impasto al cioccolato guarnite di Nutella da accompagnare con un tè ai frutti rossi.
Lo so, lo so, mio marito sarà grasso e felice. La cucina era illuminata da un sole prezioso, mai prepotente, e il cielo aveva un non so che di particolarmente cristallino.
Mischiavo farina, uova, zucchero e cacao amaro mentre parlavo con mamma del futuro. E giravo le crêpes in padella pensando a dove sarò tra qualche mese. La domanda è “ma si sa dove sarò?”
E attualmente nessuno ha una risposta.
Una mia amica ha fatto un paragone bellissimo: mi ha detto che fino ad ora ho guidato un treno, andavo veloce, ma i binari guidavano il sentiero, erano due linee guida belle nette; oggi invece guido un aereo, sono soggetta a turbolenze, non vedo binari, ma sto prendendo quota per andare più lontano.
E forse l’incertezza è la parte più bella di ogni sogno che prende forma. Qualcosa arriverà prima o poi, nel frattempo faccio dolci e dolcetti, vi scrivo e vi leggo. Mi raccontate di come i vostri aerei hanno preso quota o lo stanno facendo o lo faranno? Mi raccontate di come state plasmando i vostri sogni?
Mando una crêpe a tutti voi.

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Ci sono sempre due strade.

roads

 

Potrei iniziare questo post in due modi. Il primo sarebbe melodrammatico e sarebbe più o meno così:

“Piove. Piove così forte che sembra il cielo si sia arrabbiato. Butta giù lacrime di impotenza e frustrazione senza lasciare posto a lacrime di tristezza perché quelle sarebbero troppo dolci e senza forza. Forse il cielo mi ha preso a cuore e vuole tagliare la terra con lame d’acqua solo per farmi sentire meglio”.

Il secondo inizio sarebbe così:

“Non tutto ciò che ci accade può farci piacere, non tutto può lasciarci un gradevole sorriso attaccato al viso. Non tutto può incoraggiarci, ma tutto può forgiarci. Tutto può spingere i nostri passi verso una meta, e poco importa se ho cambiato meta. Un motivo ci sarà”.

Ecco, il punto centrale è il motivo. Immagino la mia vita come un puzzle, ne ho costruita una parte fino ad ora, ma ho davanti a me centinaia di pezzettini sparsi, tutti belli e colorati. Ne ho scelti un paio, ho provato a farli combaciare, ci ho sperato, ho aspettato, ma non sono voluti entrare. In un primo momento ho avuto un momento d’arresto, ho pensato al puzzle come un marchingegno malato, senza disegno. Poi ho capito che, semplicemente, ha bisogno di altri pezzi. Altrettanto colorati. Altrettanto utili, altrettanto fantasiosi. Ho scelto la seconda strada. Se vincessimo sempre non avremmo gambe abbastanza forti per rialzarci. Se vincessimo sempre non capiremmo mai chi è a terra e non sa chiedere aiuto.

Sono caduta, sono ancora a terra, ma a gambe incrociate, valutando il da farsi. Mi piace pensare che ogni porta si chiude perché sa già che preferisco i portoni.

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